Fiammetta

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Fiammetta

C’era una volta una fattoria. Quella fattoria, un tempo, era isolata in mezzo a una rigogliosa campagna coltivata a grano, granturco e girasoli, ed era abitata da tre famiglie di contadini che vivevano tranquillamente del loro lavoro. Ogni famiglia si era specializzata in una coltura: una si dedicava al grano, un’altra al granturco e la terza ai girasoli. Ogni anno i campi erano coltivati da una famiglia diversa, a rotazione, e il quarto anno erano lasciati a riposo. In questo modo la terra non si impoveriva e dava sempre buoni raccolti.

Alle tre famiglie bastavano i frutti della terra e dell’allevamento degli animali. Usavano raramente il denaro, solo per comprare gli attrezzi in città e, una volta all’anno, in primavera, per comprare stoffe e bottoni da Giacomo il mercante, che girava per la campagna con il suo carro trainato da un cavallo, annunciando il suo arrivo con una vecchia tromba militare di ottone, scurita dal tempo. Per questo lo chiamavano “Trombetta”. L’arrivo di Giacomo Trombetta era sempre una festa: le donne avevano un’occasione per conoscere gli ultimi avvenimenti del circondario (Trombetta era un gran chiacchierone), gli uomini per conoscere le ultime barzellette (Trombetta le raccoglieva ovunque, oppure le inventava nel tragitto tra una fattoria e l’altra), i bambini ricevevano in regalo piccoli giocattoli che Trombetta costruiva, con legno e foglie di granturco, d’inverno, quando la neve rendeva impraticabili le strade di campagna. In questo modo il furbacchione, facendo felici i bambini, inteneriva le mamme che non avevano il coraggio di tirare sul prezzo.

Era un piccolo mondo felice quello della fattoria, e non sembrava davvero possibile che potesse rapidamente cambiare.

Un giorno, bello o brutto non saprei, trovarono il petrolio nel sottosuolo, lì vicino. Venne gente estranea, da lontano, portando con sé abitudini di vita diverse.

Fu l’inizio della fine per la nostra fattoria, e anche per quelle vicine: i ragazzi più svegli scoprirono che era meno faticoso e più redditizio lavorare nelle nuove industrie, subito sorte. Le ragazze furono abbagliate dalla vita comoda che si viveva nella città costruita accanto alle industrie. I pochi che restarono nella fattoria furono a poco a poco costretti a rinunciare alle coltivazioni, le loro braccia non erano più sufficienti. I vecchi morivano o si trasferivano in città, nelle confortevoli case dei figli. Trombetta si trovò senza clienti, senza ascoltatori per le sue barzellette, e i suoi giocattoli non piacevano più a nessuno. Scomparve, e nessuno se ne accorse.

Rimase Fiammetta, sola, nella grande fattoria.

Fiammetta era la figlia più piccola di Gerolamo dei girasoli, e si era sempre occupata dei piccoli animali della fattoria: galline, conigli, oche. Maiali, cavalli e mucche erano troppo grandi per lei. Fiammetta badava agli animali del cortile, ma era amica soprattutto di quelli del cielo, che aveva imparato a conoscere prima ancora di cominciare a camminare, quando, nella culla sotto il portico, era in compagnia delle rondini che andavano e venivano incessantemente, e di passeri e fringuelli che si posavano sul bordo della culla, per poi azzardarsi a becchettare i semi caduti a terra dai sacchi. Sentendo le voci degli uccelli più spesso della voce degli uomini, imparò il loro linguaggio prima ancora di dire “mamma” e “papà”. Cresceva, Fiammetta, in compagnia di passeri e fringuelli, vedendo tornare ogni anno i rondinini che aveva visto fare capolino dal nido l’estate precedente, e che erano sopravvissuti alle insidie degli uomini e degli altri animali. Andò a scuola, e imparò molte cose. Imparava anche dai suoi piccoli amici, specialmente dalle rondini, che portavano sempre notizie di terre lontane… Dagli uccellini riceveva solo amicizia, dagli altri bambini anche dispetti e umiliazioni, come il nomignolo di “Ochetta”, affibbiatole per la sua familiarità con gli animali. I fratelli di Fiammetta erano molto più grandi di lei, il papà Gerolamo era morto poco dopo la sua nascita, la mamma Adele qualche anno più tardi: Fiammetta si era pian piano trovata sola, e non aveva mai sentito la necessità di cambiare modo di vivere, finché si rese conto (e i suoi piccoli amici glielo confermarono) che nessuno doveva stare solo su questa terra.

La solitudine cominciò a pesarle, ma non sapeva come uscirne.

Intanto la fattoria, con tutti i campi attorno, ormai incolti, fu donata allo Stato dal proprietario, perché fosse trasformata in un parco naturale, e per difendere quel che restava dell’ambiente antico. Fiammetta ne diventò la custode, restando sempre sola con i suoi piccoli animali.

Un bel giorno vide uno strano visitatore del parco, che, diversamente dagli altri, se ne stava tutto solo in riva allo stagno, immobile. Fiammetta era ancora buona come quando era bambina, e così si avvicinò per vedere se il visitatore avesse bisogno di qualcosa. Questo, un ragazzo press’a poco della sua età, era seduto con espressione assorta, con gli occhi aperti, guardando lontano, e non dava segno di accorgersi di lei. Lo toccò su una gamba, ma dovette toccarlo un’altra volta perché Orlando (così si chiamava) si riscuotesse.

Orlando e Fiammetta erano entrambi di poche parole, ma scoprirono quanto fosse facile parlare a chi sa ascoltare. Parlarono quindi a lungo, ascoltandosi.

Orlando le raccontò di essere giunto al termine dei suoi studi, e di sentire dentro di sé il desiderio, che temeva irrealizzabile, di diventare uno scrittore, un poeta, come i molti antichi e moderni che aveva studiato e compreso e ammirato, ma che non era mai riuscito a completare una sola poesia. Fiammetta gli raccontò di sé, delle rondini, dei fringuelli e dei passeri, semplicemente, e Orlando pendeva dalle sue labbra. Venne sera, e si salutarono.

Il giorno dopo si ritrovarono allo stagno, senza che si fossero dati un appuntamento. Fiammetta si sentiva stranamente leggera, come un uccellino. Orlando aveva alcuni fogli con sé. Non aveva dormito quella notte, e aveva scritto le sue prime tre poesie, per Fiammetta.

Come finì, direte voi? Proprio così: Fiammetta e Orlando vissero a lungo felici e contenti.

La leggenda dell’Albatro

La leggenda dell’Albatro

C’era una volta l’Oceano. Nell’acqua la vita pulsava, guizzava, fremeva; migliaia di creature popolavano le onde e le profondità dell’abisso, molte più di quelle che sopravvivono ai nostri giorni, decimate dalla pesca spietata e dall’inquinamento. Nel cielo sopra l’Oceano non si scorgeva nulla, solo nubi, cumuli altissimi, strati che sembravano velare la luna e le stelle, cirri che si inseguivano da una estremità all’altra del vastissimo orizzonte. E lui, il maestoso Albatro, signore del vento e delle tempeste.

L’uomo non aveva ancora imparato a navigare, quindi nulla galleggiava sulla vastità dell’Oceano, nulla su cui posarsi, e nessun uccello poteva avventurarsi lontano dalla terraferma, senza rischiare di non far più ritorno. Nessuno, tranne l’Albatro, perché l’Albatro non era un uccello.

Nel cuore dell’Asia viveva un popolo felice, un popolo di nomadi senza re, senza leggi e senza tribunali, che si sostenevano con la caccia e con la pastorizia, vagando nelle vaste terre comprese tra il deserto dell’ovest e le altissime montagne dell’est, tra le foreste del nord e l’Oceano del sud. Non conoscevano la scrittura e non sapevano quindi leggere: le loro storie erano narrate dagli anziani davanti ai fuochi che restavano accesi per tutta la notte, quando le tribù migranti si incontravano. Era un popolo di giovani che sapevano ascoltare i vecchi, e tutti, giovani e vecchi, rispettavano le leggi non scritte della lealtà e dell’onestà.

In una di queste tribù viveva una ragazza, di nome Alina, bella e semplice, che si occupava modestamente di tutte le faccende che la madre e il padre le assegnavano. Alina amava la solitudine, e talvolta si allontanava dall’accampamento per ascoltare indisturbata i suoni e le voci della natura, per contemplare i colori della steppa e della foresta. Alina tesseva straordinari tappeti, riproducendo un mondo che lei soltanto sapeva riconoscere. Amava anche ascoltare le storie degli anziani, e sognava di incontrare, un giorno, un uomo come quelli che sentiva esaltare nelle incantate notti di veglia attorno al fuoco.

L’uomo a lei destinato dalla sorte si chiamava Omar e, come lei, amava ascoltare le antiche storie, alle quali si entusiasmava. Tanto che, quando le veglie finivano e la gente si ritirava nelle tende, prendeva a correre intorno, immaginando di cavalcare chissà quali focosi destrieri, finché, spossato, si lasciava cadere sull’erba, e spalancava gli occhi per vedere quante più stelle poteva. Si immaginava allora di incontrare, un giorno, una donna che avesse negli occhi la luce delle stelle.

Un giorno, le tribù di Omar e Alina si incontrarono a Samarcanda, che allora era solo un mercato di cavalli, tappeti e sale. Alina con la madre portò i suoi tappeti al mercato, Omar con suo padre due puledri nati l’anno prima. Mentre tappeti e puledri cambiavano padrone, con animatissime e lunghe discussioni, Omar e Alina restarono a guardarsi per tutto il tempo.

Da due anni imperversava la siccità, e l’acqua, solitamente abbondante, nell’ultimo mese era quasi scomparsa. Le poche sorgenti non disseccate erano ormai contese tra le varie tribù: l’odio nasceva anche tra quella gente pacifica. Le tribù di Omar e Alina diventarono nemiche nel volgere di pochi giorni, mentre i due giovani, che sembravano vivere in altro mondo, si innamoravano.

Omar voleva presentarsi al padre di Alina per chiederla in sposa ma, appena ne ebbe parlato in famiglia, incontrò una fierissima opposizione. Gli fu proibito di rivedere Alina, come ad Alina fu negata ogni possibilità di incontrare nuovamente Omar. A quel tempo nessuno osava sfidare l’autorità degli anziani, ma Omar e Alina erano così innamorati che decisero, guidati dal destino, di fuggire verso sud, verso il sole, verso l’Oceano. I due giovani si incontrarono in un boschetto di acacie. Alina era fuggita a piedi, Omar sul grande cavallo grigio che aveva avuto in dono per i suoi sedici anni, l’età virile. Il tempo di stringersi forte, poi si accorsero di essere inseguiti dai parenti. Omar balzò a cavallo, prese Alina tra le braccia e spronò. Cavalcarono ininterrottamente per tre giorni e tre notti, fino a sperare di non essere più raggiunti, ma il generoso cavallo grigio, sfinito, in vista dell’Oceano crollò a terra e morì. Omar e Alina si presero per mano e continuarono la corsa verso l’azzurro orizzonte, mentre gli inseguitori si facevano più vicini.

Giunsero infine sull’alta scogliera, ansimanti e disperati. Omar volse le spalle alla terra, all’odio che lo inseguiva, e aprì le braccia verso l’Oceano, gridando la sua disperazione. Alina lo abbracciava strettamente, guardando muta sopra la sua spalla i parenti inferociti che accorrevano per bastonarli e lapidarli. Nessuno dei due giovani aveva paura, assieme avrebbero accettato tutto.

L’Oceano ascoltò commosso l’invocazione di Omar, ammirò il disperato amore di Alina, e… quando gli inseguitori arrivarono a cento passi dalla scogliera, furono costretti a fermarsi da un grande prodigio, che avveniva sotto i loro occhi. Alina e Omar diventarono lentamente un corpo solo, le loro anime si fusero, le braccia aperte di Omar si ricoprirono di bianche penne: nasceva l’Albatro che, con un grido altissimo, si sollevò velocemente nel vento, con ali tanto grandi da poter volare senza muoverle. Quando la sua ombra raggiunse gli uomini che guardavano a bocca aperta, l’Albatro inclinò lievemente le ali, e fu spinto maestosamente dal vento verso l’Oceano, che l’aveva creato, portando l’amore dei due ragazzi verso l’unione eterna.

Non fu il solo prodigio: le due tribù, vinte dal dolore e dal rimorso, si rappacificarono. La storia dell’Albatro è ancora narrata dagli anziani, nelle veglie notturne intorno al fuoco, in qualche parte delle terre dell’Asia, tra nord e sud, tra est e ovest.