La Guerra di Hemingway, la farsa di Nanda

HurtgenUomini della 28a Divisione di Fanteria USA, detta Bloody Bucket, nella foresta di Hürtgen (foto Warfare History)

La Guerra di Hemingway, la farsa di Nanda

In questo articolo prendo in considerazione alcuni brani di soggetto militare nel romanzo Across the River and Into the Trees, il cui protagonista è un combattente di professione con una malattia cardiaca che non dà scampo, un colonnello di solida cultura che sa ragionare di letteratura e arte ma che rimane soldato fino al midollo, e cerca di trattare civilmente la giovanissima innamorata, il suo primo, vero e ultimo amore. Nella traduzione italiana (Di là dal fiume e tra gli alberi) eseguita senza competenza, e senza nemmeno impegno, la resa degli aspetti militari offre esiti desolanti o comici, come quelli riportati, e riesce a mettere in caricatura la Guerra in un libro di amore, onore e morte. Dove ritenuto interessante, trascrivo anche la versione in tedesco di Annemarie Horschitz-Horst, anteriore a quella italiana di Fernanda Pivano di circa 13 anni.

* * *

He looked up at the ceiling and he was completely desperate at the remembrance of his loss of his battalions, and of individual people. He could never hope to have such a regiment, ever. He had not built it. He had inherited it. But, for a time, it had been his great joy. Now every second man in it was dead and the others nearly all wounded. In the belly, the head, the feet or the hands, the neck, the back, the lucky buttocks, the unfortunate chest and other places. Tree burst wounds hit men where they would never be wounded in open country. And all the wounded were wounded for life. (Across the River and Into the Trees, capitolo 31)

Er blickte zu dem Licht an der Decke empor, und er war in der Erinnerung an der Verlust seiner Bataillone und einzelner Leute völlig verzweifelt. Er konnte niemals hoffen, je wieder ein solches Regiment zu haben. Es war nicht sein Werk gewesen. Er hatte es geerbt. Aber eine Zeitlang war es seine ganze Freude gewesen. Jetzt war jeder zweite Mann tot, und die andern waren fast alle verwundet. Im Bauch, im Kopf, in den Füßen oder den Händen, im Hals, im Rücken, im edlen Hinterteil, in der unseligen Brust und an den andern Stellen. Berstende Bäume und Holzsplitter trafen Männer, die im offenen Gelände niemals verwundet worden wären. Und all die Verwundeten waren auf Lebenszeit verwundet. (Traduzione in tedesco di Annemarie Horschitz-Horst)

Alzò lo sguardo verso la luce del soffitto e si sentì totalmente disperato al ricordo della perdita dei suoi battaglioni, e delle singole persone. Non avrebbe mai potuto sperar di avere un reggimento simile, mai più. Non lo aveva creato lui. Lo aveva ereditato. Ma per un certo periodo aveva costituito la sua grande gioia. Ora metà reggimento era morto e gli altri quasi tutti feriti. Nella pancia, nella testa, nei piedi, nelle mani, nel collo, nella schiena, nel sedere fortunato, nel petto sfortunato e in tutti gli altri punti. Tre ferite laceranti colpirono gli uomini dove non sarebbero mai stati feriti se fossero stati in zona aperta. E tutti i feriti erano feriti per la vita. (Traduzione di Fernanda Pivano)

Guardò la luce sul soffitto, sopraffatto dalla disperazione al ricordo della perdita dei suoi battaglioni, e di ogni singolo uomo. Non avrebbe mai sperato di avere un reggimento simile, mai. Non l’aveva costruito lui. L’aveva ereditato. Ma, per un certo tempo, era stato la sua grande gioia. Ora, di esso, un uomo su due era morto e quasi tutti gli altri erano stati feriti. Nella pancia, in testa, ai piedi o alle mani, al collo, alla schiena, nelle fortunate chiappe, allo sfortunato torace e in altri posti. Le deflagrazioni tra gli alberi ferivano gli uomini dove non sarebbero mai stati feriti in aperta campagna. E tutti i feriti restavano feriti a vita. (Proposta di P.A. Pozzi)

Ci sono altri due passi coordinati. Il primo dal capitolo 33:

And the place we were going to fight in, which I had taken a good look at, was going to be Passchendaele with tree bursts. I say that too much. But I think it too much.

Und die Gegend, in der wir kämpfen sollten, die ich genau studiert hatte, würde Passchendaele sein mit berstenden Bäumen un Holzsplittern. Das sag ich zu oft. Aber ich denk es zu oft. (Traduzione in tedesco di Annemarie Horschitz-Horst)

E il luogo dove dovevamo combattere, al quale avevo dato una bella occhiata, sarebbe stato Passchendaele, con tre attacchi. Lo dico troppo. Ma lo penso troppo. (Traduzione di Fernanda Pivano)

E il posto dove ci stavamo infilando a combattere, che avevo studiato attentamente, si avviava a diventare Passchendaele con in più le deflagrazioni tra gli alberi. Lo dico troppo spesso. Ma ci penso troppo spesso. (Proposta di P.A. Pozzi)

Il secondo dal capitolo 34:

It was Passchendaele with tree bursts, he told nobody except the wonder light on the ceiling. Then he looked at the girl, to see that she was sleeping well enough so even his thoughts would not hurt her.

Es war Passchendaele mit berstenden Bäumen un Holzsplittern, erzählte er niemandem als dem zauberhaften Licht an der Decke. Dann blickte er auf das Mädchen, um zu sehen, ob sie auch so gut schlief, daß ihr selbst seine Gedanken nichts anhaben konnten. (Traduzione in tedesco di Annemarie Horschitz-Horst)

È stato Passchendaele con tre attacchi, disse alla luce meravigliosa sul soffitto. Poi guardò la ragazza per vedere se dormiva abbastanza da non essere offesa neanche dai suoi pensieri. (Traduzione di Fernanda Pivano)

Fu Passchendaele, con in più le deflagrazioni tra gli alberi, disse lui a nessun altro che alla fantastica luce sul soffitto. Poi guardò la ragazza, per vedere che stava dormendo bene a sufficienza da non essere ferita nemmeno dai suoi pensieri. (Proposta di P.A. Pozzi)

Fernanda Pivano non sa percepire la differenza tra tree e three in tre successive e ravvicinate occasioni (nello stesso libro ha confuso bear con boar, stern con bow, beech con birch, twenty-eight con eighteen, leave con live, string con sting, platoon con battalion, G con GI, rider con driver…). Poi, non avendo capito il senso dell’espressione tree burst, ha tirato via in due modi diversi e ovviamente sbagliati. Per rendervi più chiaro il quadro, i soldati del colonnello Cantwell andavano all’attacco tra gli alberi della foresta di Hürtgen, si gettavano a terra tra uno sbalzo e l’altro e mai immaginavano di essere così più esposti agli scoppi delle granate a tempo e alle schegge di legno degli alberi colpiti dalle cannonate. La tecnica di bombardamento tree burst adottata dai tedeschi consisteva nel dirigere i colpi tra gli alberi, sopra l’obiettivo: non sempre si centravano alberi, ma sempre le granate scoppiavano in una pioggia di frammenti roventi. Se poi si colpivano alberi, questi a loro volta esplodevano in una pioggia di schegge di legno. Pare che dopo la battaglia di Hürtgen gli americani scegliessero di hug a tree, letteralmente “abbracciarsi agli alberi”, per proteggersi meglio dal fuoco di sbarramento tedesco. Noterete che la traduzione tedesca è un caso di overtranslation didascalica: spiega al lettore la faccenda delle schegge di legno, che nell’originale non sono citate. Passchendaele è una località presso Ypres, nelle Fiandre, teatro nel 1917 di una battaglia della I Guerra Mondiale che costò un gran numero di morti.

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‘We sound like song writers,’ the surgeon said. ‘But don’t you ever run into anything, or let any sparks strike you, when you’re really souped up on nitroglycerin. They ought to make you drag a chain like a high-octane truck.’ (Capitolo 2)

‘Wir reden ja wie die Textdichter’, sagte der Arzt. ‘Aber laufen Sie nur niemals irgendwo gegen und passen Sie auf, daß Sie nicht Feuer fangen, wenn Sie so mit Nitroglyzerin vollgepumpt sind. Man sollte Sie zwingen, eine Kette hinter sich her zu schleifen, wie ein hochexplosiver Sprengstoffwagen.’ (Traduzione in tedesco di Annemarie Horschitz-Horst)

‘Sembriamo scrittori di canzonette’ disse il chirurgo. ‘Ma non bisogna correre e non bisogna avvicinarsi al fuoco se si è miscelati a nitroglicerina. Dovrebbero metterti un riduttore come agli autocarri a nafta.’ (Traduzione di Fernanda Pivano)

Più verosimilmente:

‘Ci cantiamo i ritornelli come autori di canzoni,’ disse il dottore. ‘Ma vedi di non andare a sbattere contro qualcosa, e fa’ in modo di non beccarti scintille, perché sei letteralmente saturo di nitroglicerina. Dovrebbero farti trascinare una catena come gli autocarri pesanti.’ (Proposta di P.A. Pozzi)

Il nostro colonnello – siamo all’inizio della storia – passa una visita di controllo col medico militare che lo conosce e sa benissimo quanto sia compromessa la sua salute. Il referto elettrocardiografico è incompatibile con la malattia del colonnello, e il dottore non ha dubbi: il suo amico e paziente abusa di compresse di nitroglicerina, ovviamente come vasodilatatore, per vivere “gloriosamente” i suoi ultimi giorni. Da qui il consiglio amaramente scherzoso e l’accenno agli autocarri che trascinavano una catena: la catena scaricava a terra le cariche elettrostatiche, riducendo il pericolo di incendio, in particolare per mezzi adibiti al trasporto di esplosivi. Quella del riduttore è un’invenzione della Pivano, che anche qui non sa come cavarsela e s’inventa pure gli autocarri a nafta. I mezzi a motore americani della seconda guerra mondiale, dalle jeep agli autocarri ai carri armati, funzionavano tutti a benzina per semplificare gli approvvigionamenti di carburante, e l’espressione high-octane, specifica per la benzina, esclude a priori la nafta o il gasolio usato dai motori diesel, che infatti non c’entrano. In questo caso high-octane ha anche una valenza di efficienza, potenza, che oggettivamente è difficile rendere in italiano. La traduttrice tedesca non ha resistito a dare una sua personale spiegazione, abbastanza plausibile: ma le due righe originali son diventate quattro.

* * *

He looked at himself in the mirror, set in the half closed door. It showed him at a slight angle. It’s a deflection shot, he said to himself, and they didn’t lead me enough. Boy, he said, you certainly are a beat-up, old looking bastard. (Capitolo 16)

Si guardò nello specchio, applicato alla porta socchiusa. Lo rifletteva leggermente d’angolo. È una fotografia presa di scorcio, disse fra sé, e non mi hanno fatto posare abbastanza a lungo. Figliolo, disse, non c’è dubbio che sei un vecchio bastardo frusto. (Traduzione di Fernanda Pivano)

Più verosimilmente:

Si guardò nello specchio, che era montato sulla porta semichiusa. Lo ritraeva un po’ obliquamente. Questo è un tiro laterale incidente, disse tra sé, ma non hanno puntato abbastanza davanti a me. Ragazzo, disse, sicuramente sei un malridotto bastardo con una faccia da vecchio. (Proposta di P.A. Pozzi)

Qui si va nella tecnica balistica, non in quella fotografica. Non si può pretendere l’impossibile da una intellettuale, whatever that means, con evidente deficit in quella che una volta si chiamava cultura generale, e nel comune buon senso. Quella di Pivano è una traduzione senza alcun senso.

Seduto sulla tazza, e osservandosi nello specchio un po’ di sbieco, come inquadrando un bersaglio, il colonnello nomina una tecnica di combattimento e tiro degli aerei da caccia che, attaccando lateralmente un avversario, deviano (deflection) la linea di mira sulla sua traiettoria prevista, portandola (lead) in avanti di quel tanto necessario a far coincidere il tempo di spostamento del bersaglio col tempo di volo del proiettile. Lo stesso vale per un tiro contro qualsiasi bersaglio in movimento. La malattia gli sta sparando addosso, e lui ancora non è stato centrato, ma è solo questione di tempo.

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palamita

Palamita o Bonito (Sarda sarda)

fired bullet

Proiettile a coda rastremata, esploso

There were the small soles, and there were a few albacore and bonito. These last, the Colonel thought, looked like boat-tailed bullets, dignified in death, and with the huge eye of the pelagic fish. They were not made to be caught except for their voraciousness. The poor sole exists, in shallow water, to feed man. But these other roving bullets, in their great bands, live in blue water and travel through all oceans and all seas. (Capitolo 22)

C’erano le sogliole piccole e c’erano qualche tonnetto e qualche ‘bonito’. Questi ultimi, pensò il colonnello, parevano sgombri, dignitosi nella morte e con l’occhio enorme del pesce d’oceano. Non erano destinati a esser catturati, se non a causa della loro voracità. Le povere sogliole vivono nelle acque basse, per nutrire l’uomo. Ma questi altri sgombri erranti, in grandi frotte, vivono nell’acqua azzurra e percorrono tutti gli oceani e tutti i mari. (Traduzione di Fernanda Pivano)

Più verosimilmente:

C’erano le piccole sogliole, e c’era qualche alalunga, qualche palamita. Queste ultime, pensò il colonnello, assomigliavano a proiettili a coda rastremata, nobili nella morte, e con gli immensi occhi dei pesci pelagici. Non sono nate per essere catturate, non fossero tanto voraci. La povera sogliola vive, in acque basse, per sfamare l’uomo. Ma questi altri proiettili erranti, nei loro grandi branchi, vivono in acque azzurre e viaggiano per tutti gli oceani e tutti i mari. (Proposta di P.A. Pozzi)

Effettivamente le palamite appartengono alla famiglia delle scombridae, ma l’autore ha detto ben altra cosa, ha parlato di pallottole, non di sgombri! I proiettili a coda rastremata (boat-tailed, come le barche a poppa) lo sono proprio per favorire la velocità, la penetrazione in un fluido. La palamita ha perfino rigature simili a quelle di un proiettile esploso! Questa, come altre similitudini, è ovviamente tipica di un personaggio totalmente immerso in situazioni e cose di guerra, e dovrebbe arrivare al lettore così come è stata pensata.

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cognac martell

‘WEHRMACHTS MARKETENDERWARE’ in rosso (foto www.cognac-ton.nl)

‘After Cherbourg we had everything. I took nothing but an Admiral’s compass because I had a small boat at that time on Chesapeake Bay. But we had all the Wehrmacht stamped Martell and some people had as much as six million German printed French francs. (…)’ (Capitolo 29)

‘Dopo Cherbourg trovammo tutto. Io ho preso soltanto la bussola di un ammiraglio, perché in quel periodo nella baia di Chesapeake avevo una nave troppo piccola. Ma trovammo tutto il falso Martell stampigliato dalla Wehrmacht e qualcuno trovò fino a sei milioni di franchi francesi stampati dai tedeschi. (…)’ (Traduzione di Fernanda Pivano)

‘Dopo Cherbourg fu tutto nelle nostre mani. Io non ho preso nient’altro che una bussola da ammiraglio perché a quel tempo avevo una barchetta nella baia di Chesapeake. Ma tutto il Martell marcato Wehrmacht era nostro, e qualcuno si è preso fino a sei milioni di franchi francesi stampati dai tedeschi. (…)’ (Proposta di P.A. Pozzi)

Chiudiamo in letizia. Seguendo Pivano, se il colonnello avesse avuto una nave più grande forse si sarebbe fregato un cannone da 305. Invece il soldato tutto d’un pezzo confessa una debolezza, una appropriazione indebita per dotare la sua barchetta di una bella bussola. Naturalmente il cognac Martell era autentico, imbottigliato e marcato per l’uso esclusivo della Wehrmacht. Figuriamoci se l’intendenza militare nazista si sarebbe lasciata prendere per i fondelli dai premurosi francesi.

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Piccola bibliografia

Hemingway, Ernest, Across the River and Into the Trees, Arrow Books, Random House, London 1994.

Hemingway, Ernest, Di là dal fiume e tra gli alberi, Traduzione di Fernanda Pivano, Oscar Mondadori, Milano 1986.

Hemingway, Ernest, Über den Fluss und in die Wälder, Übertragung von Annemarie Horschitz-Horst, Schutzumschlag von Adriana Ivancich, Rowohlt Verlag, Hamburg 1953.

Hemingway, Venezia nei dettagli

Ernest e Mary. Mary col moretto veneziano. Da Harry's Bar o su un transatlantico francese, particolareErnest Hemingway e la quarta moglie Mary Welsh, col Moretto appuntato

Moretto di NardiMoretto di Nardi

Hemingway, Venezia nei dettagli

‘I would like that small Negro with the ebony face and the turban made of chip diamonds with the small ruby on the crown of the turban. I should wear it as a pin. Everyone wore them in the old days in this city and the faces were those of their confidential servants. I have coveted this for a long time, but I wanted you to give it to me.’

‘Vorrei quel negretto con la faccia d’ebano e il turbante in pavé di diamanti col piccolo rubino sul cocuzzolo. Lo porterei come spilla. Lo portavano tutte in questa città una volta, e le facce erano quelle dei loro servitori particolari. L’ho desiderato tantissimo e a lungo, ma volevo che fossi tu a regalarmelo.’ (Traduzione di P.A. Pozzi)

Siamo alla fine del capitolo 10 del romanzo Across the River and Into the Trees, di Ernest Hemingway, ed emerge uno dei numerosissimi dettagli che rivelano quanto accuratamente ed amorevolmente Ernest abbia esplorato Venezia, nell’arte, nell’architettura, nei costumi. Qui la protagonista Renata è rivolta all’innamorato colonnello Cantwell, idealmente davanti alla vetrina di Codognato in Salizzada San Moisè. Parlano del Moretto di antica tradizione orafa, presente solo a Venezia e, in una forma più piccola, a Fiume nell’odierna Croazia. L’Esodo degli italiani dopo l’ultima guerra ha abbassato il livello qualitativo dei Moretti fiumani, e gli ultimi che ancora rispettavano la fattura tradizionale del gioielliere Agostino Gigante si trovavano fino a qualche anno fa soltanto a Flushing negli Stati Uniti, da Rodolfo Giraldi, che emigrando aveva portato con sé il catalogo e gli antichi stampi. Giraldi stesso, mancato nel 2009, mi aveva spiegato le differenze tra le versioni Veneziana e Fiumana, consentendomi di capire bene a cosa si riferisse Hemingway.

002Diadema di moretti fiumani, dal catalogo della Ditta Gigante, proprietà eredi di Rodolfo Giraldi, Flushing NY

Sleep softly, my true love, and when you wake, this will be over and I will joke you out of trying to learn details of the triste métier of war and we will go to buy the little negro, or moor, carved in ebony with his fine features and his jeweled turban. Then you will pin him on, and we will go to have a drink at Harry’s and see whoever or whatever of our friends that will be afoot at that hour.

Dormi tranquilla, amore mio vero, che quando ti sveglierai avrò finito, e ti prenderò in giro per i tuoi tentativi di imparare i particolari del triste métier della guerra, e andremo a comprare il negretto, o moretto, intagliato nell’ebano coi suoi fini lineamenti e il turbante ingioiellato. Poi te lo appunterai, e andremo a bere qualcosa da Harry’s e a vedere chi mai o chiunque dei nostri amici sarà in attività a quell’ora. (Traduzione di P.A. Pozzi)

Qui eravamo al capitolo 34, con la citazione di uno dei ritrovi preferiti da Hemingway, l’Harry’s Bar di Calle Vallaresso. Un altro è l’albergo Gritti Palace:

They ate lunch at the Gritti, and the girl had unwrapped the small ebony negro’s head and torso, and pinned it high on her left shoulder. It was about three inches long, and was quite lovely to look at if you liked that sort of thing. And if you don’t you are stupid, the Colonel thought.

Pranzarono al Gritti, dove la ragazza aveva tolto dal pacchetto la testa di negretto d’ebano con torso, appuntandola sulla spalla sinistra, in alto. Era lunga sette-otto centimetri, ed era proprio graziosa da vedersi, se piace quel tipo di cose. E se non piace si è stupidi, pensò il colonnello. (Traduzione di P.A. Pozzi)

Questo era l’incipit del capitolo 38, e impariamo la differenza tra lo chic veneziano e quello yankee. La contessa Renata appunta il Moretto in alto, a sinistra; Mary, come si vede dalla foto d’apertura, né in alto né alla punta della scollatura, ma in basso, e comunque a destra.

Il Moretto è un pezzo di Venezia, della sua tradizione, ed è curioso che sia uno scrittore americano a descriverlo tanto bene, come altrettanto bene ha descritto Venezia nei minimi particolari, spesso non riconoscibili nella traduzione italiana firmata da Fernanda Pivano. Un esempio: il magnifico lampione in ferro battuto, rame e vetri colorati sospeso allo spigolo di Ca’ Foscari, allo sbocco del Rio Novo/Rio de Ca’ Foscari nel Canal Grande, spacciato per un inesistente faro all’imboccatura del Canal Grande, all’altezza quindi della Punta della Dogana. Il lampione, o fanale, è noto ai Veneziani come faràl de Ca’ Foscari. Al capitolo 6:

Then they still went slowly until the great lantern that was on the right of the entrance to the Grand Canal where the engine commenced its metallic agony that produced a slight increase in speed.

Poi proseguirono lentamente fino al grande faro sulla destra dell’imboccatura del Canal Grande (…). (Traduzione di Fernanda Pivano)

Più verosimilmente:

Continuarono a procedere lentamente fino al grande lampione posto a destra dell’ingresso nel Canal Grande (…). (Traduzione di P.A. Pozzi)

Lampione di Ca' FoscariVenezia, il lampione di Ca’ Foscari (foto Alloggi Barbaria)

Un altro esempio, immediatamente prima:

Then there was the black iron fret-work bridge on the canal leading into the Rio Nuovo and they passed the two stakes chained together but not touching: like us the Colonel thought. He watched the tide pull at them and he saw how the chains had worn the wood since he first had seen them. That’s us, he thought. That’s our monument. And how many monuments are there to us in the canal of this town?

Poi vi fu il ponte nero di ferro traforato sul canale che dava sul Rio Nuovo e passarono i due pontili galleggianti tenuti insieme con le catene ma staccati l’uno dall’altro: come noi, pensò il colonnello. Li guardò incalzati dalla marea e osservò fino a che punto le catene avessero logorato il legno dalla prima volta che li aveva visti. Siamo noi, pensò. Questo è il nostro monumento. E quanti monumenti dedicati a noi ci sono nei canali di questa città? (Traduzione di Fernanda Pivano)

Più verosimilmente:

Poi c’era il nero ponte di ferro traforato sul canale che portava nel Rio Novo e poi passarono i due pali incatenati che però non si toccavano: come noi pensò il colonnello. Osservò il riflusso metterli in tensione, e notò come la catena aveva consumato il legno dalla prima volta che li aveva visti. Siamo noi, pensò. È il nostro monumento. E quanti monumenti dedicati a noi ci sono nei canali di questa città? (Traduzione di P.A. Pozzi)

Resa con due pali incatenati, infissi nel fondo del canale, l’immagine di due innamorati che non possono toccarsi è perfetta (ma dove li ha presi i due pontili galleggianti, la Pivano?). L’immagine è idealmente ripresa sulla copertina tedesca dello stesso romanzo, disegnata da Adriana Ivancich, di cui Renata è l’alter ego così come il colonnello è l’alter ego di Ernest: due gelsi che non possono toccarsi, tesi uno all’altro, ognuno con le proprie radici, sullo sfondo della Laguna e del campanile di Torcello.

bricole incatenate - Jane Simmonds (flickr)Pali incatenati (foto Jane Simmonds, Flickr)

Copertina edizione tedesca Across the RiverCopertina dell’edizione tedesca di Across the River

E ancora, al capitolo 9, descrivendo la chiesa di Santa Maria del Giglio, in prossimità del Gritti:

What a fine, compact and, yet, ready to be air-borne building, he thought. I never realized a small church could look like a P47. Must find out when it was built, and who built it. Damn, I wish I might walk around this town all my life. All my life, he thought. What a gag that is. A gag to gag on. A throttle to throttle you with. Come on, boy, he said to himself. No horse named Morbid ever won a race.

Che bell’edificio solido e insieme adatto a essere aviotrasportato, pensò. Non mi ero mai reso conto che una chiesetta potesse somigliare a un P-47. Bisogna che veda quando è stata costruita e da chi è stata costruita. Porca miseria, come vorrei girare per tutta la vita in questa città. Tutta la vita, pensò. Che battuta. Una battuta per tirare avanti. Una valvola per dare gas. Su, figliolo, disse fra sé. Nessun cavallo di nome Piagnone ha mai vinto una corsa. (Traduzione di Fernanda Pivano)

Più verosimilmente:

Che bella costruzione, massiccia eppure pronta per alzarsi in volo, pensò. Non mi ero mai reso conto che una piccola chiesa potesse somigliare a un P47 . Devo scoprire quando è stata costruita, e da chi. Maledizione, vorrei poter camminare per questa città tutta la vita. Per tutta la vita, pensò. Buona questa battuta. Da morire dal ridere. Da strozzarsi. Sveglia, ragazzo, disse tra sé. Nessun cavallo di nome Patema ha mai vinto una corsa. (Traduzione di P.A. Pozzi)

Il Republic P47 Thunderbolt era un caccia americano. La somiglianza tra la chiesa e l’aereo – con un minimo di fantasia – può essere evocata dalla forma tozza, dall’imponenza della facciata barocca con statue che sembrano scalare il cielo, da volute e linee sui fianchi che possono richiamare le ali, da un parafulmine sul tetto che ricorda l’antenna radio, e dal campanile a vela, che può far pensare alla coda. Così come si può vedere dall’angolo tra Campo S. Maria Zobenigo e Calle delle Ostreghe. Perché invece la chiesa (non è una chiesetta) appaia aviotrasportabile ce ne vuole parecchia in più, di fantasia, e la traduzione pivaniana dei giochi di parole è desolante. La battuta gioca sulla consapevolezza del colonnello di essere prossimo a morire.

Santa Maria del Giglio, il P47Venezia, Santa Maria del Giglio (foto P.A. Pozzi)

p47Republic P47 Thunderbolt (foto Norman Graf)

Across the River and Into the Trees andrebbe riscoperto, anche solo come guida turistica per la visita di Venezia. Una nuova versione italiana, fresca e pulita, consentirebbe alla distratta critica di lasciar cadere gli inesistenti e insistiti richiami a La Morte a Venezia di Thomas Mann e le fumose interpretazioni di un testo mal tradotto e peggio compreso; consentirebbe di rivivere una guerra orrenda narrata magistralmente, l’amore per l’antica e bellissima città lagunare e l’amore – inevitabilmente smarrito e in apparenza improbabile – per una bella ragazza veneziana, che assieme hanno travolto la vita dell’autore.

Adriana Ivancich. Senza di lei non avrei avuto argomenti per scrivere questo breve articolo, come Hemingway non avrebbe avuto juices per scrivere i suoi ultimi libri.

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Piccola bibliografia

Hemingway, Ernest, Across the River and Into the Trees, Arrow Books, Random House, London 1994.

Hemingway, Ernest, Di là dal fiume e tra gli alberi, Traduzione di Fernanda Pivano, Oscar Mondadori, Milano 1986.

Hemingway, Ernest, Über den Fluss und in die Wälder, Übertragung von Annemarie Horschitz-Horst, Schutzumschlag von Adriana Ivancich, Rowohlt Verlag, Hamburg 1953.

Il Valhalla Express su San Michele al Tagliamento e Latisana

b-17 bomb

Il Valhalla Express. Fortezze volanti B-17 in azione, senza vernice (foto 47th Bomb Wing)

11 novembre 1944 Latisana

Effetto dei bombardamenti del 1944 su San Michele al Tagliamento e Latisana (foto 47th Bomb Wing)

Il Valhalla Express su San Michele al Tagliamento e Latisana

 

‘… and over came the people of the wild, blue yonder.

‘They were still taking off from the fields where they lived on that green-grassed aircraft carrier that they called England, when we saw the first of them.

‘Shining, bright and beautiful, because they had scraped the invasion paint by then, or maybe they had not. My memory is not exact about this part.

‘Anyway, Daughter, you could see the line of them going back toward the east further than you could see. It was like a great train. They were high in the sky and never more beautiful. I told my S-2 that we should call them the Valhalla Express. Are you tired of it?’

‘No. I can see the Valhalla Express. We never saw it in such numbers. But we saw it. Many times.’

 ‘… ed ecco arrivare la gente dell’ignoto, azzurro spazio[1].

‘Ancora stavano decollando dai campi dove abitavano, su quella portaerei coperta d’erba verde chiamata Inghilterra, quando abbiamo visto il primo.

‘Risplendenti, lucidi e magnifici, perché all’epoca la vernice da invasione gliel’avevano raschiata via, o forse no. Su questo non ho un ricordo preciso.

‘A ogni modo, Daughter, si potevano vedere le loro formazioni estendersi indietro verso est a perdita d’occhio. Era come un gran treno. Erano alti nel cielo e magnifici oltre ogni dire. Io dissi al mio Esse2[2] che potevamo chiamarlo il Valhalla[3] Express. Ti annoia?’

‘No. Posso vederlo il Valhalla Express. Mai con così tanti vagoni, ma l’abbiamo visto. Molte volte.’ (Traduzione di P.A. Pozzi)

Siamo al capitolo 29 del romanzo Across the River and Into the Trees, di Hemingway, magistrale per la scrittura di guerra, e avete letto una parte del dialogo in una camera dell’Hotel Gritti di Venezia tra i protagonisti, il colonnello Cantwell e la contessa Renata. In questo brano è evidente più che altrove la principale personalità di Renata, quella cioè di Adriana Ivancich, che ha ben incise nella memoria le incursioni dei bombardieri alleati[4] sui ponti tra San Michele al Tagliamento e Latisana. San Michele fu distrutta completamente, Latisana al 75%. Anche la casa di Adriana, la villa Mocenigo Ivancich di San Michele, fu rasa al suolo. I ponti furono solo danneggiati.

A buon motivo Hemingway battezzò Valhalla Express il lunghissimo convoglio aereo che bombardò a tappeto le linee naziste in preparazione dell’invasione del territorio nazionale tedesco: fu la cruentissima occasione per spedire innumerevoli combattenti al palazzo di Odino… Il nome è tragicamente inadatto per la versione allestita contro gli obiettivi bellici in Italia, dato che le vittime furono quasi esclusivamente civili, vecchi, donne e bambini.

Di quei bombardamenti Adriana ci offre un ricordo diretto al capitolo 12 – Black Horse del suo libro di memorie La Torre Bianca:

(…) E ripensai a quella notte, a San Michele.

Svegliata da alte grida mi ero affacciata alla finestra ed ero rimasta a guardare incantata le grandi, silenziose luci che scendevano lente dal cielo a illuminare un paesaggio di fiaba. Poi un altro grido: ‘Scendi subito! Gli aerei… bombardano…’ ed ero corsa giù per le quattro rampe di scale, giusto in tempo per arrivare a pianterreno al sibilo e boato della prima bomba, piuttosto lontana.

Poi un altro sibilo e un altro boato, più vicini. Ed altri ancora, e le forti mura della casa tremarono e alcuni vetri tintinnarono e si infransero, si udì lo scricchiolare e lo spezzarsi dei rami delle vecchie querce.

Nella sala, costantemente illuminata dalle forti luci lanciate dagli aerei in picchiata per meglio individuare il ponte sul Tagliamento, c’erano solo donne. Unico maschio Jackie, che a quel tempo aveva dieci anni. Tutte pregavano. La Gigia snocciolava un rosario inginocchiata a terra e, forse ricordando la prima volta che, giovane contadina, era entrata in quella casa, rivolgeva a noi bambini sguardi amorevoli. Pina, la cuoca della zia, da sotto il grande tavolo guardava verso la sua padrona piagnucolando: ‘Contessa mia aiuto! Vergine Santa aiuto!’ Le sue litanie furono interrotte da un urlo di Linda, la guardarobiera: ‘No, no!’. Infilandosi il rosario al collo come fosse una collana: ‘Io non sto qui ad aspettare d’essere sepolta viva!’ aveva gridato ed era corsa fuori. Il suo corpo fu ritrovato sotto il grande castagno, colpito da uno spezzone.

Un altro episodio, dal capitolo 21 – Attesa, riguarda il fratello Gianfranco, appena dimesso dall’ospedale di Venezia dove gli avevano curato una ferita riportata nella guerra in Africa con Rommel:

Queste fughe notturne non passarono inosservate e appena possibile fu dimesso dall’ospedale. Accompagnò mio padre a San Michele proprio in uno dei giorni in cui ci fu un bombardamento a tappeto. Scapparono in bicicletta, giusto in tempo. A un certo momento Gianfranco saltò giù dalla bicicletta, si gettò in un fosso, pancia a terra, braccia incrociate sopra la nuca. Giusto in tempo. Mio padre lo riportò a Venezia, vivo, con 36 schegge nella schiena e 7 in testa.

Non è difficile trovare altre testimonianze, per esempio nel volume di Enrico Fantin Vicende belliche nel Latisanese, che riporta quel che scriveva nel suo diario il parroco di Latisana, mons. Riccardo Barbina:

14 maggio 1944

Alle ore 22.30, su Latisana, numerosi razzi con luce vivissima.

Cominciano i bombardamenti, intermittenti, fino alle 23.45.

Sono sorpreso in casa, solo con le domestiche, senza riparo. Si prega e si trema. Un morto per paralisi cardiaca. Diverse case distrutte. Qualche piccolo incendio. Il ponte ferroviario, mira dei bombardamenti, leggermente colpito. A S. Michele al Tagliamento, parecchi morti. È l’inizio, e l’allarme è vivissimo. L’indomani ci dovrebbe essere la prima rogazione. Ma quest’anno non si fanno sia per il panico generale, e sia perché qua e là ci sono delle bombe inesplose ed il percorso sarebbe pericoloso.

Tosto comincia lo sfollamento, da parte delle famiglie più agiate in previsione di guai maggiori.

 19 maggio 1944

Continua, ciononostante, la preparazione dei bimbi alla prima comunione; che è fissata per domenica prossima 21 maggio. Ma, purtroppo, non si potrà fare. Il 19 maggio, venerdì dopo l’Ascensione, sto preparando i ricordi per i bambini. Quando suona l’allarme. Passano pochi istanti che si sente il rombo cupo dei bombardieri pesanti.

I due cappellani scappano in bicicletta, e fanno appena in tempo a gettarsi in un fosso fuori dell’abitato, salvi per miracolo dalle bombe che cadono vicine. Le domestiche si rifugiano di corsa nel campanile. Io resto solo bloccato in casa. Sono in ginocchio nel sottoscala.

Alle 10.55 cominciano gli schianti infernali. Sussulta il terreno, s’infrangono i vetri, suona da sé il campanello, cadono calcinacci, si scardinano porte e finestre. Tre minuti soli: spaventosi, apocalittici. Poi esco, sconvolto, esco a vedere le rovine. Quale immane catastrofe.

Diversi epicentri del disastro.

Piazza Osof e adiacenze (…). I morti, nelle strade, massacrati, specie nelle vie Vittorio, Egregis Gaspari (…)

A tanto dolore possiamo oggi accostare qualcosa di curioso e divertente. A chi si è un poco interessato alla storia di Ernest e Adriana, non può sfuggire la coincidenza: le Quattro Strade (piazza Osof/piazzale Osoppo) e due dei rami di quel crocevia (via Vittorio Veneto e via Egregis Gaspari) sono tra gli epicentri del bombardamento del 19 maggio 1944, così come la villa Mocenigo Ivancich, i due punti focali della vicenda d’amore tra Ernest Hemingway e Adriana Ivancich, a Latisana e a San Michele al Tagliamento. Tenete ora presente quella via Egregis Gaspari. Al capitolo 45, l’ultimo, di Across the River and Into the Trees si legge:

They were on the old road that he knew so well (…)

Erano sulla vecchia strada che conosceva tanto bene (…)

Dal libro non risulta alcun motivo per cui il colonnello Cantwell dovesse conoscere quella strada. Ma Ernest la conosce molto bene. Si tratta della provinciale 7 che portò lui, che arrivava in Buick da Fraforeano di Ronchis, a incontrare Adriana alle Quattro Strade, e gli cambiò la vita. Proprio la via Egregis Gaspari di Latisana. Nel romanzo ora il colonnello la percorre al contrario, sempre su una Buick, per morire al quarto colpo d’infarto accanto al ritratto di Renata/Adriana. Poi l’autista Jackson, con a bordo il suo colonnello morto, invertirà la marcia, facing south toward the road juncture that would put him on the highway that led to Trieste (fronte a sud verso il crocevia che l’avrebbe messo sulla statale che portava a Trieste). Verso le Quattro Strade, ancora e sempre.

* * *

Piccola bibliografia

Fantin, Enrico, Vicende belliche nel Latisanese. Dai saccheggi napoleonici alla seconda guerra mondiale, Ed. La Bassa, Latisana 1994.

Hemingway, Ernest, Across the River and Into the Trees, Arrow Books, Random House, London 1994.

Ivancich, Adriana, La torre bianca, Mondadori, Milano 1980.

[1] Wild blue yonder, titolo dell’inno dell’aviazione militare americana (USAF), di cui questi sono i primi due versi: Off we go into the wild blue yonder, Climbing high, into the sun, …

[2] Ufficiale addetto alle informazioni.

[3] Nella mitologia nordica, il palazzo dove Odino accoglieva le anime degli eroi uccisi in battaglia.

[4] 61 incursioni, secondo le versioni più diffuse.

L’aveva scritto prima Ernest

Quatre-Bras-Map

Mappa di John Fawkes, BritishBattles.com

L’aveva scritto prima Ernest

  

‘Will you tell me some true things about Paris? I love it so much and when I think of you taking it, then, it is as though I were riding in this gondola with Maréchal Ney.’

‘A no good job,’ the Colonel said. ‘Anyway, not after he fought all those rear-guard actions coming back from that big Russian town. He used to fight ten, twelve, fifteen times a day. Maybe more. Afterwards, he couldn’t recognize people. Please don’t get in any gondolas with him.’

‘He was always one of my great heroes.’

‘Yeah. Mine too. Until Quatre Bras. Maybe it wasn’t Quatre Bras. I’m getting rusty. Give it the generic title of Waterloo.’

‘Was he bad there?’

‘Awful,’ the Colonel told her. ‘Forget it. Too many rear-guard actions coming back from Moskova.’

 

‘Ti va di raccontarmi qualcosa di vero su Parigi? L’amo tanto che quando penso a te che la prendi, be’, è come se fossi in gondola col Maréchal Ney.’

‘Non è un buon affare,’ disse il colonnello. ‘A ogni modo, non dopo tutti quei combattimenti di retroguardia durante la ritirata da quella grande città russa. Era costretto a combattere dieci, dodici, quindici volte al giorno. Forse anche di più. Dopo, non era in grado di riconoscere la gente. Non salire mai in gondola con lui, per piacere.’

‘È sempre stato uno dei miei grandi eroi.’

‘Già. Anche dei miei. Fino a Quatre Bras. Forse non era Quatre Bras. Mi sto arrugginendo. Assegniamogli il titolo generico di Waterloo.’

‘Si è comportato male laggiù?’

‘Terribile,’ le disse il colonnello. ‘Lasciamo perdere. Troppe azioni di retroguardia nella ritirata dalla Moscova.’ (Traduzione di P.A. Pozzi)

Siamo al cruciale capitolo 13 del romanzo Across the River and Into the Trees, di Hemingway. Avete letto una parte della conversazione in gondola tra i protagonisti, la contessa Renata e il colonnello Cantwell, che cita Quatre Bras: è il luogo della battaglia persa contro inglesi e olandesi dal Maresciallo Ney che però, bloccandoli, ha consentito la contemporanea vittoria di Napoleone – l’ultima dei francesi – contro i prussiani di Blücher, presso la vicina Ligny, durante la campagna di Waterloo.

Nel dicembre del 1948, prima della totale riscrittura del libro, Hemingway aveva avuto il suo primo incontro con Adriana Ivancich a un incrocio di Latisana che già aveva un nome, piazzale Osoppo, ma che doveva assumerne uno più importante, storico-letterario oltre che intimo, cioè noto soltanto a loro due nel significato nascosto. Ed ecco che Quatre Bras compare in Across the River, romanzo ispirato da Adriana che ha il suo punto chiave proprio in quell’incrocio di Latisana. Più tardi, nel 1980, Quatre Bras troverà la sua trasposizione italiana e friulana, Quattro Strade, un nome che nessuno aveva mai usato, ma che Adriana registra nel suo libro La Torre Bianca, come se fosse il nome noto a tutti per quel crocevia.

Ora lo è.

Quatre Bras: luogo della prima battaglia della campagna di Waterloo (16-18 giugno 1815), nell’attuale Belgio, un incrocio tra le strade Bruxelles-Charleroi (attuale N5) e Nivelles-Namur (attuale N93). L’ultimo incrocio del Maresciallo Ney.

Quattro Strade: incrocio nel Friuli Venezia Giulia tra le strade Venezia Mestre-Trieste (attuale statale 14) e Latisana-Codroipo (attuali provinciali 7 di Latisana e 39 del Varmo). L’ultimo incrocio del colonnello Cantwell e di Ernest Hemingway, la road juncture che ha deciso il percorso finale della sua vita.

È del tutto possibile che Hemingway pensasse all’incrocio di Latisana nel momento in cui fissava sulla carta le ultime gesta del Maresciallo Ney; e alle battaglie di retroguardia del Maresciallo, che non c’entravano affatto con la campagna di Waterloo, può aver associato quelle del proprio passato di relazioni. È l’epoca delle conversazioni con Adriana a passeggio sui masegni di Venezia, in qualche modo riflesse in quelle tra Cantwell e Renata, e sono sicuro che quell’incrocio sia tornato spesso nel gradito e felice ricordo dei due complici, colorandosi di Quatre Bras e Quattro Strade, tra i codici della loro strana intimità; strana perché a tutti noi estranea, percepibile soltanto da quanto Ernest e Adriana hanno lasciato scritto, e certamente non dal gossip né dalle chiacchiere dei bene informati. Adriana l’ha lasciato scritto trent’anni dopo Ernest, nel suo libro di memorie La Torre Bianca, nella prima pagina:

Uscita dal paese mi fermo vicino all’incrocio delle quattro strade. Sono in anticipo. Vado a curiosare nella vetrina del negozio  all’angolo: bulloni, chiavi inglesi, zappe, secchi infilati uno nell’altro. Una volta i secchi erano di rame e luccicavano.

Dopo un’ora o due di attesa, la Buick di Ernest passa a raccogliere Adriana. Da lì parte il racconto della relazione della ragazza con Hemingway, che parla con lei un paio di pagine più avanti:

‘Carlo mi ha detto che abiti oltre il fiume.’

‘Sì, oltre il fiume.’

‘Ricordo la casa. Ricordo i grandi alberi. Ci sono passato durante l’altra guerra. Truly sorry che in questa noi americani l’abbiamo distrutta. I hope you will be able to forgive us.’

È una bugia, non saprei se di Ernest o di Adriana che la trascrive, dal momento che Hemingway nella Prima Guerra Mondiale non era mai stato a est del Piave, ma la bugia si limita al racconto ‘aggiustato’ di fatti veri.

Dalle Quattro Strade parte il racconto di Adriana nella Torre Bianca, dalle Quattro Strade parte l’azione di Across the River and Into the Trees, alle Quattro Strade finisce la piccola epopea del colonnello Cantwell. Chissà come viene la traduzione in francese di Quattro Strade… Quatre Bras?

Comunque l’aveva scritto prima Ernest.

 

* * *

 

Piccola bibliografia

Hemingway, Ernest, Across the River and Into the Trees, Arrow Books, Random House, London 1994.

Ivancich, Adriana, La torre bianca, Mondadori, Milano 1980.

AMEG III

001

Ettore Sottsass e Fernanda Pivano

AMEG III

Ad Maiorem Ernesti Gloriam, III

Appunti sul libro Io e Ernest. Pivano – Hemingway sul filo di un amore, di Guido Guerrera (Minerva, Argelato 2017).

Osservazioni in generale

. Questo è il terzo articolo di appunti su nuove pubblicazioni che abbiano per argomento la biografia e le opere di Ernest Hemingway. Trovate il primo, sul lavoro di Richard Owen Hemingway e l’Italia, nel mio blog Il volo della pispola, all’indirizzo

https://ilvolodellapispola.wordpress.com/2017/07/21/ernest-hemingway-4/

Il secondo, sul volume di Andrea di Robilant Autunno a Venezia – Hemingway e l’ultima musa, lo trovate all’indirizzo

https://ilvolodellapispola.wordpress.com/2018/04/28/ernest-hemingway-7/

. Ho conosciuto Guido Guerrera nel 2011, al 13° Coloquio Internacional Ernest Hemingway dell’Avana, dove entrambi eravamo relatori. Mi si presentò come “amico, studioso ed estimatore di Fernanda Pivano”, della quale stava scrivendo una biografia. Il mio punto di vista sulla Pivano era ed è radicalmente diverso dal suo, e glielo dissi francamente. Guerrera osservò che avevo “un ego gigantesco”, whatever that means.

. Io e Ernest è evidentemente il frutto del lavoro cui Guerrera accennava nel 2011, ed è definito “storia di un’amicizia che fu quasi amore”. Non si tratta di una biografia o di un saggio, dal momento che non ci sono note, né tantomeno una bibliografia di riferimento. Forse la si potrebbe definire una fantabiografia, ma l’autore è presentato in aletta posteriore con le parole della stessa Fernanda Pivano come «uno dei massimi esperti della vita e delle opere di Ernest Hemingway in Italia»; viene anche ricordata la sua costante e attiva presenza al biennale convegno di Cuba “in cui si riuniscono i massimi studiosi mondiali del grande scrittore americano”, e così il lettore è indotto a prendere il testo per oro colato. Scrivere recensioni non è il mio mestiere, però, avendo acquistato un libro che immaginavo rientrare nella mia sfera di studio, e avendolo letto attentamente, mi sembra opportuno rendere disponibili i miei appunti agli interessati.

. Lascio ad altri giudicare il valore del libro, dove comunque la sensibilità di Fernanda Pivano ai pensieri e ai sentimenti di Ernest è largamente immaginata. L’immaginazione è presente in tutto il libro, assieme all’estesissimo prestito da biografie note, rimescolato e alterato a uso di un inventato racconto in prima persona di Fernanda ed Ernest.

. Fernanda viene ringiovanita di dodici anni, forse per metterla in concorrenza con l’Adriana Ivancich realmente amata da Hemingway, ed è la “signorina Pivano” anche quando è sposata con Ettore Sottsass, che non compare mai e che invece è sempre stato presente agli incontri tra Ernest e Fernanda, essendo autore della quasi totalità delle fotografie che li ritraggono, assenti nel libro. Nella foto di copertina Ettore è stato tagliato e sottratto allo sguardo di Fernanda, sostituito da un Ernest in altre faccende affaccendato.

. Gli appunti sono trascritti in ordine di lettura, potrebbero essere smentiti da fonti a me sconosciute e riguardano osservazioni, discrepanze e a volte particolari minimi come i refusi.

Piero Ambrogio Pozzi

* * *

Io e Ernest

Pag. 10

“Era una incantevole giornata di settembre e io con i miei vent’anni la facevo ancora più bella.”

Nel settembre del 1949, epoca della prima visita a Venezia, Fernanda Pivano aveva 32 anni.

Pag. 12

“«Tell me about the Nazi», mi aveva subito sparato in faccia prima che mi riprendessi dall’emozione che mi faceva tremare le gambe e la voce. Non riusciva a dimenticare l’orribile impressione che gli aveva procurato, molto tempo prima, il nostro tirannello locale e comunque mostrava orrore per ogni forma di dispotismo.”

Non mi pare da Pivano definire il Duce “tirannello locale”. Ricordiamo che era stata iscritta con incarichi operativi al GUF (Gruppo Universitario Fascista, che Pivano scriveva GVF, con la V di DVX) e che alla fine della guerra aveva nascosto ai partigiani Ettore Sottsass, tenente della Divisione alpina Monterosa, inquadrata nell’esercito della RSI. Lo racconta lo stesso Sottsass nel suo Scritto di notte.

Pag. 13

“Qualcuno gli aveva detto che avevo avuto dei guai a causa del suo romanzo bandito dalle librerie durante il regime, e che per le mie idee ero stata portata via dai soldati.”

Il romanzo di Ernest Addio alle armi non era stato bandito dalle librerie perché non era stato ancora stampato né tradotto. La traduzione di Fernanda Pivano sarebbe apparsa soltanto nel 1949, preceduta nel 1945 dalla traduzione di Bruno Fonzi pubblicata abusivamente dalla Jandi Sapi di Roma, e nel 1946 da quella di Dante Isella, Giansiro Ferrata e Puccio Russo stampata dalla Ghilda del Libro a Lugano e da Mondadori in Italia. Pivano non è mai stata portata via dai soldati, ma si era presentata spontaneamente alla Gestapo, presso l’Albergo Nazionale di Torino, per scagionare con successo il fratello fermato per accertamenti. Lo racconta la stessa Pivano in Leggende americane.

Pag. 13

“Stava stappando la riserva speciale di un Amarone, vino che Papa amava moltissimo.”

Non mi è mai capitato di incontrare un Amarone, vino importante e strutturato, nelle esplicite preferenze di Ernest. In Across the River il colonnello Cantwell, suo alter ego, ama il semplice Valpolicella in fiasco, vino umile di pronta beva: “I believe that the Valpolicella is better when it is newer. It is not a grand vin and bottling it and putting years on it only adds sediment.” (Across the River and Into the Trees, cap. 12)

Pag. 17

“A vent’anni come avrei potuto esserne meno fiera?”

Aveva 32 anni.

Pag. 18

“Salimmo le gradinate del ponte dei Sospiri e facemmo un lungo giro tra i vicoli…”

Il ponte dei Sospiri ha qualche scalino e collega ambienti chiusi, il Palazzo Ducale e le Prigioni Nuove. Che c’entra?

Pag. 18

“Non avrei potuto sbagliarmi: entrando nel caffè di Cipriani, una ragazza che poteva avere più o meno la mia età, lo trafisse con uno di quei lunghi sguardi da diva del cinema dell’epoca e accavallò generosamente e senza apparente motivo le interminabili gambe. Notai che Ernest le stava andando incontro con espressione estasiata e con quel sorriso vagamente ebete comune a tutti gli uomini «fall in love».”

Una frase, riferita ad Adriana Ivancich, esageratamente perfida anche per la Pivano. Adriana aveva comunque 13 anni meno di Fernanda. L’inglese è sbagliato.

Di seguito, alle pagine 19 e 20, una descrizione di Adriana che trovo francamente disgustosa. Capisco che la sua eroina sia Fernanda, ma che male ha mai fatto Adriana a Guerrera? Cito da pag. 20: “Emanava segni d’intelligenza? Ecco, su questo punto il mio naso fiutava a più non posso come un cane da tartufi abituato a un profumo preciso, ma costretto a lanciare al suo padrone sguardi desolati dopo aver scavato inutilmente”. Secondo Guerrera Adriana era totalmente scema.

Pag. 20

“Uno dei ragazzi, quello appiccicato come un francobollo senza più colla a quella giovane donna così attraente e tanto indifferente tranne che a se stessa, era il fratello di Adriana, l’unico che conoscesse già Ernest. «Come va, Gianfranco?», gli chiese in italiano Papa stringendogli con vigore la mano. «Ricorda a tuo padre che domattina alle quattro in punto lo aspetto sul molo da dove una barca ci porterà a Torcello.”

Gaffe colossale, e Guerrera la fa fare a Fernanda Pivano. Il papà di Gianfranco e Adriana era stato assassinato quattro anni prima da pseudo partigiani.

Pag. 21

“Quando ci alzammo tra un gran rumore di sedie e il tintinnare dei numerosi bicchieri pericolosamente ondeggianti sul tavolo, attratto nell’orbita della irresistibile mole di Papa, Adriana lo baciò sfacciatamente sulla bocca.”

Guerrera fa parlare Fernanda, ma di Adriana non ha capito niente.

Pag. 25

“Quella stessa notte lessi il romanzo che trovai bellissimo.”

Guerrera si deve confrontare con Andrea di Robilant, che nel suo Autunno a Venezia scrive: “Hemingway l’aveva invitata poi a salire in camera e le aveva consegnato il dattiloscritto completo, intimandole di non abbandonare la stanza senza prima averlo letto per intero. La Pivano finì all’alba, esausta, e cercò in tutti i modi di non far vedere il suo disappunto. La storia del colonnello Cantwell e della sua ragazza, così palesemente ispirata ad Adriana, proprio non la convinceva.”

La mia opinione è ancora diversa. Non so immaginare cosa Pivano abbia potuto afferrare nella lettura di quella notte, nella lingua che non conosceva a sufficienza da ricavarne una traduzione decente. È una affermazione pesante ma l’ho abbondantemente provata altrove, per esempio nella mia relazione per Hemingway and Italy, riportata in bibliografia.

Pag. 25

“Era furioso e scrisse subito al graduato che in qualche modo gli aveva fatto da modello per la storia, senza che l’interessato neppure lo immaginasse.”

Immagino che il modello fosse il generale Lanham. I “graduati” sono caporali e simili, di grado inferiore ai sottufficiali.

Pag. 25

“… grazie a un amico tipografo che possedeva uno dei primissimi toner Xerox, una fotocopia alla redazione del giornale…”

La Xerox è nata nel 1958, come Haloid Xerox. La prima fotocopiatrice xerografica, la 914, è del 1959. La diffusione in Italia è successiva.

Pag. 42

“Sarei una sciocca se non riuscissi ad ammettere che me ne ero un po’ innamorata, e tradirei la verità se tacessi come per il suo crescente interesse nei miei riguardi arrivò a dichiarare i suoi sentimenti con serie proposte di matrimonio.”

A furia di ripetere la balla di Hemingway che voleva sposare la Pivano, qualcuno finirà per crederci.

Pag. 45

“Credo che non esista al mondo una elegia del mare, delle sue insidie e dell’avventura dell’uomo in quell’elemento che superi la grandezza di quelle pagine, se escludiamo l’Odissea che è un poema e non un romanzo breve.”

Sono più o meno le parole usate da Bernard Berenson a commento di The Old Man and the Sea. Valeva la pena di citarlo.

Pag. 46

“Volle sapere tutto e mi annunciò che mi sarei occupata della traduzione di Di là dal fiume e tra gli alberi, ma sottolineò ancora una volta che per la pubblicazione in Italia avremmo dovuto aspettare un po’ per evitare di danneggiare involontariamente una persona cui lui voleva bene. La persona era la stessa che da qualche mese aveva messo radici alla Finca, la bella ventenne veneziana, di cui Ernest si era invaghito e che aveva finito per considerare la sua musa ispiratrice.”

Pivano andò in visita alla Finca nel 1956, quindi Adriana Ivancich non era più presente da ben cinque anni. Adriana era davvero la musa ispiratrice, non lo era diventata per ottusa autoconvinzione di Hemingway.

Pag. 46

“Insomma, la storia romantica del colonnello Caldwell e di Renata…”

Refuso per “Cantwell”.

Pag. 47

“Arrivammo alla Finca Vigia a bordo della Buick guidata da René Villareal, il factotum di casa.”

Refusi per “Vigía” e “Villarreal”.

Pag. 56

“Lo ammiravo come si ammira un dio di bronzo, simile al busto che un bravo artista cubano aveva scolpito per sistemarlo in un angolo del caffè La Florida…”

Pare che quel busto sia stato posato nel 2003.

Pag. 59

“Mancava una settimana alla mia partenza per l’Italia…”

L’autore fa citare a Fernanda una teoria di personaggi celebri che avrebbe incontrato alla Finca, lasciando intendere un lungo soggiorno. Cita ancora Adriana, che c’era stata cinque anni prima, cita Marlene Dietrich… Mary Welsh, nel suo How it Was, non fa parola di una permanenza di Fernanda Pivano, tantomeno lunga. Ci sono pochissime foto della visita di Pivano, tutte relative alla stessa giornata, tutte opera dell’onnipresente Sottsass che in una lunga permanenza ne avrebbe scattate decine, come faceva di solito. Osservate questa:

Hemingway e Pivano alla Finca

È una evidente posa per Sottsass. Ernest è abbigliato come chi è stato sorpreso da una visita imprevista: non avrebbe mai ricevuto una persona di riguardo praticamente in mutande. Fernanda ha la borsetta, come se fosse appena arrivata o sul punto di andarsene, o tutt’e due.

Pag. 60

“La stessa sensazione di stravolgimento che aveva rimescolato i sensi al giovane Ernest, la volta che durante la traversata sull’Île de France era rimasto abbagliato da quella creatura da sogno.”

L’episodio del primo incontro tra Ernest Hemingway e Marlene Dietrich è noto, e mal copiato da qualche biografia. Era il 1934, e la nave non era l’Île de France, ma il transatlantico Paris. Un incontro che servirà da spunto all’incipit del capitolo 13 di Across the River, ma questo Fernanda, traducendolo, non l’ha mai capito.

Pag. 63

“Dopo la visita di Marlene Dietrich che portò una ventata di esotismo e di novità alla Finca, apparve Adriana Ivancich accompagnata da suo fratello Gianfranco.”

Dopo il 1951, Adriana non apparve mai più alla Finca. Del tutto fuori luogo i commenti fatti esprimere a Fernanda alla pag. 64 seguente, contro la presenza a casa di Ernest nel 1956 “dell’alito dolciastro della nobiltà, che sa di cioccolatini andati a male, di troppo profumo per nascondere il vago lezzo di ammuffito. I modi affettati, le ‘erre mosce’, il finto filantropismo possono procurarmi seri problemi d’orticaria.”

Pag. 63

“Bella come un cavallo o un proiettile sparato.”

Evidente citazione dalla traduzione errata di Fernanda Pivano dell’incipit del capitolo 13 di Across the River, che Pivano immagina relativo a Renata e che recita nell’originale: “She looks as lovely as a good horse or as a racing shell”. Peccato che sia invece riferito alla gondola veneziana che il colonnello Cantwell sta contemplando, col significato “È bella come un buon cavallo o come una barca da corsa”. Enzo Biagi, nell’articolo sul Corriere della Sera per la vigilia di Natale del 1998, prese lo stesso abbaglio.

Pagg. 64 e seguenti

Guerrera scrive pagine arbitrarie che mescolano Ernest, Fernanda, Mary e Adriana seduttrice, con perfino la citazione di una poesia di Adriana – vera – per gli scopi, ripeto, arbitrari, dell’autore.

Pagg. 69 e seguenti

Guerrera cannibalizza La Torre Bianca di Adriana per far raccontare da Ernest a Fernanda il suo primo incontro con Adriana.

Pag. 72

“Il jet compì una virata ampia, elegante, con la punta rivolta verso l’alto…”

Nel 1956 Pan Am operava sui voli transatlantici con aerei a elica DC-6 e DC-7.

Pagg. 75 e seguenti

Ernest racconta a Fernanda la storia della sua vita sentimentale, da Agnes von Kurowski a Hadley Richardson, Pauline Pfeiffer, Jane Mason, Martha Gellhorn e la prostituta Leopoldina. Non l’ha mai fatto.

Pag. 87

Mi sembra di vederti alle prese con la tua bilancina di precisione e i percussori marca Fiocchi, …”

Sono capsule o inneschi, non percussori.

* * *

Bibliografia

Hemingway, Ernest, Across the River and Into the Trees, Arrow Books, Random House, London 1994.

Hemingway, Ernest, Selected Letters 1917-1961, Edited by Carlos Baker, Panther Books, London 1985.

Ivancich, Adriana, La torre bianca, Mondadori, Milano 1980.

Pivano, Fernanda, Leggende Americane, Bompiani, Milano 2011.

Pozzi, Piero Ambrogio, Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana, Comune di San Michele al Tagliamento 2016.

Pozzi, Piero Ambrogio, The Italian Translation of Across the River: Will It Ever Reach the Juncture?, in Hemingway and Italy – Twenty-First-Century Perspectives, edited by Mark Cirino and Mark P. Ott, University Press of Florida, Gainesville, Florida 2017.

Sottsass, Ettore, Scritto di notte, Adelphi, Milano 2010.

Welsh Hemingway, Mary, How It Was, Alfred A. Knopf, New York 1976.

AMEG II

Ernest e Mary sul Morosini 6.6.1954

AMEG II

Ad Maiorem Ernesti Gloriam, II

Appunti sulla biografia Autunno a Venezia, Hemingway e l’ultima musa, di Andrea di Robilant (Corbaccio, Milano 2018).

Osservazioni in generale

. Questo è il secondo articolo di appunti su nuove pubblicazioni che abbiano per argomento la biografia e le opere di Ernest Hemingway. Trovate il primo, sul libro di Richard Owen Hemingway e l’Italia, nel mio blog Il volo della pispola, all’indirizzo

https://ilvolodellapispola.wordpress.com/2017/07/21/ernest-hemingway-4/

. Autunno a Venezia è molto più dettagliato e definito della biografia di Owen, dal momento che non si limita, come apparirebbe dal titolo, al rapporto tra Ernest Hemingway e Adriana Ivancich, ma esplora la circostante galassia Hemingway attingendo dalle innumerevoli biografie apparse nel tempo, come e più del lavoro di Owen. Inoltre si avvale di una ricerca sulle raccolte epistolari negli archivi sparsi tra Stati Uniti e Italia, e si giova dell’arte del pettegolezzo generalmente bene informato, tradizionale nell’alta società, per rendere accattivante e fluido il racconto, spesso aggiungendo passaggi al confine tra il vero e il verosimile. L’uso che di Robilant fa di quest’arte è talvolta malizioso.

. Diversamente da Owen, che per primo ha radunato le informazioni relative all’Hemingway italiano senza aggiungere nulla di nuovo, di Robilant si è impegnato a cercare e trovare molti particolari inediti, utilizzandoli da scrittore per consegnarci un libro di piacevole lettura. Viene da chiedersi dove abbia preso una tale dovizia di dettagli: molti non li poteva conoscere, dal momento che non era presente. Si può accettare, perché di Robilant ha l’accortezza di non definire il suo lavoro un saggio. Ma nemmeno lo definisce un romanzo. Rimane dunque una ambiguità di fondo.

. Una pecca del lavoro di Andrea di Robilant sta nel considerare le biografie (penso per esempio ai saggi di Carlos Baker e alle memorie di René Villarreal) come attendibili, mentre non sempre lo sono. Ma soprattutto di Robilant non prende in considerazione l’espressione letteraria del sentimento di Ernest per Adriana, autentica e diffusa in Across the River and Into the Trees, in The Old Man and the Sea e in una significativa e obliata poesia che Ernest ha scritto per il 21° compleanno di Adriana, tradotta atrocemente per Mondadori. Considero questa carenza una curiosa combinazione, perché così Autunno a Venezia risulta complementare ai miei lavori, che di quella espressione letteraria si occupano. Mi riferisco per esempio all’e-book Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana e all’articolo La traduzione italiana di Lines to a Girl 5 Days After Her 21st Birthday, che potete trovare all’indirizzo

https://ilvolodellapispola.wordpress.com/2017/04/12/ernest-hemingway-2/

La fonte prima di informazioni sulla storia di Ernest e Adriana è nelle opere scritte da Ernest e Adriana, a disposizione di tutti, ma inspiegabilmente a nessuno è mai venuto in mente di leggerle e confrontarle con metodo, prima di me, e nemmeno a Owen e di Robilant, dopo di me. C’è parecchio da scoprire, per esempio che l’autunno di Ernest passato a Venezia e accanto ad Adriana fu prodigo di nuovi sentimenti e di fervida ispirazione per la sua arte; una vera trasfigurazione. Ciò che non trasmettono il titolo, Autunno a Venezia, complice anche l’automatica, involontaria e fuorviante associazione con Morte a Venezia di Thomas Mann, né la foto di copertina, con un Ernest invecchiato in posa, post-veneziano, né il testo. Venezia e Adriana sono state trasfigurazione, nuova vita. Declino e malinconia sono venuti dopo.

. Non sono d’accordo con la rappresentazione quasi agiografica della figura di Fernanda Pivano traduttrice che, come il traduttore delle poesie, sugli ultimi libri di Ernest ha fatto solo danni. Della Pivano persona ricordo il perfido necrologio sul Corriere della Sera per Adriana Ivancich – probabilmente non noto a di Robilant – rivelatore della non sincera amicizia di Fernanda per Ernest, se mai amicizia c’è stata. Il testo del necrologio era stato ricavato da precedenti scritti su Adriana, come quello citato da di Robilant all’inizio della pag. 74. Nanda non buttava via niente.

. Criticabile l’impostazione grafica della copertina.

. Gli appunti sono ordinati secondo la successione dei capitoli del libro, potrebbero essere smentiti da fonti a me sconosciute e riguardano osservazioni, discrepanze e a volte particolari minimi come i refusi. Spero comunque che possano essere utilmente considerati per le ristampe e le traduzioni di un libro interessante come Autunno a Venezia.

Piero Ambrogio Pozzi

* * *

Prologo

Pag. 9

“Viveva con il marito, il conte Rudolf von Rex…”

Da fonti familiari ho più spesso la grafia inglese “Rudolph”, Rudolph Karl Graf von Rex.

Pag. 9

“È sepolta in un piccolo cimitero vicino alla casa della mia famiglia. La lapide di marmo peperino riporta una scritta in stile gotico: «Adriana Gräfin von Rex». Sulla tomba, sempre ben tenuta, crescono piante mediterranee: edera, alloro, bosso, pitosforo e mirto.”

Il cimitero è quello di Porto Ercole al Monte Argentario, in provincia di Grosseto. Non è piccolo. Piccolo è il campo dove Adriana è sepolta, riservato agli stranieri. La lapide non è di marmo peperino ma di normale marmo bianco, coperto di leggere formazioni vegetali verdi. La scritta non è in stile gotico ma simile al lapidario romano e, sotto un monogramma di Cristo, recita:

ADRIANA GRÄFIN von REX

IVANCICH-BIAGGINI

4 gennaio 1930      24 marzo 1983

Tomba di Adriana

1 – Il molo dei Mille

Pag. 26

“Hemingway approfittò del breve soggiorno a Stresa per portare Mary in gita a Pallanza, un porticciolo pittoresco sulla riva opposta del lago.”

Dire “sulla riva opposta del lago” situerebbe Pallanza sulla riva lombarda, rispetto a quella piemontese di Stresa. Sarebbe meglio dire “sulla riva opposta del golfo Borromeo”.

2 – La via per Cortina

Pag. 32

“La Pivano, dopo aver curato nel 1944 la traduzione di Spoon River sotto la supervisione di Cesare Pavese, …”

La prima pubblicazione dell’Antologia di Spoon River è del 1943.

Pag. 33

“Ma l’accordo prevedeva che a firmarlo lo fosse il fratello maggiore, Franco Pivano.”

Refuso per il “lo” di troppo.

Pag. 36

“Il Vate era stato un eroe di gioventù di Ernest: Il fuoco, romanzo ispirato alla grande passione per Eleonora Duse, era uno dei suoi libri preferiti.”

Manca nel testo qualsiasi riferimento al Notturno di D’Annunzio, fondamentale per la scrittura di Across the River and Into the Trees.

3 – Venezia

Pag. 50

“In fondo al paese, la strada sterrata e molto stretta, piegava a sinistra e seguiva l’argine lungo la sponda sud del Piave.

Secondo la direzione media del corso del Piave, in diagonale sulla carta geografica, quella sarebbe la sponda sud-occidentale, ma si potrebbe semplicemente definire la “sponda destra del Piave”.

Pag. 51

“…non lontano da dove scrissero Mr Byron, Mr Browning (il poeta, non il produttore di armi) e Mr D’Annunzio (Gabriele), poeta, drammaturgo, romanziere ed eroe nonché uomo di merda…”

Se “uomo di merda” è il traducente di jerk, come si trova nell’originale di Across the River, il termine è un po’ eccessivo. Ma forse con Pivano Hemingway è stato più esplicito.

Pag. 53

“Ernest accampò la scusa di un improvviso raffreddore di Mary per declinare l’invio all’ultimo momento.”

Refuso per “invito”.

Pag. 58

“Il vecchio ponte era alla sua destra; a sinistra, più in alto, la grande ansa del fiume.”

Il ponte di barche (o di cassoni galleggianti) di Fossalta è stato costruito dalla famiglia Zamuner nel 1951, quindi all’epoca non c’era. In precedenza la famiglia gestiva un pontone per il traghetto, che prima ancora si faceva con barche. Un ponte vero non c’è mai stato.

Pag. 61

Cominciava a far buio quando lui e Carlo rifecero la strada verso la riserva dei Franchetti. A Latisana si fermarono per prendere Adriana Ivancich, un’amica di Nanuk anche lei invitata alla caccia in valle, la sua prima. Adriana li aspettava all’incrocio del paese. Era lì da ore, completamente bagnata dalla pioggia.”

Dal racconto di Adriana non risulta che facesse buio, aspettava da meno di due ore, la pioggia non era così forte e poteva ripararsi contro il muro di una casa all’angolo.

Pag. 63

“… a due passi da Santa Maria in Formosa.”

“In” sembra un refuso, non ci vuole.

4 – Villa Aprile

Pag. 77

“Sembrava «una fetta di fegato marcio» osservò Mary impietosamente, «sforacchiata con una calibro 7 da venti metri».”

Mary non si riferiva al calibro dell’arma (un calibro 7 praticamente non esiste) ma alla misura dei pallini da caccia. I pallini del 7 (#7 nel testo originale di Mary Welsh) hanno un diametro di 0,100” (2,54 mm) e sono adatti per fagiani e anatre minori. «… sforacchiata con pallini del 7 da venti metri». Vedi per esempio https://it.wikipedia.org/wiki/Pallini_da_caccia.

Pag. 78

Ernest e Mary. Mary col moretto veneziano. Da Harry's Bar o su un transatlantico francese, particolare

“Hemingway scelse come regalo per sua moglie un piccolo moro di ebano con diamanti e un rubino incastonati.”

Penso che si potrebbe definire il piccolo moro della foto con il suo nome, “moretto (veneziano)”, di tradizione simile a quello fiumano (di Fiume, ora in Croazia).

Pag. 79

“Ogni tanto [Ernest e Adriana] prendevano una gondola con il felze, la cabina coperta, alla stazione di Santa Maria del Giglio.”

Questi ripetuti episodi mi sembrano improbabili. È successo, una sola volta, in Across the River con Cantwell e Renata, e indubbiamente nella finzione quella gondola era provvista di felze, ma all’epoca le gondole pubbliche il felze non lo avevano più, e comunque nella realtà non credo che Adriana – allora minorenne – avrebbe mai accettato di salirvi. Adriana nella Torre Bianca dichiara di non essere mai andata in gondola con Ernest, e io le credo.

5 – Finca Vigía

Pag. 86

“In Italia si era disegnato da sé un gonfalone per non essere da meno dei suoi amici aristocratici. Il disegno era semplice: tre picchi di montagne sopra lo scudo di una tribù di indiani d’America. I tre picchi rappresentavano il Wyoming, il Montana e l’Idaho – i suoi stati preferiti – mentre lo scudo simboleggiava il suo presunto sangue cheyenne. Completavano il disegno tre linee orizzontali che ricordavano il rango di capitano, che si era meritato (a suo avviso) partecipando a due conflitti mondiali.”

Altrove, per esempio secondo Norberto Fuentes, i tre picchi sono riferiti ai Monts di Parigi, Montparnasse, Montmartre e Sainte Geneviève, ma anche alle tre colline della Finca, benché io non ricordi di averle viste. Lo scudo (che come tale avrebbe la punta in basso) sarebbe in realtà una punta di freccia della tribù Ojibway del Michigan, mentre al grado di capitano erano equiparati i corrispondenti di guerra che accompagnavano le truppe nella Seconda Guerra Mondiale (embedded reporters). Anche Martha Gellhorn e Mary Welsh avevano quel grado. In mancanza di un riscontro univoco sul significato dei simboli, sarebbe opportuno richiamare le varie ipotesi.

 Stemma della Finca

Pag. 88

“Altro ospite abituale era Juan Dunabeita, capitano della marina mercantile…”

Refuso per “Duñabeitia”.

Pag. 93

“Hemingway amava una frase di Rudyard Kipling: «Un uomo ha una sola verginità da perdere e là dove la perde il suo cuore rimarrà». E lui la sua «verginità» l’aveva persa a Fossalta di Piave nell’estate del ’18. Questo, più di ogni altra cosa, spiegava il suo attaccamento al Veneto.”

Secondo me Hemingway si riferiva alla verginità dello spirito, e quella l’aveva persa meno di un anno prima con Adriana.

Pag. 97

“Nel piazzale vicino all’ingresso della propietà ogni anno piantava le sue tende un piccolo circo equestre.”

Refuso per “proprietà”.

Pag. 102

“Cantwell, sofferente di cuore, si spegne lungo una stradina di campagna non lontano da Fossalta, dove lo stesso Hemingway aveva quasi perso la vita da ragazzo.”

Ho dimostrato nel mio Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana che Cantwell si spegne sulla strada che da Latisana porta a Codroipo. Aveva fatto svoltare a sinistra l’autista, alle Quattro Strade di Latisana, dalla statale che porta a Trieste. Quella è la strada che Cantwell/Hemingway “conosceva tanto bene”, dal momento che è la stessa, percorsa al contrario, che aveva portato Ernest al primo incontro con Adriana, e che idealmente aveva seguito il disertore tenente Frederic Henry in Addio alle armi.

 

6 – Al Ritz

Pag. 109

“I grandi olmi lungo gli Champs Elysées avevano perso le foglie…”

Erano e sono platani.

Pag. 119

“Gli Hemingway trascorsero la sera di Capodanno all’Hotel Savoy, sul lungomare di Nervi.”

Hotel Savoia Beeler, a circa 200 metri dal mare, in un parco. Non può essere sul lungomare, che a Nervi è occupato dalla ferrovia.

Pag. 121

“Dopo pranzo, mentre gli ospiti nella biblioteca bevevano il caffè, si udirono forti colpi di arma da fuoco. Nanuk, il suo amico Tiberto e Simba si divertivano a fare il tiro a segno contro una campana con fucili calibro 22.”

I colpi dei fucili calibro 22 non sono forti.

Pag. 122

“Vennero portati fuori altri fucili, incluso un pesante calibro 477 che il barone Raimondo aveva usato per cacciare elefanti in Africa orientale.”

Non ho trovato un calibro 477. Forse .476 o .577?

Pag. 125

“Le scrisse un biglietto di commiato molto lusinghiero dicendo di sapere e di capire quanto lei fosse diventata importante per Hemingway. Da quel momento Hotchner divenne un grande sostenitore di Adriana all’insaputa di Mary. Ernest fu molto contento di avere finalmente un alleato.”

Sicuramente in privato Hotchner fu alleato di Ernest, ma in pubblico tenne sempre le parti di Mary. Hotchner è sempre stato reticente sulla vera storia di Ernest e Adriana finché Mary era in vita, ma anche dopo non ha mai raccontato tutto quello che gli era noto, pur essendo la persona maggiormente informata. Immagino che i suoi interessi siano ancora legati al ramo americano della famiglia Hemingway, più che al ramo veneziano.

Pag. 128

“Certo, con i suoi modi esagerati e la sua propensione a raccontare frottole, Afdera era spesso esasperante; ma Hemingway le voleva bene lo stesso.”

Ne dubito. Come scrisse a Hotchner, “meglio essere di notte su un caccia senza altimetro e a corto di benzina che essere tirato in storie simili da donnette fuori di testa.”

Pag. 132

“Hemingway l’aveva invitata poi a salire in camera e le aveva consegnato il dattiloscritto completo, intimandole di non abbandonare la stanza senza prima averlo letto per intero. La Pivano finì all’alba, esausta, e cercò in tutti i modi di non far vedere il suo disappunto. La storia del colonnello Cantwell e della sua ragazza, così palesemente ispirata ad Adriana, proprio non la convinceva.”

Nonostante avesse avuto a disposizione il libro originale per quindici anni, prima di consegnare la traduzione, Pivano non ha mai capito che nella parte più scabrosa (capitoli 13 e 14 di Across the River) la storia non era ispirata ad Adriana. Non so immaginare cosa abbia potuto afferrare nella lettura di quella notte, nella lingua che non conosceva a sufficienza da ricavarne una traduzione decente. È una affermazione pesante ma l’ho abbondantemente provata altrove, per esempio nella mia relazione per Hemingway and Italy, riportata in bibliografia.

Pag. 141

“Dopo il «tutti a bordo», l’Île de France finalmente salpò…”

“Tutti a bordo” o “Visitatori a terra”?

7 – Una belva in agguato

 Pag. 142

“… e a sorpresa, il colonnello Charles Sweeney, soldato di ventura e vecchio amico di Ernest, che, assieme a Lanham, aveva ispirato la figura del colonnello Cantwell.”

Charles Sweeney era il nome del pilota dell’aereo che sganciò l’atomica su Nagasaki, mentre l’amico di Hemingway si chiamava Charles Sweeny.

Pag. 147

“Quell’espressione che ripeteva di continuo e che suonava come il ritornello di un vecchio rimbambito, «How do you like it now, gentlemen», era stata addirittura scelta come titolo dell’articolo.”

Si tratta di una espressione che si potrebbe anche definire colta, ripresa da un lavoro del secondo duca di Buckingham, George Villiers, e usata come codice d’intesa con Ernest anche da Marlene Dietrich, per esempio. Non credo che Ernest la usasse tanto frequentemente da apparire rimbambito.

Pag. 148

“Soffriva, in realtà, di un disturbo piuttosto comune: era la solita crisi di un uomo di mezza età innamorato di una ragazza molto più giovane di lui, e che però non voleva lasciare la moglie. Nulla di nuovo, dunque.”

Questa è una affermazione troppo banale e semplicistica. La passione non era stata scatenata solo dalla freschezza e dalla avvenenza di Adriana, ma soprattutto dall’incontro con i punti di vista sinceri e disinteressati di una ragazza di grande pulizia morale e intellettuale, innocente al limite dell’imprudenza. Poteva essere scatenata anche da una Adriana con qualche anno in più, secondo me.

Pag. 149

“La lettera era firmata «A.E. Hemingstein-Ivancich», un modo per lui di sottolineare la fusione ideale delle loro identità. Era completamente imbambolato.”

Anche questa affermazione è troppo superficiale. Hemingway non era un imbecille. In fondo Adriana gli ha fatto scrivere Across the River , The Old Man e quella famosa travisata poesia. Altro che imbambolato.

Pag. 160

“Adriana e sua madre salparono finalmente da Venezia a bordo della Luciano Manara, una motonave che trasportava passeggeri e merci…”

La Luciano Manara partì da Genova, con primo scalo a Napoli, come quattro anni più tardi avrebbe fatto la Francesco Morosini, un’altra motonave della Sidarma, che riportava a Cuba Ernest e Mary separandoli per sempre da Adriana.

8 – «Balliamo»

Pag. 171

“Verso sera passò la littorina per l’Avana, carica di braccianti che tornavano dalle piantagioni di canna da zucchero di Matanzas.”

Secondo il racconto di Adriana quel treno che sbuffava e sferragliava portava a Matanzas, non all’Avana, sulla linea di servizio per le piantagioni di canna da zucchero. Mi sembra arduo identificare quello scassato treno cubano senza porte con una littorina, una automotrice diesel esclusivamente italiana.

Pag. 176

Le avventure di René con Adriana mi sembrano troppo fantasiose. Figuriamoci se la madre Dora non se ne sarebbe accorta!

Pag. 180

“Finirono da Ciori, un locale a La Playa…”

Grafia errata per “Chori”. Adriana ne ha sbagliate parecchie, nella Torre Bianca.

Pag. 187

“Mary, Dora e Adriana sarebbero andate in aereo a Key West e da lì avrebbero preso la nuova Buick gialla di Pauline per arrivare a Gulfport, nel Mississippi, dai genitori di Mary.”

La Buick era di proprietà degli Hemingway, lasciata a Key West per qualsiasi evenienza.

9 – Idillio del mare

Pag. 191

“Robert Cantwell, l’amaro colonnello in Di là dal fiume, era morto per un colpo al cuore nella sua automobile su una strada sterrata nel Veneto.”

Era morto dopo quattro consecutivi e contati colpi al cuore. La strada era in Friuli, quella che da Latisana porta a Codroipo; non asfaltata all’epoca, ma non era una strada di campagna. “Strada secondaria”?

10 – Safari

Pag. 214

“Per i marlin giganti, invece, Hemingway suggeriva di spostare la troupe al largo della costa del Perù.”

Non mi risulta che fosse un suggerimento di Hemingway.

Pag. 218

Adamo faceva correre la Lancia come una scheggia su per i tornanti dei Pirenei. Viertel e il suo gruppo seguivano con difficoltà.”

I tornanti dei Pirenei? Da Saint-Jean-de-Luz a Irún?

Pag. 218

“Gianfranco, il più giovane del gruppo, ci teneva a correre con i tori ma siccome beveva fino a tardi senza tornare mai in albergo, finiva per addormentarsi sul marciapiede davanti al caffè e al mattino nessuno era in grado di svegliarlo. Solo il quarto giorno riuscì ad alzarsi in tempo e la corsa fu un’esperienza talmente entusiasmante che avrebbe voluto ci fosse una ricorrenza di San Fermín almeno ogni mese.”

È andata davvero così?

Pag. 240

“Il giorno dopo, Hemingway e Hotchner erano nella Lancia Aurelia con Adamo diretti a Milano. L’appuntamento con Adriana era a Nervi ai primi di giugno per un ultimo saluto prima della partenza per Cuba.”

Secondo Nancy Ann Doyle e Neal B. Houston l’incontro fu una sorpresa di Adriana.

Pag. 240

“…tanto che fu necessario un intervento delle forze dell’ordine per disperdere la folla.”

“Folla” è una parola grossa.

Pag. 241

“Hemingway gli raccontò in dettaglio del suo viaggio in Africa, della sua «moglie» Makamba.”

Refuso per “Wakamba”.

Pag. 242

“«Vuole solo farsi bello davanti alla nuova fidanzata» disse ad Adriana brontolando.”

Forse di Robilant intendeva “disse a Mary”.

Pag. 243

“Adriana intanto aspettava Ernest a Nervi.”

C’era anche Dora, la madre, con lei.

11 – La enfermedad

Pag. 250

“«Sono preoccupato per A.» si legge in un post scriptum, «vorrei tanto che tu mi dessi notizie: buone o cattive che siano »”

La frase non è in un post scriptum, ma nel corpo della lettera a Gianfranco Ivancich del 7 gennaio 1959.

Epilogo

Pag. 255

Rudolf > Rudolph?

Pag. 256

“Il 24 marzo 1983, Kai Rex trovò Adriana impiccata al ramo di un grosso ulivo della loro proprietà.”

Adriana morì la sera, all’ospedale di Orbetello.

Post scriptum

Pag. 257

“Il convegno si chiuse con un ottimo pranzo di pesce offerto dagli Ivancich a La Bella Venezia, un ristorante a Latisana raggiungibile a piedi dalla villa, che Hemingway conosceva bene.”

Il convegno si aprì il primo giorno, sabato 1° ottobre 2016, con il pranzo alla Bella Venezia e in altri locali di Latisana e San Michele al Tagliamento, che avevano un menu dedicato. Il pranzo alla Bella Venezia era a pagamento, offerto dagli Ivancich ad alcuni loro ospiti. Non si trattava dello stesso ristorante noto a Hemingway, che non esiste più e che si trovava in via Vendramin, di fronte alla canonica del Duomo di Latisana.

Pag. 258

“Prima di arrivare al parcheggio mi fermai al semaforo di un incrocio che per qualche ragione mi sembrava familiare. Capii che mi trovavo esattamente nel luogo dove nel novembre 1948 Adriana aveva aspettato a lungo sotto la pioggia che la Buick blu di Hemingway sbucasse dall’oscurità.”

La ragione, già scritta nel mio libro Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana, l’avrei spiegata io al pubblico nella conferenza Ritorno a San Michele, quello stesso pomeriggio, presso il Municipio di San Michele al Tagliamento. Il testo della conferenza si trova nel mio blog, all’indirizzo https://ilvolodellapispola.wordpress.com/2017/05/31/conferenze-2/.

Non era novembre, ma il pomeriggio di venerdì 10 dicembre 1948. La Buick era azzurra.

Nota Bibliografica

Pag. 260

“Berenice Kert”.

Refuso per “Bernice”.

Pag.261

“…prima di me si sono cimentati tra gli altri Pier Ambrogio Pozzi, autore dell’ebook Il fiume, la laguna e l’isola lontana…”

Refuso per “Piero Ambrogio Pozzi”. Il titolo dell’ebook ha le maiuscole all’americana, per ricalcare il titolo originale proposto da Ernest ad Adriana per la sua raccolta di poesie: Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana.

Pag. 261

Hemingway’s Cuban Son (Kent State University Press, 1990), le memorie di René Villareal…”

Refuso per “Villarreal”.

Pag. 261

Papa: A Personal Memoir (Haughton Mifflin, 1976), il breve ritratto…”

Refuso per “Houghton”.

* * *

Bibliografia

DeFazio, Albert J. III, edited by, Dear Papa, Dear Hotch, The Correspondence of Ernest Hemingway and A.E. Hotchner, University of Missouri Press, Columbia, Missouri 2005.

Doyle, Nancy Ann, e Houston, Neal B., A Final Meeting with Adriana Ivancich at Nervi, in The Hemingway Review, Vol. VIII, No. 1, Fall, Ada, Ohio 1988.

Fuentes, Norberto, Hemingway en Cuba, Editorial Letras Cubanas, Ciudad de La Habana, 1984.

Hemingway, Ernest, Across the River and Into the Trees, Arrow Books, Random House, London 1994.

Hemingway, Ernest, Selected Letters 1917-1961, Edited by Carlos Baker, Panther Books, London 1985.

Ivancich, Adriana, La torre bianca, Mondadori, Milano 1980.

Pivano, Fernanda, Leggende Americane, Bompiani, Milano 2011.

Pozzi, Piero Ambrogio, Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana, Comune di San Michele al Tagliamento 2016.

Pozzi, Piero Ambrogio, The Italian Translation of Across the River: Will It Ever Reach the Juncture?, in Hemingway and Italy – Twenty-First-Century Perspectives, edited by Mark Cirino and Mark P. Ott, University Press of Florida, Gainesville, Florida 2017.

Welsh Hemingway, Mary, How It Was, Alfred A. Knopf, New York 1976.

Dal Ponte della Delizia al mare: il Tagliamento di Hemingway

Basi lavoro Ernest e Adriana

Dal Ponte della Delizia al mare:

il Tagliamento di Hemingway

Ernest non era mai stato sul Ponte della Delizia[1], il Tagliamento non l’aveva mai visto, ma doveva aver sentito qualcosa in fondo all’anima, quando in Addio alle armi vi fece arrivare il tenente Frederic Henry, sbandato nella ritirata di Caporetto durante la Prima Guerra Mondiale. Trent’anni dopo quello sarebbe diventato il fiume della sua vita: sulla sponda sinistra, a Latisana, avrebbe incontrato Adriana Ivancich, il suo ultimo amore, quello vero; sulla sponda destra, a San Michele, avrebbe osservato le rovine della casa di Adriana, la villa Mocenigo-Ivancich di là dal fiume e tra gli alberi abbattuta dai bombardieri alleati che con più di 60 incursioni avevano tentato invano di distruggere i ponti sul Tagliamento. La distruzione di Latisana e, soprattutto, di San Michele, era invece riuscita molto bene. Le valli lagunari in prossimità di Caorle, tra la foce della Livenza e quella del Tagliamento[2], avrebbero visto la caccia alle anatre dove Ernest e Adriana iniziarono la loro intesa. Le grandi spiagge a sinistra della foce del Tagliamento avrebbero accolto l’insediamento a spirale di Lignano Pineta, nato negli anni ’50 del secolo scorso. Hemingway vi fu invitato in occasione della sua ultima visita in Italia, nel 1954, l’anno dell’ultimo incontro con Adriana, l’anno del Nobel; era reduce dal drammatico safari in cui, dopo un doppio incidente aereo, fu creduto morto. Era davvero malconcio, ma preferì andare da Adriana, piuttosto che all’ospedale…

1917. In quest’anno è situata la narrazione di Addio alle armi, romanzo uscito nel 1929 e basato sia sulle esperienze personali di Ernest, sia sulle notizie raccolte dallo scrittore nella sua prima vita da giornalista. Vi troviamo elementi della biografia di Ernest dell’anno successivo, il 1918, quando prestò servizio nei reparti di ambulanze dell’ARC (American Red Cross), e l’8 luglio restò ferito gravemente a Fossalta di Piave, quando la Seconda Battaglia del Piave – o Battaglia del Solstizio – era ormai finita.

La prima traduzione italiana, di Bruno Fonzi, apparve nel 1945 come edizione abusiva della Jandi-Sapi di Roma. La seconda, di Dante Isella, Giansiro Ferrata e Puccio Russo, nel 1946, per i tipi della Ghilda del Libro a Lugano e di Mondadori a Milano. La terza e più conosciuta, di Fernanda Pivano, nel 1949, sempre presso Mondadori.

Seguiamo Hemingway nei panni del tenente Frederic Henry. È la ritirata di Caporetto. Da un accantonamento immaginato presso la Villa dei Conti di Trento a Dolegnano[3], tra Udine e Gorizia, il tenente si dirige verso il Tagliamento, la prima linea di difesa nella pianura sulla strada di Venezia. Una marcia caotica, nella fiumana di sbandati e di reparti ancora in assetto di combattimento, ma privi di ordini precisi. Il primo incontro col Tagliamento avviene sull’attuale Statale 13 Pontebbana, al Ponte della Delizia, a quel tempo in legno, tra Codroipo a est e Valvasone a ovest. Il fiume era in piena e, all’estremità del ponte verso Casarsa e Pordenone, c’era un posto di blocco dei carabinieri, col compito principale di individuare gli ufficiali superiori che avevano abbandonato il proprio reparto, per fucilarli sul posto. Non è il caso del tenente, ma il suo accento americano può addirittura farlo scambiare per un infiltrato tedesco in uniforme italiana. Frederic fiuta l’imminente pericolo e ha la prontezza di gettarsi dal ponte nell’impetuosa corrente. Le fucilate dei carabinieri lo inseguono senza effetto. Ecco che il primo incontro col Tagliamento è con un fiume di salvezza, che resterà per Ernest un fiume di vita.

Non si sa da quanto tempo si è in un fiume quando la corrente si muove rapida. Sembra lungo e può essere molto corto. L’acqua di piena era fredda e passavano molte cose che erano state spazzate via dalle sponde quando il livello si era alzato. Ero fortunato ad avere un pesante tronco al quale aggrapparmi, e stavo disteso nell’acqua ghiaccia col mento appoggiato al legno, tenendomi con entrambe le mani come meglio potevo. (Addio alle armi, trad. P.A. Pozzi)

Quel tronco d’albero aiuterà il tenente a stare a galla senza stancarsi troppo, poi un salice sulla riva sinistra, con i suoi rami sottili e resistenti, gli fornirà l’appiglio per trascinarsi all’asciutto. Più o meno di fronte a San Vito al Tagliamento, cioè all’altezza della Pieve di Rosa[4]. Il tenente, che vuole raggiungere Mestre e poi Milano, si mette in cammino verso Latisana, dove all’epoca c’erano gli unici ponti prima del mare. Incrociando reparti in marcia, zoppica per fingersi ferito. Percorre le campagne di Camino al Tagliamento, Varmo e Ronchis. Il tenente racconta che quel giorno attraversò la pianura veneta. Era la pianura friulana, ma perdoniamo Hemingway, che ancora non conosceva il posto di persona. Segue verso sud il Tagliamento evitando i centri abitati e attraversando due improbabili strade ferrate (che avrebbero presupposto inesistenti ponti sul Tagliamento) per arrivare finalmente alla vera ferrovia Venezia-Trieste, tra una flag-station, verso Palazzolo dello Stella e Trieste, e un ponte, verso Latisana e Venezia. Cercando oggi sulle carte e sulle viste satellitari di Google una possibile flag-station, cioè una fermata a richiesta e non un passaggio a livello come nella traduzione corrente, l’attenzione si ferma sul casello di Casali Viotto[5], o sull’attuale edificio di Via Crosere 2, a Latisana[6]. Il tenente riesce a saltare su un treno militare, lento per la gran quantità di vagoni carichi di prezioso materiale bellico da sottrarre all’avanzata del nemico, e passa Latisana e il Tagliamento, verso Milano. Il passaggio, immaginato sulla carta geografica, non gli consente di notare la Villa Mocenigo di San Michele al Tagliamento, ancora intatta e all’epoca requisita per accogliere un ospedale militare.

1948. È l’anno della concreta conoscenza del fiume. La prima testimonianza di tale incontro è al terzo capitolo di Di là dal fiume e tra gli alberi [7].

Fecero una curva e attraversarono il Tagliamento su un ponte provvisorio. C’era verde lungo gli argini e c’erano uomini a pescare lungo la riva opposta, dove l’acqua correva profonda. Stavano riparando il ponte saltato in un ringhio di martelli pneumatici, e settecento metri più in là si vedevano gli edifici sfondati e le dipendenze di quella che una volta era una villa costruita dal Longhena, ora distrutta, là dove i bombardieri medi avevano sganciato il loro carico. (Trad. P.A. Pozzi)

La descrizione è dell’alter ego di Ernest, il cinquantenne colonnello di fanteria Richard Cantwell, in viaggio con l’autista sulla Buick Roadmaster d’ordinanza (sedan, berlina) verso Venezia, da Trieste dov’era di stanza, sulla Statale 14. È sottinteso che abbiano appena lasciato l’incrocio delle Quattro Strade, l’attuale Piazzale Osoppo di Latisana[8], là dove Ernest aveva incontrato per la prima volta e preso a bordo la donna della sua vita, la diciottenne Adriana Ivancich; quella volta su una Buick Roadmaster sua personale (convertible, cabriolet o decappottabile).

Il Tagliamento diventa protagonista al centro della movimentata vita di Ernest, tanto da essere ripetutamente sottinteso e citato nel titolo e nel testo del romanzo ispiratogli da Adriana, Di là dal fiume e tra gli alberi, scritto dopo sette anni di inaridimento della vena letteraria. Sette anni precisi, dall’entrata degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale, nel dicembre del 1941, all’incontro con Adriana, nel dicembre del 1948. Ernest sapeva essere preciso, e ce lo ricorda nel libro successivo, Il vecchio e il mare, sempre ispirato da Adriana, quando nell’incipit specifica che il vecchio pescatore Santiago, ancora un suo alter ego, inverosimilmente non catturava un pesce esattamente da 84 giorni! Sostituite i mesi ai giorni, ed ecco che sono certificati (84 : 12 = 7) i sette anni in cui Ernest scrittore non riusciva a catturare parole…

Ernest aveva passato il Tagliamento almeno un’altra volta, prima dell’incontro con Adriana venerdì 10 dicembre 1948, ma solo a partire da quel giorno avvenne la fusione nel pensiero e nella ispirazione dello scrittore tra le Quattro Strade di Latisana, il Tagliamento, la Villa Mocenigo-Ivancich di San Michele e la Valle di San Gaetano presso Caorle, una delle due ambientazioni principali, con Venezia, del romanzo Di là dal fiume e tra gli alberi. Nel libro il fiume è citato tre volte, esplicitamente o in sottinteso:

(1) Nell’attraversamento all’inizio del capitolo 3, sulla strada per Venezia, da Latisana, descritto prima.

(2) Di ritorno dalla caccia, all’inizio del capitolo 45, nel passaggio sottinteso dalla Villa Mocenigo-Ivancich di San Michele[9] verso le Quattro Strade di Latisana e, nella prima intenzione, verso Trieste. Nel testo c’è una sovrapposizione, voluta dallo scrittore, tra la casa padronale del barone Alvarito (in realtà la casa padronale della tenuta Franchetti, a San Gaetano[10]) e la villa just above, appena a monte di Latisana, dove Alvarito è stato accompagnato (in realtà la Villa Mocenigo-Ivancich in regressione temporale, quando cioè ancora aveva i viali inghiaiati e le grandi cancellate, prima del secondo conflitto mondiale). La guerra è rimossa, per rimuoverne le sciagure e gli effetti, per l’ideale epilogo con la donna della sua vita, nella sua casa. Si tratta di un passo dalla costruzione alquanto complessa, ma Ernest voleva evitare riferimenti troppo espliciti alla realtà dei luoghi e dei sentimenti, come noterete anche al punto successivo.

(3) Sempre al capitolo 45, alle Quattro Strade. Invece di proseguire per Trieste, la Buick svolta a sinistra verso nord, verso Codroipo[11], risalendo il Tagliamento. È il momento in cui Ernest fa citare strumentalmente al colonnello Cantwell le ultime parole del generale confederato Stonewall Jackson:

‘Jackson,’ disse. ‘Lo sai cosa disse il generale Thomas J. Jackson in una certa occasione? In occasione della sua inopportuna morte. Una volta l’ho mandato a memoria. Naturalmente non rispondo della precisione. Ma così è stato riportato: “Ordinate ad A.P. Hill di prepararsi all’azione.” Poi alcune altre stronzate deliranti. E poi disse, “No, no, attraversiamo il fiume e andiamo a riposarci all’ombra degli alberi.”’ (Trad. P.A. Pozzi)

È una citazione di comodo, uno specchietto per i lettori-allodola, perché non leggano il messaggio per Adriana. Il fiume c’è davvero, è il Tagliamento, e di là dal fiume, tra gli alberi, c’è la villa di Renata (il personaggio ricalcato su Adriana), il riposo proibito. Il colonnello fa fermare l’auto, si trasferisce sul sedile posteriore della grande Buick, dove c’è il ritratto di Renata, e muore. Il trasferimento al sedile posteriore segue la citazione, gli fa raggiungere Renata in immagine e l’immaginata ombra degli alberi oltre il fiume. Il colonnello muore sulla vecchia strada che conosceva tanto bene. Nel romanzo non c’è alcuna spiegazione su quella precedente conoscenza, perché in realtà la conoscenza non è del colonnello, ma dell’autore: è la strada che Hemingway aveva fatto percorrere a piedi al tenente Frederic Henry in Addio alle armi, e che poi aveva percorso sulla sua Buick per andare a incontrare per la prima volta Adriana Ivancich, nel punto dove parte l’azione di Di là dal fiume e tra gli alberi. La storia del romanzo termina dov’è iniziata, come un ciclo di rinascita o reincarnazione dell’autore, che ancora giustifica quel nome di Renata. L’ultimo respiro del colonnello è nell’aria che circonda la casa di Adriana, che è di là dal fiume, il Tagliamento, e tra gli alberi.

1954. Il 26 marzo Ernest giunge a Venezia sulla motonave Africa, da Mombasa, reduce dal disastroso safari nel quale era stato creduto morto, dopo il doppio incidente aereo presso le cascate Murchison sul Nilo Vittoria[12] il 23 gennaio, e il giorno dopo al campo di volo di Butiaba sul Lago Alberto[13], sempre in Uganda. Uno degli incontri con Adriana è documentato alla villa Kechler di Percoto[14], da Luisa e Federico, in territorio amico anti chiacchiere. Sulla strada da Venezia a Percoto si può attraversare il Tagliamento passando da San Michele e dalle Quattro Strade di Latisana. L’avranno fatto assieme quel passaggio, Ernest e Adriana? Di questo non c’è prova, ma almeno a Percoto il loro primo incontro deve essere stato rievocato e rivissuto.

Hemingway lascia Venezia alla fine di maggio. Ad aprile gli amici Kechler lo invitano non lontano dalla foce del Tagliamento, sulla riva sinistra, a visitare il cantiere di Lignano Pineta[15], che sta sorgendo seguendo l’originale planimetria a spirale dell’architetto Marcello D’Olivo. Un lotto del nuovo insediamento viene regalato allo scrittore, che però non tornerà più in Italia, contro i suoi più profondi desideri. In questo stesso anno D’Olivo progetta il nuovo Caffè Pascotto, proprio sul Piazzale Osoppo di Latisana, le Quattro Strade. Oggi l’immobile è occupato da una banca. Poco distante, al vecchio civico 3 di Via Vendramin, davanti alla Canonica del Duomo, sorgeva il ristorante Bella Venezia[16], dove è documentata la frequentazione del buongustaio Hemingway. Il vecchio edificio è stato ristrutturato e trasformato in galleria commerciale con il nuovo civico 17; un hotel ristorante con lo stesso nome esiste ora in Via del Marinaio 3, sempre a Latisana, tra le Quattro Strade e l’argine del Tagliamento[17].

1961. Il 2 luglio Ernest si suicida nella sua villa di Ketchum, Idaho[18]. Aveva acquistato quella casa nel dicembre del 1958, esattamente dieci anni dopo l’incontro con Adriana. Una costruzione isolata, across the river, di là dal fiume Big Wood, and into the trees, e tra gli alberi, come la Villa Mocenigo-Ivancich di San Michele. Come la villa italiana, si trova a circa 700 metri dal ponte stradale sul fiume[19], quindi a rischio distruzione in caso di bombardamenti mirati al ponte, secondo il criterio esposto dal colonnello Cantwell in Di là dal fiume e tra gli alberi al capitolo 3. Si può pensare che la data d’acquisto sia una semplice coincidenza, e che lo sia pure la posizione. Certamente le coincidenze sono molte e singolari, tanto da far pensare al fiume Big Wood come a un piccolo Tagliamento. E poi da Ketchum Ernest poteva andare a caccia di anatre a Silver Creek, come a San Gaetano, o a sciare a Sun Valley, come a Cortina.

1980. È di quest’anno la testimonianza di Adriana Ivancich nel libro La torre bianca, dove fissa il suo racconto del rapporto con Ernest, per cercare di contrastare l’imperante malevolo gossip. Senza successo, peraltro. In riferimento a Ernest Hemingway il Tagliamento è citato sei volte:

(1) Nel capitolo 1, Sotto la pioggia:Dalla Villa Mocenigo-Ivancich, casa sua, Adriana si sta dirigendo alle Quattro Strade, dove incontrerà Ernest per la prima volta. Solo cinquecento metri in linea d’aria, quasi due chilometri di cammino lungo le due sponde del Tagliamento.

Attraverso la strada di corsa, di corsa salgo sull’argine, belli questi tormentati riflessi verdi nel Tagliamento, chissà di che colore è l’acqua nella Valle, come dondola la mia sacca contro la spalla mentre cammino. Sono sul ponte, fra i piloni mulinano i gorghi, la mia ombra spezzata sulla ringhiera sembra tuffarsi nel fiume, ora l’ombra è scomparsa, scomparso anche il sole sotto un accavallarsi di nuvole. Peccato, avrei preferito vedere la Valle[20] con il sole.

(2) Nel titolo del capitolo 7, Across the River, che è certamente parte del titolo del nuovo libro di Ernest, scritto grazie ad Adriana, ma soprattutto richiama il Tagliamento.

(3) Nel capitolo 15, Sul ponte, quando Adriana racconta ad Ernest di aver rischiato di morire annegata, traversando a guado il Tagliamento con l’istitutrice:

«Avevo circa 8 anni. C’era Frau Lilli, allora, simpatica e sportiva. Quando mi propose di attraversare con lei il Tagliamento a guado – non sapevo ancora nuotare – mi sentii onorata. Ma anche incerta. Perché il Tagliamento è un fiume di tutto rispetto.»

(4) Nel capitolo 25, Il libro, quando a Cuba, in casa di Ernest[21], Adriana sfoglia la sua copia di Across the River and Into the Trees fresca di stampa, ed è sommersa dai ricordi:

Al posto della casa ora non più macerie, solo una distesa di ghiaia bianca. Per molto tempo non avevo trovato il coraggio di ritornare. Poi un giorno, improvvisamente, avevo preso il treno. Mentre il treno rallentava per imboccare il ponte sul Tagliamento, con uno sforzo avevo girato la testa e guardato i miei grandi alberi, giganti mutilati. Dove prima si stagliava il profilo della casa, niente. Niente. Soltanto il cielo.

(5) Nel capitolo 41, Il colonnello, quando all’Harry’s Bar di Venezia[22] un colonnello americano mitomane finge di portarle i saluti di Ernest, e la tempesta di domande:

«Alla salute!» disse il colonnello alzando il suo Martini. «È la prima volta che vengo a Venezia. Bella città. Lei ci abita tutto l’anno?»

«Non proprio tutto l’anno. In inverno vado a sciare, spesso vado in campagna…»

«…across the River?»

«Al di là del fiume se si arriva da Trieste. Al di qua se si arriva da Venezia.»

(6) Nel capitolo 52, Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana, che è il titolo proposto da Ernest per la raccolta di poesie di Adriana, poi pubblicata da Mondadori con il titolo Ho guardato il cielo e la terra. Ovviamente, il Fiume è il Tagliamento:

Anche «Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana» era un buon titolo, avevo pensato. Ma più adatto per un romanzo che per delle poesie. Sarebbe il giusto titolo per la nostra storia, partner, per quella storia che non scriverò mai, perché nessuno vi crederebbe: «Qualcuno penserà questo e qualcuno penserà quello e soltanto tu e io sapremo e saremo morti».

Quest’ultimo amaro pensiero di Ernest, incastonato da Adriana nel suo libro, ci consente un volo d’immaginazione transcontinentale.

In Di là dal fiume e tra gli alberi, al capitolo 37, il colonnello Cantwell e Renata (Ernest e Adriana) fantasticano su un viaggio da farsi con una terza Buick Roadmaster, partendo da Kansas City nel Missouri, per Saint Joseph, Chimney Rock e Scott’s Bluff nel Nebraska, quindi Torrington, la prima città del Wyoming, e poi Sheridan[23], dove deciderebbero per la destinazione finale.

Durante la permanenza di Adriana a Cuba, lei ed Ernest progettano un altro viaggio con una quarta Buick Roadmaster, questa volta esistente e gialla, da Key West in Florida fino a El Paso nel Texas, e poi per Albuquerque e Taos nel Nuovo Messico, Flagstaff in Arizona, il Grand Canyon, quindi verso nord attraverso l’Utah, con destinazione finale Sun Valley[24], nell’Idaho. Lo scandalo scoppiato nel 1951, quando ancora Adriana è a casa di Ernest, impedisce la realizzazione del viaggio a Sun Valley, fatto solo in parte sulla Buick Roadmaster gialla fino a New Orleans, e senza Ernest. Tutto questo è descritto nella Torre bianca al capitolo 38, In esilio.

Bene, anche la strada che passa per Sheridan porta a Sun Valley, adiacente a Ketchum come Latisana a San Michele al Tagliamento. Portandosi Adriana nel cuore, Ernest va a morire in solitudine a Ketchum, la destinazione finale di là dal Big Wood e tra gli alberi. Sul piccolo Tagliamento del Far West.

***

Ringrazio il prof. Vinicio Galasso, memoria storica del territorio latisanese, per informazioni sul Ristorante Bella Venezia contenute nel testo.

I luoghi citati sono tutti rintracciabili su Google Maps, copincollando le coordinate fornite in nota di chiusura per ogni menzione di località.

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[1] Ponte della Delizia 45°57’54.3″N 12°53’56.2″E

[2] Foce del Tagliamento 45°38’38.8″N 13°05’58.4″E

[3] Villa dei Conti di Trento a Dolegnano (UD) 45°59’08.7″N 13°25’17.9″E

[4] Il Tagliamento in prossimità della Pieve di Rosa (Camino al Tagliamento – UD) 45°55’08.3″N 12°55’05.0″E

[5] Il casello ferroviario di Casali Viotto (Precenicco – UD) 45°47’36.3″N 13°02’26.2″E

[6] Il casello ferroviario di Via Crosere 2, a Latisana (UD) 45°47’11.5″N 13°00’35.3″E

[7] Il ponte sul Tagliamento tra Latisana (UD) e San Michele al Tagliamento (VE) 45°46’13.5″N 12°59’51.9″E

[8] Le Quattro Strade, Piazzale Osoppo a Latisana (UD) 45°46’42.2”N 12°59’45.9”E

[9] La Villa Mocenigo-Ivancich a San Michele al Tagliamento (VE) 45°46’31.1”N 12°59’31.1”E

[10] La casa padronale della tenuta Franchetti a San Gaetano di Caorle (VE) 45°38’42.6″N 12°52’28.3″E

[11] La vecchia strada da Latisana (UD) verso Codroipo (UD) 45°46’52.2″N 12°59’41.7″E

[12] Le cascate Murchison sul Nilo Vittoria, in Uganda 2°16’42.4″N 31°41’08.4″E

[13] Il campo di volo di Butiaba sul Lago Alberto, in Uganda 1°48’30.2″N 31°20’34.5″E

[14] La villa Kechler a Percoto di Pavia di Udine, Via Prè Zaneto 7 – 45°58’25.9″N 13°19’17.0″E

[15] Lignano Pineta (UD) 45°40’07.4″N 13°06’15.7″E

[16] Posizione del ristorante Bella Venezia ai tempi di Hemingway 45°46’33.7″N 12°59’46.2″E

[17] Posizione del nuovo hotel ristorante Bella Venezia 45°46’46.4″N 12°59’40.6″E

[18] La villa di Hemingway a Ketchum, Idaho, USA 43°41’37.4″N 114°22’31.9″W

[19] Il ponte stradale sul fiume Big Wood a Ketchum, Idaho, USA 43°41’15.0″N 114°22’23.6″W

[20] La Valle Grande di San Gaetano di Caorle (VE) 45°38’55.1″N 12°54’10.9″E

[21] La Finca Vigía a San Francisco presso L’Avana, Cuba 23°04’03.8″N 82°17’46.5″W

[22] L’Harry’s Bar di Calle Vallaresso, a Venezia 45°25’56.6″N 12°20’13.8″E

[23] Sheridan, nel Wyoming, USA 44°48’10.1″N 106°57’20.8″W

[24] Sun Valley nell’Idaho, USA 43°40’15.4″N 114°22’03.0″W

Ernest Hemingway e Gianfranco Ivancich, una amicizia-scrigno

Adriana e Gianfranco presso la piscina della Finca - 1951

Ernest Hemingway e Gianfranco Ivancich, una amicizia-scrigno

Come qualcuno ricorderà, di Ernest Hemingway mi interessano soprattutto le ultime opere e i riferimenti alla sua storia d’amore con Adriana Ivancich in esse contenuti. A fine settembre di quest’anno 2017 si terranno però a San Michele al Tagliamento e a Latisana le “Giornate in Villa Ivancich”, dedicate in questa seconda edizione a Gianfranco Ivancich, fratello maggiore di Adriana. Nell’occasione pubblico questi brevi appunti per rendergli omaggio ed esprimere un punto di vista personale sulla sua amicizia con Ernest, un punto di vista basato sugli scritti di Ernest, Adriana e Gianfranco, valendomi anche delle memorie di Mary Welsh, la quarta e ultima signora Hemingway.

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Ernest restò ferito a una gamba, o a entrambe, a Fossalta, durante la Battaglia del Piave nella Prima Guerra Mondiale. Anche Gianfranco fu ferito a una gamba, nella Seconda, mentre aspettava il rimpatrio dopo la ritirata da El-Alamein e i combattimenti contro americani e inglesi in Tunisia. Forse sarà stato questo particolare a incuriosire Ernest quando sentì parlare di Gianfranco da Adriana. Fu così che chiese di conoscerlo, e lo incontrò all’Hotel Gritti, nel febbraio del 1949, due mesi dopo aver conosciuto la sorella. Fu l’inizio di una amicizia a vita, una amicizia-scrigno, destinata anche a comprendere e proteggere ciò che Ernest aveva scoperto di più prezioso in Italia: la sua musa e amore più grande, Adriana appunto.

In quel periodo Ernest stava scrivendo e riscrivendo Across the River and Into the Trees, un romanzo di amore, onore e morte su preciso sfondo storico, reso quindici anni dopo in italiano con Di là dal fiume e tra gli alberi. Il suo protagonista, il colonnello dell’esercito americano Richard Cantwell, aveva un profilo perfettamente compatibile con quello che la reciproca conoscenza gli aveva consegnato del sottotenente di cavalleria Gianfranco Ivancich. Si noti, un ex-nemico, che però aveva voluto seguire il pericoloso crinale del coraggio e dell’onore, affrontandone tutti i rischi ed evitando di trarre vantaggi personali dalla condizione di militare e partigiano: mentre anche eroi dell’ultima ora e pseudo combattenti sfilavano nelle piazze imbandierate del nord Italia, Gianfranco era impegnato a limitare le conseguenze della sconfitta sul fronte di Trieste contro le trionfanti formazioni di Tito, così come appena prima aveva contribuito ad ottenere una resa senza devastazioni del presidio militare tedesco a Venezia. Era a quel tempo inquadrato nelle brigate Osoppo del movimento di Resistenza, e in collegamento con l’organizzazione americana OSS, l’Office of Strategic Services, un servizio segreto.

Gianfranco possedeva le qualità che avevano suscitato in Ernest ammirazione perfino per l’arcinemico Erwin Rommel, comandante di Gianfranco nel secondo conflitto mondiale e uno degli artefici della disfatta italiana a Caporetto nel primo.

Ernest dunque aveva totale stima e fiducia in Gianfranco, e tramite lui riusciva a seguire da lontano il destino di quella che considerava la donna della sua vita, Adriana, senza mai superare i limiti della discrezione, senza mai caricarlo di curiosità morbose, lasciando che il suo sentimento riposasse nel cristallino scrigno dell’amicizia con Gianfranco, incompatibile con un rapporto disonesto tra Ernest e Adriana. Purtroppo innumerevoli sono state e sono le persone che non hanno mai creduto a un rapporto onesto, nonostante le testimonianze scritte nelle ultime opere e nelle lettere di Ernest Hemingway, nonostante la testimonianza offerta da Adriana Ivancich nella sua Torre bianca, denigrando Adriana con un accanimento che ha trovato campo libero di fronte al dignitoso silenzio e riserbo della famiglia Ivancich.

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Gianfranco ha cercato la sua strada a Cuba, nel periodo passato alla Finca Vigía ospite di Ernest, come funzionario della Sidarma e cimentandosi come scrittore di romanzi per Scribner, e poi nella sfortunata impresa di avviare una attività agricola in una fattoria, una Finca tutta sua. Cuba ha orientato la sua esistenza successiva, con la formazione della famiglia oggi rappresentata dalle figlie Irina e Consuelo. Il figlio Carlo, Bobo, è mancato l’anno scorso.

A Cuba Gianfranco ha raccolto da Ernest tre fondamentali attestati di stima. Certamente anche altri, ma di questi sono a conoscenza:

Il primo è la nomina a socio direttivo della White Tower Inc., la Società Torre Bianca, a pari dignità con Ernest stesso e Adriana [TB, p. 182], pur non avendo incarichi diretti nel bookmaking [DPDH, p. 111, lettera del 5 gennaio 1951 ad A.E. Hotchner], inteso sia come creazione di libri che come gioco, scommessa sul futuro, esclusiva segreta di Ernest nella sua personificazione di Hemingstein, creatura fantastica e quasi onnipotente, metà Hemingway e metà Frankenstein.

Il secondo è la confidenza circa l’esistenza di un’altra sua dimensione: The fourth dimension; nelle mie storie tento di creare una quarta dimensione, e ci riesco” gli disse Ernest. E Gianfranco commenta per noi “Non sono ancora sicuro di poter capire cosa volesse dire: noi umani viviamo in tre dimensioni, ma forse in un capolavoro si ha la sensazione di uscire dai limiti dello spazio e del tempo.” [DCK, p. 120]. Si tratta precisamente della dimensione di Hemingstein, autore dei messaggi paralleli e nascosti nel testo delle opere di Hemingway, per esempio con l’indicazione del crocevia della sua vita, la fatidica road juncture delle Quattro Strade di Latisana, luogo di nascite e rinascite.

Il terzo attestato è il dono del manoscritto di The Old Man and the Sea, come scrive Mary Welsh, che ovviamente non poteva ammettere che la reale destinataria del dono fosse Adriana, la musa all’origine di quel libro. Mary riferisce, a proposito di Ernest: “Aveva regalato il manoscritto originale di The Old Man a Gianfranco, e quando Hans Heinrich, un uomo d’affari di New York, gli scrisse se gli interessava venderlo e a quale prezzo, Ernest rispose motivando il regalo e i suoi legami con Gianfranco e la famiglia Ivancich.” [HIW, p. 310].

La stima di Ernest lo conferma dunque nel suo ruolo di depositario a volte inconsapevole di confidenze e sogni, per il suo essere uomo d’onore e galantuomo, in una parola gentiluomo.

In una specie di imitazione inconscia e indotta dal sentimento di Ernest per Adriana, si deve notare che anche Mary aveva incondizionata ammirazione e stima di Gianfranco, tanto da metterlo per iscritto in How It Was, il suo libro di memorie, per la sua prima visita a Cuba: “Ora avevamo la possibilità di conoscerlo ed entrambi [Mary ed Ernest, ndr] lo trovammo delizioso. Sottile come un cipresso, e con i profondi occhi scuri della sorella (…). Era arrivato per restare un paio di settimane, aveva detto con la sua voce piena e chiara. Nessuno di noi aveva idea che la sua visita sarebbe durata, con qualche intervallo, sette anni.” [HIW, pp. 246-247].

L’ammirazione per l’amico italiano è ancora più evidente quando, ricordandone il primo ritorno in patria, Mary scrive: “Gianfranco aveva deciso che avrebbe dovuto tornare a Venezia per occuparsi sia degli affari di famiglia che di quelli della società di spedizioni che gli dava lavoro, e la sua partenza sembrò a entrambi quasi una amputazione fisica. In quattro anni si era compenetrato così totalmente nella vita della Finca che il suo distacco fu tanto difficile quanto districare le radici intrecciate dei fiori. Noi tre eravamo alleati politici. Condividevamo i gusti nei libri, nella musica, nel cinema, condividevamo il mare come fonte di divertimento, lo spirito come lubrificante per gli attriti quotidiani. Il nostro slanciato amico veneziano sapeva come restare tranquillo nello spirito e nel fisico. Ernest diceva, «Se lo sentite, non è Gianfranco». Per Ernest era un fratello più piccolo, e – con dodici anni di meno – un fratello più piccolo anche per me. Nelle discussioni tra il padrone e la padrona di casa, la sua capacità di essere neutrale sfiorava il genio. Dietro di lui è rimasto un grande spazio vuoto.” [HIW, pp. 315-316]. Non si è dunque lontani dal vero a supporre che Mary fosse un poco innamorata di Gianfranco, con un atteggiamento dello spirito portato naturalmente a considerare il sentimento di Ernest per Adriana una cosa sagrada – una cosa sacra – come riferisce lo scrittore stesso, e ad accettarlo, senza gli accessi di gelosia suscitati dai pettegolezzi su altre avventure del marito. Solo una volta, a metà novembre del 1950, Mary ha affrontato il pericolo che sentiva imminente di un ménage à trois, risolto con la tacita assicurazione di Ernest che avrebbe rispettato la sua condizione di Mrs Hemingway, la signora Hemingway. [HIW, pp. 280-281].

***

Un volo da Venezia a Londra, e poi sulla rotta artica per San Francisco e Los Angeles, quindi a Salt Lake City e Hailey, porta Gianfranco, del ramo veneziano della famiglia Hemingway, a essere discretamente presente al funerale cattolico di Ernest a Ketchum, nel pomeriggio di giovedì 6 luglio 1961. Per trascorrere la notte prima del funerale, i parenti del ramo americano gli aprono e offrono la stanza privata e il letto del suo fratello più grande.

Piccola bibliografia

DCK – Gianfranco Ivancich, Da una felice Cuba a Ketchum, Edizioni della Laguna, Mariano del Friuli 2008.

DPDH – Albert J. DeFazio III, edited by, Dear Papa, Dear Hotch, The Correspondence of Ernest Hemingway and A.E. Hotchner, University of Missouri Press, Columbia, Missouri 2005.

HIW – Mary Welsh Hemingway, How It Was, Alfred A. Knopf, New York 1976.

TB – Adriana Ivancich, La torre bianca, Mondadori, Milano 1980.

Foto

Adriana e Gianfranco Ivancich sul bordo della piscina alla Finca Vigía (1951?).