Ritorno a San Michele

100_3056

Municipio di San Michele al Tagliamento, 1° ottobre 2016

Ritorno a San Michele

(45°46’31.1”N 12°59’31.1”E)

Piero Ambrogio Pozzi

Il romanzo di Ernest Hemingway Across the River and Into the Trees era uscito nel settembre del 1950. Nel febbraio del 1965, più di tre anni dopo la morte di Ernest, Mondadori pubblicava nella collana Medusa la versione italiana, col titolo Di là dal fiume e tra gli alberi. La versione francese usciva in maggio da Gallimard. Finché era in vita, Hemingway ne aveva impedito la pubblicazione o la sceneggiatura in italiano e francese[1] per proteggere Adriana Ivancich, la sua ispiratrice principale e modello fisico per il personaggio della protagonista, Renata. Il pubblico, assecondato dalla concorde ottusità di giornalisti, critici, studiosi e traduttori, aveva identificato nei comportamenti di Renata quelli di Adriana, subito perseguitata da maldicenze irresponsabili, che ancora durano.

Per la versione italiana il libro era stato affidato a Fernanda Pivano, che già aveva tradotto altre opere di Hemingway, in particolare Addio alle armi e Il vecchio e il mare, dopo un inizio di carriera favorito dal rapporto con Cesare Pavese. Per meglio comprendere le disavventure italiane degli scritti di Hemingway è necessario qualche richiamo alla sua storia di traduttrice.

Nel 1943, nel pieno della guerra, Einaudi aveva pubblicato l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, nella prima e ormai leggendaria traduzione della Pivano. A quei tempi Fernanda era in stretto rapporto con Cesare Pavese, che già le aveva chiesto di sposarlo e che ancora gliel’avrebbe chiesto, invano[2]. Con la sua costante e capace presenza Pavese ebbe una importanza fondamentale in quella traduzione. La tesi di laurea di Iuri Moscardi, Cesare Pavese e la traduzione di Spoon River di Fernanda Pivano, premiata a Santo Stefano Belbo nel 2012, chiarisce che Pavese ebbe modo di intervenire ripetutamente nel lavoro della Pivano in sede di correzione e revisione stilistica, e che l’ultima parola sulla versione italiana fu sua. Questa la motivazione del premio: “Tesi interessante ed originale, che affronta un tema poco indagato, se non del tutto trascurato, dalla critica accademica. Si tratta di una disamina attenta ed accurata, esaustiva e ampiamente articolata che, con cura filologica e con documenti inoppugnabili, evidenzia il poderoso intervento di Pavese nella traduzione di Spoon River operata dalla Pivano. Lo scrittore interviene, infatti, con abilità e competenza, non solo su evidenti errori di lessico, ma anche sulla struttura e sulle scelte stilistiche tanto che davvero la traduzione può essere definita «frutto di un lavoro a quattro mani».” È probabile che Pavese abbia rinunciato a comparire come traduttore o curatore del libro, con l’evidente e generosa intenzione di lanciare la carriera della persona che allora amava. Al tempo della morte di Cesare Pavese, nell’agosto del 1950, Fernanda Pivano era ormai affermata come la traduttrice ufficiale di Hemingway.

Addio alle armi aveva conferito a Pivano un’aureola di coraggio e competenza: si diceva che la Gestapo l’avesse arrestata dopo aver rinvenuto presso l’editore Einaudi di Torino il contratto di traduzione del romanzo che offendeva l’onore dell’esercito italiano, travolto dagli austro-tedeschi a Caporetto durante la prima Guerra Mondiale. Pivano stessa racconta invece, in Leggende americane[3], di come corse all’Albergo Nazionale, allora sede della Gestapo, per scagionare il fratello Franco, fermato per equivoco. Per cavarsela le bastò negare ogni addebito, né si capisce di che cosa si sarebbero dovuti offendere i tedeschi, che a Caporetto avevano vinto. Ad ogni modo Pivano non fu mai arrestata. Einaudi non pubblicò Addio alle armi ma cedette i diritti a Mondadori, che stampò la sua versione nel 1949.

Pivano aveva poi tradotto Il vecchio e il mare, uscito in Italia nel 1952, l’opera che avrebbe portato Hemingway al Premio Pulitzer e al Nobel, aggiungendo ulteriore lustro alla propria fama di americanista ed entrando nella indiscussa considerazione dell’establishment culturale italiano. La sua traduzione, malamente o mai revisionata da Mondadori, conteneva e contiene infelici scelte di traduzione, mai contestate prima delle mie segnalazioni, per quanto mi è noto.

La resa di Addio alle armi era stata di migliore qualità, credo dovuta al fatto che già esistevano due traduzioni dello stesso libro, quella del 1945 di Bruno Fonzi, stampata abusivamente a Roma da Jandi Sapi, e quella del 1946 di Dante Isella, Giansiro Ferrata e Puccio Russo, sempre per Mondadori. Isella era un filologo e traduttore, poi critico letterario e accademico della Crusca, Ferrata uno scrittore, traduttore e critico letterario, poi direttore della collana I Meridiani, Russo un traduttore storico di Mondadori. Cito dalla rivista QB della Fondazione Mondadori:

La prima edizione di Addio alle armi viene pubblicata nel giugno 1946, con una tiratura di 5934 copie, nella elegante collana “Il Ponte” (il prezzo di copertina è di 500 lire), ed è presentata a Hemingway come «a new collection […] which collects the best names in the international literary field». La traduzione è stata preparata «con devozione» da Giansiro Ferrata, Puccio Russo e Dante Isella a Friburgo, nel periodo dell’internamento in Svizzera. Le illustrazioni sono di Renato Guttuso.[4]

Pivano conosceva la traduzione di Fonzi, per averla giudicata “bella[5]. Quella di Isella, Ferrata e Russo era stata pubblicata dalla sua stessa casa editrice, ma non la trovo direttamente citata da Pivano. Così parla di una terza, pubblicata in Svizzera: “molto ricalcata su quella francese, voglio dire con lo stesso fraseggiamento di quella francese[6]: evidentemente si riferisce alla stessa traduzione Isella-Ferrata-Russo, uscita a Lugano presso la Ghilda del Libro, anch’essa nel 1946. Aveva dunque disponibili per la consultazione due versioni italiane e una francese, tre solidi riferimenti.

Perché Mondadori commissionò la versione Pivano, quando già aveva in catalogo la Isella-Ferrata-Russo? Perché Hemingway aveva potuto concordare le caratteristiche che dovevano avere i volumi delle sue opere soltanto dopo la pubblicazione italo-svizzera di Addio alle armi del 1946, e gli accordi diretti con Alberto Mondadori comprendevano la scelta del traduttore, che Hemingway fece cadere avventatamente su Pivano. Questo vale anche per Di là dal fiume e tra gli alberi, come è evidente dalla lettera del 23 marzo 1950 da bordo dell’Île-de-France, dove in più Hemingway, che aveva appena salutato Adriana a Le Havre, si riserva la scelta del disegnatore della copertina[7].

* *  *

L’attesa versione di Di là dal fiume e tra gli alberi, pubblicata senza aver subito alcuna seria revisione, fu desolante, piena della stessa varietà di errori che Cesare Pavese aveva corretto nell’Antologia di Spoon River[8]. Ma Pavese ormai non c’era più, e probabilmente nelle redazioni di Mondadori Fernanda non era amata: si possono sospettare malevole omissioni nella cura per la stampa, oppure lo staff aveva paura di inimicarsela segnalandone le pecche. Soltanto dopo 45 anni l’edizione in brossura Oscar è stata “ristampata” (tra virgolette), emendata occultamente degli errori più evidenti da un oscuro redattore che ha probabilmente attinto alle segnalazioni che avevo direttamente inviato o al mio Diario di traduzione apparso a puntate nel 2005 su Intramel, il vecchio benemerito blog di Giuseppe Iacobaci. Al Diario erano seguiti diversi altri articoli e schede su Le Reti di Dedalus, Biblit e l’Enciclopedia delle Donne online. Non sono note precedenti iniziative per riparare il guasto o per mettere in discussione il mito di Fernanda Pivano. Immagino che proprio per salvare il mito di “Nanda” – e il folto catalogo delle sue pubblicazioni – Mondadori non abbia preso in considerazione nuove traduzioni per Il vecchio e il mare e Di là dal fiume. Questa, o qualsiasi altra ragione, anche il rispetto della scelta contrattuale di Pivano come traduttrice fatta a suo tempo dall’inconsapevole Hemingway, fanno comunque torto a uno dei protagonisti della letteratura del Novecento.

La nuova copertina si distingue anche per il soggetto fotografico scelto, una triste immagine in bianco e nero di un pensionato che butta becchime ai piccioni sul molo di San Marco, con lo sfondo dell’Isola di San Giorgio Maggiore; un’assurdità firmata da ben tre professionisti, per presentare un romanzo di Amore, Onore e Morte!

Molte sviste sono state solo rappezzate, altre sono rimaste, una delle più comiche addirittura messa in quarta di copertina, come citazione dal capitolo 38: “…c’è sempre un tale silenzio quando muore un pesciolino rosso.” Una frase triste, fondamentalmente sciocca, che uno immagina come richiamo pregnante al contenuto del libro. Invece è soltanto la sprovveduta traduzione di parte del Supremo Segreto dell’immaginario Ordine Cavalleresco di Brusadelli, così rivelato dal suo fondatore, il colonnello Cantwell, per l’investitura di Renata: “Love is love and fun is fun. But it is always so quiet when the gold fish die.” Non si tratta di un pesciolino rosso, ma di pesci rossi al plurale, in greve ma sottile allegoria. Una frase a doppio senso che si può tradurre al singolare per licenza poetica, per la rima, ma con articolo determinativo, per esempio così: “L’amore è amore e lo spasso è spasso. Ma c’è sempre tanta pace quando il pesce rosso giace.” Pare che il doppio senso non sia evidente nemmeno ai madrelingua, sottile com’è. È lo stesso Hemingway a certificarlo nell’immediato commento di Renata all’investitura: – “I am very proud and happy to be a member of the Order,” the girl said. “But it is, in a way, a rather rough order.”“Sono molto fiera e felice di essere un membro dell’Ordine,” disse la ragazza. “Però, in un certo senso, è un ordine piuttosto rozzo.”

La traduzione di Di là dal fiume nell’edizione rilegata dei Meridiani è tuttora quella originale di Fernanda Pivano, che ha impedito al pubblico italiano, il più aperto alla comprensione della narrazione, di goderla appieno. I personaggi e le ambientazioni risultanti dalla versione italiana del minuzioso lavoro di Hemingway non sono riconoscibili. I più fortunati, come me che l’ho ritradotto di mia iniziativa, avrebbero potuto scoprire in una traduzione decente il filo di vicende personali, perché Hemingway ha scritto Di là dal fiume rischiando, ma insieme augurandosi, di essere compreso oltre l’intreccio grazie alla cifrata ma sincera rappresentazione di se stesso nel colonnello Cantwell, trascrizione di una vita privata sofferta, pregna di amore inespresso.

* *  *

L’inizio del capitolo 13 è un concentrato di elementi cifrati. L’episodio dell’amore in gondola sotto la coperta militare si sovrappone nel ricordo all’incontro con Marlene Dietrich nel 1934 su uno scafo più grande, il nero transatlantico Paris, con lo stesso champagne Perrier-Jouët nel secchiello del ghiaccio.[9] L’uscita sulla nera gondola comincia – guarda caso – con Cantwell che invita Renata a immaginare che si parta per una gita in carrozza al Bois de Boulogne – a Paris. Davvero un riferimento stravagante nella città che più ama, Venezia, tanto affascinante di suo da non farne venire in mente nessun’altra, normalmente. Credo dunque che si tratti di un ammiccamento a Marlene. Questa ipotesi è avvalorata dalla dedica di una fotografia di Marlene: “Papa – te lo scrivo su una fotografia così che tu non lo possa perdere tanto facilmente. Ti amo senza riserve. Ciò esclude che mi possa arrabbiare, offendere, ecc. ecc. Comprende Plein Pourvoir [fornitura completa in francese] per te riguardo me stessa. E adesso come la mettiamo, signori?”.[10] Ed è anche confortata da una lettera a Marlene del settembre 1949, poco prima che finisse la stesura di Di là dal fiume:

“Daughter, cerca per favore di stare in contatto d’ora in avanti perché sto ultimando un libro che dovrebbe essere completo tra circa tre settimane. Penso che ti piacerà moltissimo. Se ne hai piacere ti darò una copia carbone del manoscritto. Tu ci sei dentro e non c’è dentro nessun altro perché è tutto inventato. Ma è inventato bene come so fare io.”.[11]

Evidentemente Ernest non è del tutto sincero con lei, ma credo che Marlene sia davvero presente, e non può essere che lì. L’episodio, ai capitoli 13 e 14, si stacca nettamente dal resto del romanzo, introdotto da un pretesto inverosimile: la cena a due dei capitoli 11 e 12 vede svuotarsi una bottiglia di Capri bianco, una di Valpolicella e due di champagne Roederer, senza che nessuno dei due accusi traccia di ebbrezza. Vino preceduto da tre Montgomery a testa all’Harry’s Bar, praticamente gin puro. Il pretesto narrativo vale a esaurire la scorta di champagne Roederer in fresco al piccolo ristorante del Gritti, fuori stagione turistica, per far comparire quella bottiglia di Perrier-Jouët, che accompagna la coppia in gondola. Un cambio di scena etilico, con un’altra Renata. Un cambio di scena che è anche occasione per un raffinatezza letteraria. Il capitolo 13 ha nelle prime righe una citazione dalla poesia La Tigre, dai Canti dell’Esperienza, di William Blake. Questo l’incipit del capitolo:

[Mia traduzione] Uscirono sull’imbarcadero dalla porta laterale dell’albergo, e il vento li investì. La luce proveniente dall’albergo splendeva sul nero della gondola e rivelava il verde dell’acqua. È bella come un buon cavallo o come una barca da corsa, pensò il colonnello. Perché non ho mai osservato prima una gondola? Quale occhio o mano ha foggiato una simile abbrunata armonia?

Ecco la prima strofa della poesia di Blake:

[Mia traduzione] Tigre! Tigre! che bruci luminosa

Nelle foreste della notte,

Quale occhio o mano immortale

Ha saputo foggiare la tua tremenda armonia?

La nera gondola è dapprima assimilata a un buon cavallo o a una barca da corsa, e si può supporre che il riferimento sia ancora alla bruna Adriana, che Ernest chiamava Great Black Horse, il Gran Cavallo Nero. Ma subito Hemingway passa alla citazione di Blake, evocando una luminosa tigre che brucia nelle foreste della notte. Sono convinto che la sua intenzione cambi alla biondissima Marlene, che brucia felina nel buio delle sale cinematografiche e nelle notturne foreste del desiderio maschile, lei che è un sex symbol per definizione: per due capitoli palpiterà sotto la mano rovinata del colonnello Cantwell, in una scena che trasmette al lettore una tensione erotica incompatibile con l’ancora segreta femminilità di una nobile diciottenne educata rigidamente nella religione cattolica, dedita a opere di carità e mai ancora innamorata, per quanto sia bella ed esuberante come Adriana.

La citazione di Blake non risulta colta da nessun critico o biografo, finora; tanto meno come cifra o messaggio in bottiglia. Nemmeno Adriana, che scrive poesia, ne parla mai. Marlene, avvisata con quel Tu ci sei dentro…, l’avrà colta sicuramente. Adriana avrà invece notato quell’elisabettiano dark-ed col trattino, di dark-ed symmetry, reso bisillabico dal trattino come fearful, perché proprio lei aveva spiegato a Ernest che nel XVII secolo la peste aveva messo a lutto le gondole, fino allora di diversi colori e riccamente ornate.[12]

E poi, così recita la penultima strofa de La Tigre:

[Mia traduzione] Al dardeggio delle stelle,

Che di lacrime rigavano il cielo,

Sorrise a vedere l’opera sua?

Lui che fece l’Agnello ha fatto anche te?

Chissà se, citando La Tigre per Marlene, Hemingway non avrà anche pensato ad Adriana in questa penultima strofa, e in quella che è la poesia sorella di Blake, cioè L’Agnello, nei Canti dell’Innocenza. Tigre e agnello, esperienza e innocenza…

Chi ti ha fatto, Agnellino?

Lo sai tu chi ti ha fatto?

* *  *

Nel capitolo 6, passando in motoscafo sul Canal Grande davanti alla Casetta Rossa di Gabriele d’Annunzio, il colonnello Cantwell esorta Jackson, il suo autista, a leggere il Notturno, l’opera che ha sicuramente influenzato e informato Hemingway nella scrittura del suo romanzo. Ebbene, nel Notturno troviamo la Sirenetta, figlia di D’Annunzio e di Maria Anguissola Gravina contessa di Ramacca, che prepara i cartigli, le strisce di carta sulle quali il Vate scrive una sola riga di testo per volta, costretto com’è al buio dalle bende in seguito a un incidente aereo.[13] La Sirenetta poi trascrive le strisce, con una funzione liberante la scrittura del padre simile a quella di Adriana sulla scrittura di Ernest. Il nome di battesimo della Sirenetta è Eva Renata Adriana! Hemingway non può non notare la coincidenza, che diventa ispirazione: l’archetipo della donna diventa la Renata del romanzo, che è poi la sua Adriana, il suo frutto proibito. Sia il Colonnello che Ernest chiamano rispettivamente Renata e Adriana Daughter, figlia. La citazione del Notturno è una testimonianza cifrata del debito a Gabriele d’Annunzio; testimonianza di gratitudine, e non solo, per Adriana. Citando il Notturno Hemingway consente al lettore di scoprire la chiave del mistero di quel nome, Renata.

Si può verificare che il Notturno ha una struttura molto vicina a quella di Di là dal fiume. Come dice Elena Ledda nella prefazione all’edizione Garzanti del libro di d’Annunzio, “…l’opera sembra fondata su una sorta di sovrapposizione fantastica e allucinatoria di tre piani temporali che vicendevolmente si scambiano: il presente della scrittura e della malattia, il passato recente degli episodi di guerra, il passato remoto dei ricordi d’infanzia […]. E pochi ma essenziali sono gli elementi attorno ai quali si sviluppa questa narrazione frammentata: la morte, la guerra, la cecità, la donna.”. Basta sostituire alla cecità la malattia cardiaca, e il canovaccio è identico. Oltre alla struttura, anche l’ambientazione è straordinariamente simile: d’Annunzio infermo lascia fluire i suoi ricordi di guerra, vita e morte steso sul letto della Casetta Rossa, il colonnello Cantwell prossimo a morire lascia scorrere pensieri simili steso su un letto del vicino[14] Hotel Gritti, nel sestiere di San Marco, a Venezia. E spesso parlano degli stessi campi di battaglia, sul Carso, sul Pasubio, nel Basso Piave; o di sorella Morte, che per Cantwell è Thanatos, il fratello del Sonno.

Non bastasse, è noto come il giovanissimo d’Annunzio fosse attratto dalle “gemme ereditarie”[15] delle nobildonne romane, e che lui stesso, nella maturità, fu destinatario del dono di smeraldi come talismani dalla sua compagna Eleonora Duse. Anche il Colonnello riceve smeraldi-talismano, gemme ereditarie, da Renata. Un dono troppo singolare per non essere ispirato alla biografia dannunziana.

Già nel 1985 la voce isolata della scomparsa Adeline Tintner[16] aveva rivelato molte delle coincidenze che riporto a proposito di d’Annunzio. Le mie concordi osservazioni valgono a confutare i paralleli tra Di là dal fiume e La morte a Venezia di Thomas Mann, affermati in particolare da Carlos Baker[17], per una più credibile ispirazione tutta italiana.

* *  *

In Di là dal fiume si decifra il grande amore italiano di Hemingway: la vicenda del colonnello e di Renata si apre e si chiude nel punto del primo incontro di Ernest e Adriana, le Quattro Strade di Latisana[18], oggi noto come l’incrocio di Pascotto, a cinquecento metri in linea d’aria dalla villa Ivancich di San Michele al Tagliamento.

La grande Buick del colonnello, proveniente da est, da Trieste, si materializza a Latisana nel punto dove era arrivata da nord, da Codroipo, la grande Buick di Ernest, e da lì, proseguendo verso Venezia, parte l’azione del romanzo, al capitolo 3:

[Mia traduzione] Fecero una curva e attraversarono il Tagliamento su un ponte provvisorio. C’era verde lungo gli argini e c’erano uomini a pescare lungo la riva opposta, dove l’acqua correva profonda. Stavano riparando il ponte saltato in un ringhio di martelli pneumatici, e settecento metri più in là si vedevano gli edifici sfondati e le dipendenze di quella che una volta era una villa costruita dal Longhena , ora distrutta, là dove i bombardieri medi avevano sganciato il loro carico.

L’ispirazione è chiarissima, la vicenda parte dal luogo dell’incontro di Ernest con Adriana: dall’ultimo lembo del Friuli il colonnello entra nel Veneto passando il Tagliamento, vede la villa distrutta di Renata e, tuffandosi lungo la strada nei ricordi di gioventù sul fronte del Piave e del Sile, entra per tre giorni nella sua vita, come in un sogno, che abbandona staccandosi dal Veneto alla fine del terzo giorno, alla fine della caccia in valle alle anatre, nelle botti.

La fine del sogno del colonnello è sullo sfondo di questo vostro territorio. Secondo la mia ricostruzione dei suoi immaginari spostamenti, dal casone di Valle Grande, a nord di Caorle, il colonnello accompagna sulla Buick il barone Alvarito (personaggio ispirato a Nanuk Franchetti) alla casa padronale di San Gaetano, a tre chilometri e mezzo di distanza; poi, passando per Sindacale e Lugugnana, raggiunge a San Michele la statale 14 per Trieste. Nei capitoli 43-44 di Di là dal fiume c’è una sovrapposizione di immagini: è la casa padronale di San Gaetano quella che corrisponde alla distanza di sicurezza indicata dal colonnello (6 miglia, 10 chilometri dagli obiettivi militari più vicini); si trova infatti a circa sedici chilometri sia dalla stazione di Portogruaro che dai ponti sul Tagliamento, ma è ancora la villa bombardata di San Michele a corrispondere alla descrizione del libro, essendo “appena a monte” di Latisana (just above[19]) se facciamo riferimento al centro della città, il campanile del duomo, e al corso del fiume.

Una sovrapposizione e una regressione temporale, secondo quella che è la mia convinzione: la villa è descritta con grandi cancelli e il vialetto inghiaiato, com’era prima che arrivassero i bombardieri alleati. La guerra è rimossa, per rimuoverne le sciagure e gli effetti, per l’ideale epilogo con la donna della sua vita, nella sua casa.

È da lì che Cantwell può riprendere immediatamente la strada per Trieste. Ripassa il Tagliamento, entra in Latisana, arriva alle Quattro Strade e fa svoltare a sinistra verso nord, verso Codroipo, sulla strada che aveva portato Ernest da Adriana, “la vecchia strada che conosceva tanto bene” (the old road that he knew so well[20]):

‘Gira a sinistra,’ disse il colonnello.

‘Non è la strada per Trieste, signore,’ disse Jackson.

Vanno verso Codroipo. Senza un’apparente ragione, il colonnello cita una frase del generale confederato Stonewall Jackson, quella che dà il titolo al libro:

“No, no, attraversiamo il fiume e andiamo a riposarci all’ombra degli alberi.”[21]

È una citazione di comodo, uno specchietto per i lettori-allodola, perché non leggano il messaggio per Adriana. Il fiume c’è davvero, è il Tagliamento, e oltre il Tagliamento, tra gli alberi, c’è la villa di Renata, il riposo proibito. Il colonnello fa fermare l’auto, si trasferisce sul sedile posteriore della grande Buick, dove c’è il ritratto di Renata, e muore. Il trasferimento al sedile posteriore segue la citazione, gli fa raggiungere Renata in immagine e l’immaginata ombra degli alberi oltre il fiume.

Poco dopo Jackson inverte la marcia, … facing south toward the road juncture that would put him on the highway that led to Trieste[22] […fronte a sud verso il crocevia che l’avrebbe messo sulla statale che portava a Trieste… mia traduzione]

Le Quattro Strade, “the road juncture”. Non junction o intersection o crossing, ma juncture, che secondo la definizione del New Oxford American Dictionary non è un incrocio ma “a particular point in events or time”. Il punto particolare, la chiave del romanzo e della vita dell’autore. Il crocevia, dove la storia era cominciata, vede così il ritorno da Codroipo della grande Buick, come se potesse cominciare una nuova desiderata storia. E forse avrebbe potuto, nel settembre del 1950, all’epoca dell’uscita di Across the River. Adriana stava per imbarcarsi sulla nave che l’avrebbe portata da lui, a Cuba, il 27 ottobre. Lo scandalo scoppiato in Italia proprio in seguito alla pubblicazione di Across the River l’avrebbe fatta andar via il 7 febbraio 1951. Ernest e Adriana si sarebbero rivisti solo nel 1954, a Venezia, a Percoto e a Nervi. Ma Adriana sarebbe rimasta nel cuore di Ernest fino alla morte, e oltre.

Copertina edizione tedesca Across the River

Una piccola “visione” personale: la copertina dell’edizione tedesca di Across the River, disegnata da Adriana, ha due gelsi in primo piano, il piccolo teso verso il grande, forse una donna e un uomo, sullo sfondo della laguna dove è rimasto solo il campanile di Torcello sulla sua isola. Laguna come tempio, esseri umani trasformati in gelsi come in un mito greco, nella tensione a un abbraccio impossibile…

* *  *

Poche, le poesie di Hemingway. Una tra le più lunghe, rivelatrice, l’ha scritta per Adriana quando ha capito di dover rinunciare a lei. È l’ottantasettesima delle 88 poesie tradotte per Mondadori da Vincenzo Mantovani che, fuorviato da alcune arbitrarie note di Nicholas Gerogiannis alla raccolta originale e dalle chiacchiere sempre nell’aria, l’ha completamente travisata, scambiando l’annuncio della stesura del capolavoro di Ernest, Il vecchio e il mare, per lo sbrigativo congedo a una ninfetta italiana…

Lines to a Girl 5 Days After Her 21st Birthday (Versi a una ragazza per 5 giorni dopo, il 21° compleanno, come se all’originale mancasse una virgola, secondo una mia personale interpretazione) è una poesia rigorosamente autobiografica, che riverbera la condizione creativa ed emozionale di Ernest e Adriana al culmine del soggiorno cubano di Adriana, a cavallo tra il 1950 e il 1951. Il titolo è stato tradotto Versi per una ragazza 5 giorni dopo il suo 21esimo compleanno. La poesia però è stata scritta prima del compleanno, il 30 o il 31 dicembre 1950, in coerenza con la data dell’originale, perché Adriana compì il suo 21° anno il 4 gennaio del 1951. Già allora erano giunte a Cuba notizie dello scandalo sollevato in Italia dalla pubblicazione di Across the River, sebbene ancora non tradotto in italiano. Le malelingue, in particolar modo veneziane, avevano riconosciuto in Adriana la Renata che nel romanzo faceva l’amore in gondola con l’attempato colonnello Cantwell, evidente alter ego di Ernest. Hemingway non aveva fatto molto per impedire un simile equivoco, conseguenza di un celato cameo di Marlene Dietrich nel romanzo, una dedica in ricordo del flirt che aveva avuto con lei a bordo del Paris, ricordato prima. Ne avrebbe portato il rimorso fino alla tomba.

Diversamente dalle altre poesie di Hemingway, in questa tutte le parole del primo verso hanno l’iniziale maiuscola: Ernest non scrive mai nulla a caso, e le maiuscole devono portare un significato. Potrebbero segnalare al lettore che si tratta appunto di una poesia diversa dalle precedenti, una poesia che segna un inizio, un po’ come i capilettera degli antichi testi miniati; e potrebbero essere un richiamo alle fatidiche Quattro Strade e alla Quarta Dimensione creativa di Ernest. Le quattro iniziali formano inoltre l’acronimo BTTP, Back To The Past, ritorno al passato, spesso accennato in tutta l’opera dedicata ad Adriana, a partire da Across the River. Anche i titoli di Across the River and Into the Trees e The Old Man and the Sea portano quattro iniziali maiuscole.

La composizione apre sull’imminente e amaro ritorno a Venezia di Adriana, poi accenna ai suoi maligni coetanei perditempo, giovani brocchi che crescono a fieno nelle stalle, mentre lei, spirito aperto (che Ernest chiama il Gran Cavallo Nero), corre libera sui prati. Di seguito Ernest invita la ragazza a rivivere il tempo dell’armonia a Venezia e in laguna e, nella chiusa, si sostituisce ad Adriana per stimolare se stesso a scrivere l’opera più bella, quella che ora può scrivere, forte della carica d’amore e dolore. Ecco la poesia come potrebbe essere diversamente tradotta. La voce di Adriana è sottolineata:

Back To The Palace
And home to a stone
She travels the fastest
Who travels alone
Back to the pasture
And home to a bone
She travels the fastest
Who travels alone –
Back to all nothing
And back to alone
She travels the fastest
Who travels alone
But never worry, gentlemen
Because there’s Harry’s Bar
Afderas on The Lido
In a low slung yellow car
Europeo’s publishing
Mondadori doesn’t pay
Hate your friends
Love all false things
Some colts are fed on hay
Wake up in the mornings
Venice still is there
Pigeons meet and beg and breed
Where no sun lights the square.
The things that we have loved are in the gray lagoon
All the stones we walked on
Walk on them alone
Live alone and like it
Like it for a day
But I will not be alone, angrily she said.
Only in your heart, he said. Only in your head.
But I love to be alone, angrily she said.
Yes, I know, he answered
Yes I know, he said.
But I will be the best one. I will lead the pack.
Sure, of course, I know you will. You have a right to be.
Come back some time and tell me. Come back so I can see.
You and all your troubles. How hard you work each day.
Yes I know he answered.
Please do it your own way.
Do it in the mornings when your mind is cold
Do it in the evenings when everything is sold.
Do it in the springtime when springtime isn’t there
Do it in the winter
We know winter well
Do it on very hot days
Try doing it in hell.
Trade bed for a pencil
Trade sorrow for a page
No work it out your own way
Have good luck at your age.
         Finca Vigía, Cuba, December 1950
Di Ritorno Al Palazzo
Con una pietra sul cuore
Va come il vento
Chi viaggia da sola
Di ritorno sui prati
Col gelo nel cuore
Va come il vento
Chi viaggia da sola –
Di ritorno al gran nulla
Di nuovo da sola
Va come il vento
Chi viaggia da sola
Ma niente paura, signori
Che c’è l’Harry’s Bar
Le Afdere al Lido
Fiondate su spider gialle
L’Europeo pubblica, pubblica
Mondadori non paga
Odiate gli amici
Amate tutte le falsità
Qualcuno cresce a fieno da puledro
Si sveglia al mattino
Venezia è sempre là
Con i piccioni che accattano in frotta e fan razza
Dove non c’è sole a schiarare la piazza.
Quel che abbiamo amato è nella laguna grigia
Cammina da sola
Su tutte le pietre che abbiamo calcato
Vivi da sola e fa’ che ti piaccia
Che ti piaccia per quel giorno
Ma non sarò sola, disse in collera.
Soltanto nel cuore, disse lui. Nella testa.
Lo sai che mi piace star sola, disse in collera.
Sì, la risposta, lo so
Sì lo so, disse lui.
Sarò la migliore, però. La prima del branco.
Certo che sì, lo sarai. Di diritto.
Torna a raccontarmi, una volta. Torna, fatti vedere.
Con tutti i tuoi guai. Com’è duro il lavoro tuo d’ogni giorno.
Sì, la risposta, lo so.
Ti prego fallo come sai.
Fallo al mattino a mente fresca.
Fallo di sera quando tutto è sistemato.
Fallo in primavera quando la primavera non c’è
Fallo d’inverno
Lo conosciamo bene l’inverno
Fallo in canicola
Cerca di farlo all’inferno.
Il letto cambialo con una matita
Cambia il dolore in un foglio
No, dagli la forma che sai
E buona fortuna con l’età che hai.
 
    Traduzione di Piero Ambrogio Pozzi

Il Palazzo del primo verso (Back To The Palace) non è, a differenza dall’interpretazione attestata per Palace, l’albergo Gritti Palace. È invece la dimora del “ramo veneziano della famiglia”[23] – come Ernest definiva gli Ivancich – ora Palazzo Rota-Ivancich, in calle del Rimedio, a due passi da Piazza San Marco.

Il secondo verso (And home to a stone) non può essere inteso come nella versione italiana (Tra le lenzuola), se non con l’intenzione di associare una allusione lasciva all’arbitraria interpretazione di Palace per Albergo. Tutta la traduzione mondadoriana corrente è una successione di invenzioni, errori, cambi di genere e numero che sembrano soltanto scelte per compiacere il gossip.

Quei due versi che ritornano, Va come il vento / Chi viaggia da sola, sono una citazione al femminile da una poesia di Rudyard Kipling, I vincitori (He travels the fastest / Who travels alone), per consolare Adriana nell’imminente separazione: la sua creativa intelligenza avrà campo libero verso il successo. Con la poesia per la maggior età di Adriana, Ernest rinnova il dono per il Natale del 1950 appena trascorso, una moneta d’oro messicana con impressa una Vittoria alata. Assieme, un augurio e una profezia: la scrittura de Il vecchio e il mare, con quel protagonista, Santiago, specchio dell’innocenza e della semplicità di Adriana, avrebbe portato entrambi alla vittoria del Premio Nobel, due anni più tardi. Lui lo scrittore, lei la musa e autrice della straordinaria copertina dove il mare di Cuba si fonde col cielo. Quel libro è il capolavoro espresso dalla White Tower Incorporated, la società Torre Bianca, il cui statuto firmato col sangue da Ernest, Adriana e Gianfranco, fratello maggiore di Adriana e amico fraterno di Ernest, è sepolto in una bottiglia nel giardino della Finca, presso la Torre Bianca della ragione sociale. La Torre Bianca, la turris eburnea priva di telefono dove Ernest e Adriana si isolavano su piani diversi, a scrivere e disegnare nella loro quarta dimensione.

Alla quarta dimensione, rivelata da Ernest a Gianfranco, e da lui ricordata nel suo libro Da una felice Cuba a Ketchum[24], appartengono le opere di Ernest e di Adriana, create trasfigurandosi in una esistenza parallela, dove non corrono distanze. Questo è uno dei concetti chiave affrontati nel mio e-book Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana, che il Comune di San Michele ha voluto stampare su carta perché restasse nel patrimonio del vostro territorio: un saggio che ho scritto sulla traccia del libro di Adriana La Torre Bianca, basandomi su nuove traduzioni di Hemingway e su tutte le fonti verificate che ho reperito nell’arco degli anni 2003-2016.

Il titolo ha un’origine precisa, spiegata nel capitolo omonimo della Torre Bianca. Adriana aveva raccolto le sue poesie in un libro, da pubblicare nella prestigiosa collana Lo Specchio di Mondadori, e aveva chiesto a Ernest di suggerirle un titolo per quel libro. In una lettera, tra le centinaia che Ernest scrisse ad Adriana, ne arrivò una lunga lista. Una delle ultime proposte, nella lista, era Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana.

Le proposte ricambiavano un altro aiuto dalla socia, il disegno per la copertina di The Old Man and the Sea. Nelle parole di Adriana ed Ernest, dalla Torre Bianca:

Eppure non era stato difficile creare quella copertina. Avevo soltanto riprodotto quello che avevo visto quel giorno con Papa, quando avevamo guardato l’Oceano insieme. Il villaggio di pescatori sulla baia di Cojimar e l’azzurro del mare che all’orizzonte si confondeva e univa con l’azzurro del cielo così da sembrare senza confini e in quella solitudine azzurra da qualche parte, lontano, c’era il Vecchio ma non lo si vedeva.

Non era tanto importante vedere con gli occhi, quanto guardare con il cuore. Guardare in alto, le cose dello spirito senza però perdere di vista la realtà di quaggiù. Guardare il cielo e la terra. Sì, ecco il titolo per il mio libro: “Ho guardato il cielo e la terra”.

Anche “Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana” era un buon titolo, avevo pensato. Ma più adatto per un romanzo che per delle poesie. Sarebbe il giusto titolo per la nostra storia, partner, per quella storia che non scriverò mai, perché nessuno vi crederebbe: “Qualcuno penserà questo e qualcuno penserà quello e soltanto tu e io sapremo e saremo morti.” [25]

Ad Adriana io ho creduto e mi sono fidato anche di Ernest. Ho cercato nei loro scritti: quella storia si è lasciata trovare e l’ho restituita alla luce, col suo giusto titolo. Ora possiamo tutti saperne qualcosa.

[1] Lettera del 2 marzo 1961 a A.E. Hotchner, in Dear Papa, Dear Hotch, The Correspondence of Ernest Hemingway and A.E. Hotchner. Columbia, Missouri: University of Missouri Press (2005): 308.

[2] Lajolo, Davide. Il “vizio assurdo”, storia di Cesare Pavese. Milano: Il Saggiatore (1960).

[3] Pivano, Fernanda. Leggende americane. Milano: Bompiani (2011): 39.

[4] «Crazy for you». Hemingway e Mondadori, «Publishing all your works»: i contratti, QB, rivista online della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, n. 14, Marzo 2011.

http://www.fondazionemondadori.it/qb/article.php?issue_id=53&article_id=250

[5] Pivano, Fernanda. Leggende americane. Cit.: 40.

[6] Pivano, Fernanda. Leggende americane. Cit.: 40.

[7] http://www.fondazionemondadori.it/qb/download.php?attachment_id=1236.

[8] Per esempio tear per year, haired per eyed, beside per besides, e interi versi fraintesi. V. tesi di Iuri Moscardi citata nel testo.

[9] Lettera del 2 aprile 1945 al Colonnello Charles T. Lanham. Hemingway, Ernest. Selected Letters 1917-1961, edited by Carlos Baker. London: Panther Books (1985): 580-581. Hendrickson, Paul. Hemingway’s Boat: Everything He Loved in Life, and Lost, 1934-1961. London: The Bodley Head. (2012): 25-26.

[10] Lettera dell’11 settembre 1950 al Generale Charles T. Lanham. Hemingway, Ernest. Selected Letters 1917-1961. Cit.: 716. Si noti che Hemingway amava usare la frase “How do you like it now, Gentlemen?” nelle occasioni più disparate, senza spiegarne il significato né l’origine. La frase è presente nella parodia del 1671 The Rehearsal, del secondo Duca di Buckingham, George Villiers.

[11] Lettera del 26 settembre 1949. Hemingway, Ernest. Selected Letters 1917-1961. Cit.: 677.

[12] Ivancich Biaggini, Adriana. La Torre Bianca. Milano: Mondadori (1980): 40.

[13] D’Annunzio, Gabriele. Notturno. Milano: Garzanti Editore (1995): cfr. nota 3 a p. 5.

[14] 150 metri, sulla stessa riva del Canal Grande, di fronte alla Ca’ Venier dei Leoni (Museo Guggenheim) e a Ca’ Dario.

[15] Cfr. gli enormi smeraldi di Donna Isotta Cellesi, in d’Annunzio, Gabriele. Il piacere. Milano: Garzanti Editore (2007): Libro Primo, 5.

[16] Tintner, Adeline R. “The Significance of D’Annunzio in Across the River and into the Trees.” Hemingway Review 5.1 (Fall 1985): 9-13.

[17] Baker, Carlos. Hemingway: The Writer as Artist. Princeton: Princeton UP (1972): 267.

[18] Ivancich Biaggini, Adriana. La Torre Bianca. Cit.: 7. Identifico le Quattro Strade nell’attuale Piazzale Osoppo, all’incrocio di Via Vittorio Veneto, Via Egregis Gaspari, Via Guglielmo Marconi e Via Vendramin.

[19] Hemingway, Ernest. Across the River and Into the Trees, Arrow Books. London (1994): 220.

[20] Hemingway, Ernest. Across the River and Into the Trees. Cit.: 223.

[21] Hemingway, Ernest. Across the River and Into the Trees. Cit.: 224.

[22] Hemingway, Ernest. Across the River and Into the Trees. Cit.: 225.

[23] Lettera del 3 luglio 1956 ad Harvey Breit. Hemingway, Ernest. Selected Letters 1917-1961. Cit.: 861.

[24] Ivancich, Gianfranco. Da una felice Cuba a Ketchum, Edizioni della Laguna, Mariano del Friuli (2008): 120.

[25] Ivancich Biaggini, Adriana. La Torre Bianca. Cit.: 292.

Hemingway parallelo: quando l’amore fa scrivere libri

Casa delle Traduzioni – Roma, 15 Dicembre 2015

Hemingway parallelo: quando l’amore fa scrivere libri

Abstract

Nella conferenza Pozzi illustrerà come, ritraducendo le ultime opere di Ernest Hemingway, abbia svelato la sua esistenza parallela, una dimensione fantastica, scrigno di sentimenti, aspirazioni e illusioni. Sarà un viaggio in alcune delle dediche mimetizzate nei testi hemingwayani; tutte riservate al suo amore italiano, Adriana Ivancich, tranne una a Marlene Dietrich. Nessuna delle dediche ad Adriana era stata finora scoperta, mentre quella a Marlene, ad alta tensione erotica, è stata sempre riferita ad Adriana, suscitando malignità che hanno avvelenato la sua vita e ancora ne avvelenano il ricordo.

Le ritraduzioni di Across the River and Into the Trees e di The Old Man and the Sea sono alla base di un saggio e-book recentemente pubblicato, Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana. Si citeranno passi relativi alle insospettate ed evidenti radici dannunziane di Across the River.

Relazione

Lasciatemi inquadrare l’argomento nei luoghi e nel tempo, e nelle persone.

Mappa LatisanaIl nord è a sinistra, in questa mappa di due secoli e mezzo fa. I luoghi che vedete sono cambiati relativamente poco e, assieme a Venezia e a Cuba, fanno da sfondo alla nostra storia. Nessuno ci ha mai visto una relazione, che io sappia, ma in questo ristretto territorio al confine tra Veneto e Friuli è nato il grande amore di cui vi parlerò: qui si apre e si conclude il romanzo di Hemingway Across the River and Into the Trees (Di là dal fiume e tra gli alberi nell’edizione italiana corrente), qui si apre il libro di Adriana Ivancich La torre bianca. Il fiume che vedete è il Tagliamento, nel punto in cui scorre tra Latisana (in alto) e San Michele al Tagliamento (in basso). A Latisana c’è l’incrocio delle Quattro Strade, il crocevia della vita di Ernest Hemingway. Al posto del traghetto leonardesco oggi ci sono il ponte stradale e quello ferroviario. In basso a sinistra la villa Mocenigo, appartenuta in tempi più recenti alla famiglia Ivancich, e che ora non c’è più, distrutta dai bombardamenti alleati del 1944, mirati ai ponti. La villa era circondata dagli alberi, e quelli sono rimasti o ricresciuti.

Notate bene: rispetto alle Quattro Strade di Latisana, la villa distrutta è oltre il fiume, tra gli alberi. Qui, nel pomeriggio di venerdì 10 dicembre 1948, sotto la pioggia, si sono incontrati per la prima volta i protagonisti della nostra storia, Ernest Hemingway, o meglio Hemingstein, il suo alter ego in spirito, e Adriana Ivancich, una ragazza dell’alta società veneziana, che non ha un alter ego.

Ernest Hemingway da tempo si era autoassegnato l’appellativo di Hemingstein, immagino fondendo Hemingway con Frankenstein. Lo usa a sua discrezione per identificarsi in situazioni fantastiche e creative, in una quarta dimensione che definisco esistenza parallela trasfigurata, la dimensione dove si rifugia per liberarsi dalla routine, che magari lui stesso ha desiderato e costruito nella vita matrimoniale, ma che comporta le preoccupazioni per una famiglia allargata, i problemi di salute, le tasse, i visitatori invitati e non… Si tratta di una dimensione rarefatta, dove trovano spazio le donne idealizzate della sua vita, come Marlene Dietrich e soprattutto Adriana, anche contemporaneamente, anche in competizione. La quarta moglie Mary Welsh non ha accesso alla quarta dimensione, e del resto si accontenta di essere Mrs. Hemingway, e di essere rispettata come tale. Martha Gellhorn, la terza moglie, non vi ha mai avuto accesso, e forse nemmeno Pauline Pfeiffer, la seconda. Hadley Richardson, la prima, vi è tornata, evocata dalle delusioni del rapporto con Pauline, Martha e Mary. In Marlene Ernest ha trovato la compiutezza come uomo e maschio, in Adriana come uomo e scrittore. Con entrambe ha vissuto un rapporto di reciproca fiducia, di complicità, di comprensione. Nell’innocenza di Adriana deve aver ritrovato quella di Hadley, cui aveva rinunciato.

Ernest sarà in perenne travaglio per tenere in vita Hemingstein e la sua quarta dimensione, finché non si scoprirà impotente contro la malattia e gli elettroshock. Allora cercherà insistentemente la morte, fino a trovarla.

Ma veniamo alla traduzione, e alla lettura del traduttore, che ha aperto quella quarta dimensione presente nelle opere di Hemingway come nella sua vita.

Mi era capitato di ritradurre i primi capitoli di Across the River, giusto per verificare la mie attitudini traduttorie ai tempi in cui mi ero impegnato nella difficile resa in italiano di The Shutter of Snow, l’unico romanzo pubblicato di Emily Holmes Coleman, una scrittrice americana praticamente sconosciuta in Italia. Avevo scelto come benchmark o riferimento quella che immaginavo essere la migliore traduttrice di letteratura americana. Il raffronto mi aveva rassicurato ma, soprattutto, la lettura in originale del libro di Hemingway con la finalità di tradurlo aveva prodotto numerose perplessità, per la presenza di riferimenti incongruenti o strani rispetto alle situazioni del racconto.

È normale che il traduttore, nella necessità di comprendere il più possibile il testo che ha tra le mani, abbia costantemente acceso un canale particolare dell’intelligenza, quello che verifica la congruenza tra i caratteri dei personaggi, le situazioni descritte e le ambientazioni – tanto per citare alcuni degli elementi ricorrenti in una storia. Ebbene, nella lettura di Across the River i riferimenti strani abbondavano, tanto da convincermi a continuare e completare la traduzione, e poi ad affrontare anche la ritraduzione dell’opera successiva, The Old Man and the Sea, senza che nessuno me le avesse commissionate, anche sapendo che non avrei potuto pubblicare le ritraduzioni, dal momento che i diritti delle opere scadono nel 2031 e che le versioni correnti sono firmate da un mostro sacro come Fernanda Pivano.

Nel corso degli anni prendeva corpo un vero e proprio studio, ed entravo in possesso di due libri ormai quasi introvabili, La torre bianca, il libro autobiografico che Adriana Ivancich ha pubblicato nel 1980 tentando di proporre la sua verità sul rapporto con Ernest Hemingway, e Ho guardato il cielo e la terra, un volumetto dello Specchio, uscito nel 1953, che raccoglie le poesie di Adriana scritte negli anni del suo rapporto più intenso con Hemingstein. Ho guardato il cielo e la terra testimonia il livello spirituale ed emotivo di una ragazza uscita dagli orrori della guerra. È il caso di osservare che quando incontrò Adriana per la prima volta, Hemingstein era ancora prigioniero di quegli orrori, e la sua penna era inaridita da sette anni, dal dicembre del 1941, quando l’America era entrata in guerra. Sarà lo stesso Hemingway a testimoniare esplicitamente che il ritorno alla produzione letteraria fu merito di Adriana; e lo testimonierà ancor meglio implicitamente, come vedremo.

La lettura dei libri di Adriana è stata la mia personale chiave di accesso alla quarta dimensione di Hemingway. Le percezioni raccolte nella lettura de La torre bianca si sono sovrapposte, combaciando, a quelle nella lettura di Across the River e di The Old Man. Questo mi ha suggerito di formulare un postulato: Adriana Ivancich ha scritto la verità. Una verità che, presa a riferimento, ha consentito di inserire al suo posto ogni frammento della storia raccolto in percezione.

Ora parlerò di alcune delle percezioni alla lettura da traduttore degli ultimi libri di Hemingway, e di come si sono sviluppate cercando una risposta alle domande implicite.

Casetta RossaSiamo a Venezia sul Canal Grande, di fronte al palazzo Venier dei Leoni, ora sede del Museo Guggenheim. Vedete la Casetta Rossa, dove abitava Gabriele d’Annunzio durante la Prima Guerra Mondiale. Nel capitolo 6 di Across the River, passando in motoscafo davanti alla Casetta Rossa di d’Annunzio, il protagonista colonnello Cantwell consiglia a Jackson, il suo autista, di leggere il Notturno. Jackson da borghese faceva il meccanico d’auto nel Wyoming e, dal contesto, si capisce che non poteva avere alcun interesse per l’opera di d’Annunzio. Perché Hemingway cita il Notturno? Questa è una domanda alla quale ho trovato risposta leggendolo: ebbene, è l’opera che ha sicuramente influenzato e informato Hemingway nella scrittura del suo romanzo. Si può verificare che il Notturno ha una struttura molto vicina a quella di Across the River. Così dice Elena Ledda nella prefazione all’edizione Garzanti del libro di d’Annunzio, “…l’opera sembra fondata su una sorta di sovrapposizione fantastica e allucinatoria di tre piani temporali che vicendevolmente si scambiano: il presente della scrittura e della malattia, il passato recente degli episodi di guerra, il passato remoto dei ricordi d’infanzia […]. E pochi ma essenziali sono gli elementi attorno ai quali si sviluppa questa narrazione frammentata: la morte, la guerra, la cecità, la donna.”. Basta sostituire alla cecità la malattia cardiaca, e il canovaccio è identico. Oltre alla struttura, anche l’ambientazione è straordinariamente simile: d’Annunzio infermo lascia fluire i suoi ricordi di guerra, vita e morte steso sul letto della Casetta Rossa, il colonnello Cantwell con avvisaglie d’infarto lascia scorrere pensieri analoghi steso su un letto del vicino Hotel Gritti, nel sestiere di San Marco, a Venezia. E spesso parlano degli stessi campi di battaglia, sul Carso, sul Pasubio, nel Basso Piave; o di sorella Morte, che per Cantwell è Thanatos, il fratello del Sonno. Non bastasse, è noto come il giovanissimo d’Annunzio fosse attratto dalle “gemme ereditarie” delle nobildonne romane, e che lui stesso, nella maturità, fu destinatario del dono di smeraldi come talismani dalla sua compagna Eleonora Duse. Anche il Colonnello riceve smeraldi-talismano, gemme ereditarie, da Renata, la protagonista femminile. Un dono troppo singolare per non essere ispirato alla biografia dannunziana. Quel che più è interessante, nel Notturno troviamo la Sirenetta, figlia di D’Annunzio e di Maria Anguissola Gravina contessa di Ramacca, che prepara i cartigli, le strisce di carta sulle quali il Vate scrive una sola riga di testo per volta, costretto com’è al buio e con gli occhi bendati da una ferita di guerra. La Sirenetta poi riordina e trascrive i cartigli, con una funzione liberatoria della scrittura del padre simile a quella di Adriana sulla scrittura di Ernest. Il nome di battesimo della Sirenetta è Eva Renata Adriana! Hemingway non può non notare la coincidenza, che diventa ispirazione: l’archetipo della donna diventa la Renata del romanzo, che è poi la sua Adriana, il suo frutto proibito. Sia il Colonnello che Hemingstein chiamano rispettivamente Renata e Adriana Daughter, figlia.

La citazione del Notturno dichiara il debito a Gabriele d’Annunzio ed è una testimonianza di gratitudine per Adriana. Non solo, citando il Notturno Hemingstein consente al lettore di risolvere il mistero di quel nome, Renata; e avrebbe consentito alla disattenta critica di lasciar perdere La morte a Venezia di Thomas Mann, che invece è ripetutamente citata come la fonte d’ispirazione di Ernest.

Hemingway ha scritto Across the River rischiando, ma forse augurandosi, di essere compreso oltre l’intreccio grazie alla cifrata ma sincera rappresentazione di se stesso nel colonnello Cantwell. Chi è disposto a credere alla sua sincerità può decifrarla, e rendersi complice. Ecco allora che nella corrispondenza e negli scritti di persone all’epoca vicine a lui, prima fra tutte Adriana Ivancich, ma anche Marlene Dietrich e altri, magicamente si accendono indizi, concordanze, chiavi di accesso alla trascrizione letteraria di una vita privata sofferta, pregna di un amore in gran parte inespresso.

L’inizio del capitolo 13 è un concentrato di elementi cifrati. L’episodio dell’amore in gondola sotto la coperta militare si sovrappone molto bene a quello vissuto con Marlene nel 1934 su uno scafo più grande, il nero transatlantico Paris, con lo stesso champagne Perrier-Jouët nel secchiello del ghiaccio. L’uscita sulla nera gondola comincia – guarda caso – con Cantwell che invita Renata a immaginare che si parta per una gita in carrozza al Bois de Boulogne – a Parigi. Davvero un riferimento stravagante nella città che più ama, Venezia, tanto affascinante di suo da non farne venire in mente nessun’altra, normalmente. Credo dunque che si tratti di un ammiccamento a Marlene. Questa ipotesi è avvalorata dalla dedica di una fotografia di Marlene: “Papa – te lo scrivo su una fotografia così che tu non lo possa perdere tanto facilmente. Ti amo senza riserve. Ciò esclude che mi possa arrabbiare, offendere, ecc. ecc. Comprende Plein Pourvoir [Fornitura Completa] per te riguardo me stessa. E adesso come la mettiamo, signori?”. L’ipotesi è anche confortata da una lettera a Marlene del settembre 1949, poco prima che finisse la stesura di Across the River: “Daughter, cerca per favore di stare in contatto d’ora in avanti perché sto ultimando un libro che dovrebbe essere completo tra circa tre settimane. Penso che ti piacerà moltissimo. Se ne hai piacere ti darò una copia carbone del manoscritto. Tu ci sei dentro e non c’è dentro nessun altro perché è tutto inventato. Ma è inventato bene come so fare io.”. Evidentemente Ernest non è del tutto sincero con lei, ma credo che Marlene sia davvero presente, e non può essere che lì. L’episodio, ai capitoli 13 e 14, si stacca nettamente dal resto del romanzo, introdotto da un pretesto inverosimile: la cena a due dei capitoli 11 e 12 vede svuotarsi una bottiglia di Capri bianco, una di Valpolicella e due di champagne Roederer, senza che nessuno dei due accusi traccia di ebbrezza. Vino preceduto da tre Montgomery a testa all’Harry’s Bar, praticamente gin puro. Il pretesto narrativo vale a esaurire la scorta di champagne Roederer in fresco al piccolo ristorante del Gritti, fuori stagione turistica, per far comparire quella bottiglia di Perrier-Jouët, che accompagna la coppia in gondola. Un cambio di scena etilico, con un’altra Renata. Un cambio di scena che è anche occasione per una raffinatezza letteraria. Il capitolo 13 ha nelle prime righe una citazione dalla poesia The Tyger, dalle Songs of Experience, di William Blake. Questo l’incipit del capitolo:

They went out the side door of the hotel to the imbarcadero and the wind hit them. The light from the hotel shone on the blackness of the gondola and made the water green. She looks as lovely as a good horse or as a racing shell, the Colonel thought. Why have I never seen a gondola before? What hand or eye framed that dark-ed symmetry?

[Mia traduzione] Uscirono sull’imbarcadero dalla porta laterale dell’albergo, e il vento li investì. La luce proveniente dall’albergo splendeva sul nero della gondola e rivelava il verde dell’acqua. È bella come un buon cavallo o come una barca da corsa, pensò il colonnello. Perché non ho mai osservato prima una gondola? Quale occhio o mano ha foggiato una simile abbrunata armonia?

Ecco la prima strofa della poesia di Blake:

Tyger! Tyger! burning bright

In the forests of the night,

What immortal hand or eye

Could frame thy fearful symmetry?

[Mia traduzione] Tigre! Tigre! che bruci luminosa

Nelle foreste della notte,

Quale occhio o mano immortale

Ha saputo foggiare la tua tremenda armonia?

La nera gondola è dapprima assimilata a un buon cavallo o a una barca da corsa, e si può supporre che il riferimento sia ancora alla bruna Adriana, che Ernest chiamava Great Black Horse. Ma subito Hemingstein passa alla citazione di Blake, evocando una luminosa tigre che brucia nelle foreste della notte. Sono convinto che la sua intenzione cambi alla biondissima Marlene, che brucia felina nel buio delle sale cinematografiche e nelle notturne foreste del desiderio maschile, lei che è un sex symbol per definizione: per due capitoli palpiterà sotto la mano rovinata del colonnello Cantwell, in una scena che trasmette al lettore una tensione erotica incompatibile con l’ancora segreta femminilità di una nobile diciottenne educata rigidamente nella religione cattolica, dedita a opere di carità e mai ancora innamorata, per quanto sia bella ed esuberante come Adriana.

La citazione di Blake non risulta colta da nessun critico o biografo, finora; tanto meno come cifra o messaggio in bottiglia. Nemmeno Adriana, che scrive poesia, ne parla mai. Marlene, avvisata (“Tu ci sei dentro…”), l’avrà colta sicuramente. Adriana avrà invece notato quell’elisabettiano dark-ed col trattino, di dark-ed symmetry, reso bisillabico dal trattino come fearful, perché proprio lei aveva spiegato a Ernest che nel XVII secolo la peste aveva messo a lutto le gondole, fino allora di diversi colori e riccamente ornate.

Postilla frivola. Una chiacchiera, sicuramente giunta all’orecchio di Ernest, che conosceva bene la storia veneziana di d’Annunzio, dà ulteriore senso alla scena d’amore in gondola. Una delle celebri amanti del Vate, Luisa Casati Stampa di Soncino, abitava proprio di fronte alla Casetta Rossa, nel palazzo Venier dei Leoni dal quale ho preso la foto vista prima. Pare che i due avessero fatto l’amore la prima volta su una gondola…

Da Across the River è decifrabile il grande amore italiano di Hemingway: la vicenda del colonnello e di Renata si apre e si chiude nel punto del primo incontro di Ernest e Adriana, il crocevia delle Quattro Strade di Latisana , a cinquecento metri in linea d’aria dalla villa Ivancich di San Michele al Tagliamento. La grande Buick del colonnello, proveniente da est, da Trieste, si materializza a Latisana nel punto dove era arrivata da nord, da Codroipo, la grande Buick di Ernest, e da lì parte l’azione del romanzo, al capitolo 3:

[Mia traduzione] Fecero una curva e attraversarono il Tagliamento su un ponte provvisorio. C’era verde lungo gli argini e c’erano uomini a pescare lungo la riva opposta, dove l’acqua correva profonda. Stavano riparando il ponte saltato in un ringhio di martelli pneumatici, e settecento metri più in là si vedevano gli edifici sfondati e le dipendenze di quella che una volta era una villa costruita dal Longhena , ora distrutta, là dove i bombardieri medi avevano sganciato il loro carico.

L’ispirazione è chiarissima, la vicenda parte dal luogo dell’incontro di Ernest con Adriana: dall’ultimo lembo del Friuli il colonnello entra nel Veneto passando il Tagliamento, vede la casa bombardata di Renata, poi entra per tre giorni nella sua vita, come in un sogno impossibile che abbandona staccandosi dal Veneto alla fine del terzo giorno. Rientra in Friuli, giunge alle Quattro Strade e svolta a sinistra verso nord, verso Codroipo, sulla strada che aveva portato Ernest da Adriana. Al capitolo 45:

‘Gira a sinistra,’ disse il colonnello.

‘Non è la strada per Trieste, signore,’ disse Jackson.

Vanno verso Codroipo. Senza un’apparente ragione, il colonnello cita il generale confederato Stonewall Jackson:

“No, no, attraversiamo il fiume e andiamo a riposarci all’ombra degli alberi.”

Il fiume c’è davvero, è il Tagliamento, e oltre il Tagliamento, tra gli alberi, c’è la casa distrutta di Renata, il riposo proibito. Il colonnello muore sul sedile posteriore della grande Buick, con accanto il suo ritratto.

Jackson inverte la marcia,

… facing south toward the road juncture that would put him on the highway that led to Trieste…

Le Quattro Strade, “the road juncture”. Non junction o intersection o crossing, ma juncture, “a particular point in events or time”, secondo la definizione del New Oxford American Dictionary. Il punto particolare, la chiave dell’intero romanzo e della vita dell’autore. Il crocevia, dove la storia era cominciata, vede così il ritorno da Codroipo sulla grande Buick, come se potesse cominciare una nuova desiderata storia. E forse avrebbe potuto, nel settembre del 1950, all’epoca della prima pubblicazione di Across the River. Adriana stava per imbarcarsi sulla nave che l’avrebbe portata da lui, a Cuba, il 27 ottobre. Lo scandalo scoppiato in Italia proprio in seguito alla pubblicazione di Across the River l’avrebbe fatta andar via il 7 febbraio 1951. Ernest e Adriana si sarebbero rivisti solo nel 1954, a Venezia, a Percoto e a Nervi. Ma Adriana sarebbe rimasta nel cuore di Ernest fino alla morte, e oltre.

Il codice Hemingstein continua anche in The Old Man and the Sea, dedicato ad Adriana, che ne avrebbe ricevuto in dono il manoscritto. Subito nell’incipit, dove la prima parola è He (He-mingstein?):

He was an old man who fished alone in a skiff in the Gulf Stream and he had gone eighty-four days now without taking a fish.

[Mia traduzione] Santiago era un vecchio che pescava da solo su una barchetta nella Corrente del Golfo e aveva passato gli ultimi ottantaquattro giorni senza prendere un pesce.

Dicevo dei sette anni di carestia creativa. Ecco che un’apparente incongruenza fa scoprire un codice. The Old Man and the Sea, la storia che ha scritto dopo Across the River, narra di un vecchio pescatore, forse il più bravo di tutti, che da ottantaquattro giorni non cattura un pesce. È inverosimile, eppure Hemingstein lo scrive. Non può essere che un messaggio in bottiglia. È il segno che il pensiero di Adriana lo accompagna costantemente nei suoi momenti creativi: se ai giorni si sostituiscono i mesi, e si passa per una scomposizione in fattori primi, si vede che ottantaquattro mesi corrispondono esattamente ai sette anni dall’entrata in guerra degli Stati Uniti all’incontro con Adriana, che vivifica la vena di Ernest e che, dopo la scrittura di Across the River, un buon libro, gli consente di scrivere quel grande libro, la chiave al premio Pulitzer e al Nobel.

È Adriana il warbler, l’uccellino canoro che raggiunge sfinito Santiago/Ernest mentre questo è trascinato dal marlin, il grande pesce che è il suo stesso destino. Il destino che pure rispetta e ama, cui non vuole sottrarsi e che sfocerà nella grandezza dell’amore e della speranza fonti di vita, pur lasciandolo a mani vuote. Un altro episodio inverosimile, dopo gli ottantaquattro giorni senza un pesce, ma certamente vero com’è vera Adriana, poetessa e fresco spirito libero che Ernest non potrà tenere presso di sé. Nell’immaginario dell’autore il warbler è assolutamente femmina, col suo significato slang di girl singer , ciò che spiega la scelta di quel nome generico, invece di uno semplice e definito. Il caso gli fa posare il warbler sulla sagola tesa, presso la mano, distogliendolo dalla realtà ma aprendolo al pensiero sulla sorte di chi si ama. Desidera di poterlo accompagnare al sicuro, sulla terraferma, al riparo dai falchi – ed è facile pensare ai giornalisti e ai maldicenti che perseguitano e sfiniscono Adriana. Come il warbler, per la prima volta Adriana ha attraversato il mare per raggiungere Ernest al porto dell’Avana, da nord, un evento che forse a lui sembrava impossibile, come è improbabile che un uccellino si posi presso la mano di un pescatore. Uno strappo del marlin, la durezza del destino, gli fa saltare il warbler dalla sagola, lo fa volar via, come lo priverà di Adriana. La distrazione gli costa una profonda ferita nella mano destra, che è anche un profondo segno nella sua scrittura. [Raccontando del suo ultimo incontro con Hemingway , nel giugno del 1961, Aaron Hotchner riferisce: Ernest non stava guardando me; contemplava un uccellino che cercava cibo tra i cespugli. Mi viene naturale pensare che Ernest rivivesse l’episodio di The Old Man and the Sea, e rivedesse Adriana]

E Rigel, la stella più luminosa di Orione che Santiago vede a oriente subito dopo il tramonto, in settembre. Una cosa impossibile a quelle latitudini, che sicuramente Hemingstein, vecchio marinaio del Pilar , ha considerato, sopportando e ignorando paziente le successive e numerose segnalazioni d’errore. È dunque la metafora di qualcosa altrettanto impossibile. L’amore di Adriana? Dal mare di Cuba anche Adriana è a oriente, sotto l’orizzonte, a Venezia.

C’è una poesia di Adriana, pubblicata nel 1953, l’anno dopo The Old Man, che si accompagna al pensiero di Santiago, e gli risponde:

Tramontate pure, o stelle

Nascondetevi nei vostri cieli

Saprei ritrovarvi

– se lo volessi –

***

Il 26 marzo 1954 Hemingstein arriva a Venezia da Mombasa sulla motonave Africa, reduce dalla stagione di safari conclusa da due drammatici e consecutivi incidenti aerei. Con le gravi ferite e ustioni riportate, Ernest avrebbe dovuto preoccuparsi soprattutto della sua salute, e farsi curare in qualche clinica di grido. Preferisce andare a Venezia da Adriana, per rassicurarla, abbracciarla, stare un poco con lei, a dispetto dell’infuriare delle maldicenze. È il momento della rinuncia definitiva ad Adriana, dalla quale lo separano l’età, l’educazione, lo status di pluridivorziato, il pubblico pregiudizio. Ernest e Adriana si incontrano per l’ultima volta a Nervi presso Genova, ai primi di giugno del 1954, prima dell’imbarco sulla motonave per emigranti della Sidarma intitolata a Francesco Morosini, un eroe della Serenissima. Avrebbe potuto scegliere un lussuoso e veloce transatlantico, invece Ernest vuole uscire dalla vita di Adriana il più lentamente possibile, su una nave simile alla Luciano Manara, quella che gli aveva portato Adriana a Cuba quattro anni prima. Il 1954 è l’anno del Nobel, e l’inizio del tramonto, della depressione che lo porterà al suicidio nel luglio del 1961.

Fino all’ultimo Hemingstein protegge Adriana. Quattro mesi prima di morire fa sottoscrivere al suo agente e sceneggiatore Hotchner una scrittura privata che al punto 3 recita: “Con riferimento al libro ACROSS THE RIVER AND INTO THE TREES, i brani in argomento da voi usati nella sceneggiatura, i cui diritti di rappresentazione vi ho a tal proposito concesso, sono limitati nell’uso all’interno del vostro dramma per legittima presentazione sulla scena, soltanto in inglese, negli Stati Uniti e in Canada, e precisamente tale brano di quel lavoro utilizzato nel dramma non può essere usato in nessuna presentazione dell’opera a mezzo cinema, televisione, radio, o in esecuzioni in lingua straniera.” Tutte le altre opere sono escluse da tali limitazioni, perché solo questa può far del male ad Adriana. Le sceneggiature, potenzialmente più pericolose dell’originale, non devono arrivare in Europa.

Adriana ed Hemingstein non hanno mai litigato. Non risulta che Ernest abbia mai avuto un tale rispetto per nessun’altra donna, nemmeno per le mogli. Hemingway non ama essere contraddetto, né che gli si dica come e dove sbaglia. Da Adriana accetta tutto, non per debolezza o condiscendenza, ma semplicemente perché riconosce inoppugnabile, magari non immediatamente, il punto di vista sincero e disinteressato di una persona di estrema pulizia morale e intellettuale, innocente al limite dell’imprudenza – finita poi crocifissa dagli inevitabili pettegolezzi.

Crocifissa anche dopo il suicidio, avvenuto il 23 marzo 1983 nella tenuta in località Giardino, tra Capalbio e Ansedonia, in provincia di Grosseto, dove abita col marito conte Rudolph von Rex. Penso al malevolo e insulso articolo di Fernanda Pivano sul Corriere della Sera del 26 marzo, che, il giorno dopo il funerale di Adriana, ricorda come all’Harry’s Bar di Venezia “Hemingway non si stancava di fissare trasognato i grandi occhi seducenti, il torso procace e le lunghe gambe snelle che la giovinetta teneva per lo più in pose un po’ cinematografiche.”

Adriana riposa nel remoto cimitero di Porto Ercole, al Monte Argentario, nel campo riservato agli stranieri. E ai suicidi.

***

Dopo 45 anni dalla prima uscita Mondadori ha ristampato l’edizione Oscar, emendata occultamente degli errori più evidenti da un oscuro redattore che ha probabilmente attinto alle segnalazioni da me direttamente inviate o al mio Diario di traduzione apparso a puntate nel 2005 su Intramel, il vecchio benemerito blog di Giuseppe Iacobaci. Al Diario erano seguiti diversi altri articoli e schede su www.retididedalus.it, www.biblit.it e www.enciclopediadelledonne.it. Non sono note precedenti iniziative dirette a sollecitare riparazioni del guasto, né a mettere in discussione il mito di Fernanda Pivano. Immagino che proprio per salvare il mito di “Nanda” – e il folto catalogo delle sue pubblicazioni – Mondadori non abbia preso in considerazione ritraduzioni radicali per The Old Man e Across the River. Qualsiasi altra ragione, anche il rispetto della scelta contrattuale di Pivano come traduttrice fatta a suo tempo dall’inconsapevole Hemingway, fa comunque torto a uno dei protagonisti della letteratura del Novecento.

Il testo è stato corretto in almeno 244 punti. Molte sviste sono state solo rappezzate, altre sono rimaste, una delle più comiche addirittura messa in quarta di copertina, come citazione dal capitolo 38: “…c’è sempre un tale silenzio quando muore un pesciolino rosso.” Una frase triste, fondamentalmente sciocca, che uno immagina richiamare il contenuto del libro. Invece la battuta è soltanto la cattiva traduzione di parte del Supremo Segreto dell’immaginario Ordine Cavalleresco di Brusadelli, così rivelato dal suo fondatore, il colonnello Cantwell, per l’investitura di Renata [28]: “Love is love and fun is fun. But it is always so quiet when the gold fish die.” Non si tratta di un pesciolino rosso, ma dei pesci rossi al plurale, in greve ma sottile allegoria. Una frase a doppio senso che si può tradurre al singolare per licenza poetica, per la rima, ma con articolo determinativo, per esempio così: “L’amore è amore e lo spasso è spasso. Ma c’è sempre tanta pace quando il pesce rosso giace.” Pare che il doppio senso non sia evidente nemmeno ai madrelingua, sottile com’è. È lo stesso Hemingway a comprovarlo nell’immediato commento di Renata all’investitura: – “I am very proud and happy to be a member of the Order,” the girl said. “But it is, in a way, a rather rough order.” –

La nuova copertina si distingue anche per il soggetto fotografico scelto, una triste immagine in bianco e nero di un pensionato che butta becchime ai piccioni sul molo di San Marco, con lo sfondo dell’Isola di San Giorgio Maggiore; un’assurdità firmata da ben tre professionisti, per presentare un romanzo di Amore, Onore e Morte!

La traduzione di Across the River nell’edizione rilegata dei Meridiani è tuttora l’originale di Fernanda Pivano. Entrambe le versioni hanno finora impedito che il pubblico potenzialmente più aperto alla comprensione della narrazione di Hemingway, quello italiano, potesse goderne appieno. I personaggi e le ambientazioni risultanti dalla scadente interpretazione italiana del minuzioso e complesso lavoro non sono riconoscibili, nemmeno con le intuizioni di chi, vivendo nei luoghi di quella storia, potrebbe affrontare con maggior facilità la lettura del controverso libro. I più attenti e fortunati, come me che l’ho ritradotto di mia iniziativa, avrebbero potuto cogliere in una traduzione decente il filo delle vicende personali dell’autore.

***

Due parole sul saggio, Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana, che conclude anni di appunti e illuminazioni sull’argomento di cui stiamo parlando. Il saggio è in realtà una storia – scandita su La Torre Bianca di Adriana – che raccoglie gli indizi tratti dagli ultimi due libri di Ernest, Across the River and Into the Trees e The Old Man and the Sea, e conduce il lettore – mi auguro – a considerare come me Adriana la donna della sua vita. Come accennavo, il postulato del mio lavoro è la sincerità di Adriana nel suo libro e di Adriana ed Ernest nella loro corrispondenza. L’affetto di Adriana per Ernest, l’amore e il rispetto di Ernest per Adriana sono tali da escludere la menzogna. Partendo da tale postulato le osservazioni e gli spunti che nascono dalla lettura dei due libri di Hemingway e de La Torre Bianca, confrontati con le lettere tra i protagonisti e le persone a loro vicine, vanno al loro posto e rendono verosimile e affascinante il quadro di un rapporto tra uomo e donna unico e straordinario, esaltato riversandosi in quelle due ultime pubblicazioni di Hemingway vivente che, essendo soprattutto celati messaggi d’amore, sono finiti in mano ai lettori e agli studiosi come libri di narrativa, ordinaria o straordinaria che sia giudicata. Gli studiosi sono andati in cerca di simbolismi e talvolta hanno creduto di coglierli, ma erano troppo lontani dai sentimenti per riuscirci.

Si dice che la lettura più attenta sia quella del traduttore. Di mio aggiungo che se il traduttore è attento ai segni e aperto alle percezioni, si trova in mano le chiavi del cuore del suo Autore, se il suo Autore ha un cuore. Alla luce del mio lavoro i due libri di Hemingway possono essere riletti e riscoperti. E allora, oltre al celebrato Il vecchio e il mare, anche Oltre il fiume, tra gli alberi potrà essere finalmente considerato un buon libro, Ernest potrà guadagnare un credito di insospettata sensibile dolcezza, Adriana trovare una tardiva riconsiderazione, e ricevere idealmente un fiore.

Literary Translation in Practice, Lecce, 10-11 maggio 2012“Critical analysis of published translations”

Attestato partecipazione Literary Translation in Practice 11-5-2012

Literary Translation in Practice, Lecce, 10-11 maggio 2012

“Critical analysis of published translations”

Ritradurre Hemingway, conoscere Ernest e Adriana

Abstract

Qual è la storia vera di Ernest Hemingway e Adriana Ivancich, la ragazza veneziana musa ispiratrice di Across the River and Into the Trees e del capolavoro The Old Man and the Sea? Dopo più di mezzo secolo di pettegolezzi e mistificazioni, è tempo di operare un’autentica riabilitazione della memoria di Adriana e una ridefinizione della figura di Ernest, tormentato anche in vita da biografie nelle quali non si riconobbe mai.

La storia si ravvisa nei messaggi destinati ad Adriana, nascosti nelle metafore degli ultimi due libri di Hemingway a opera dell’alter ego privato dell’autore, quello “Hemingstein” che Ernest stesso creò e che riappare nel suo racconto inedito Black Horse proprio in relazione ad Adriana. La decifrazione dei messaggi parte da un’analisi critica delle traduzioni dei due testi di Hemingway attualmente esistenti in italiano, che si dimostrano inadeguate alla resa di “Hemingstein” al punto da rendere necessaria l’esecuzione di ritraduzioni integrali, per proseguire in una indagine che interessa i libri di Adriana (il biografico La torre bianca e la raccolta di poesie Ho guardato il cielo e la terra), il Notturno di Gabriele d’Annunzio (modello di Across the River and Into the Trees e chiave del riconoscimento in Adriana della protagonista Renata) e la corrispondenza tra Ernest, Adriana e i testimoni della loro vicenda.

A partire dall’analisi critica delle traduzioni di due classici, emerge una loro rilettura e reinterpretazione che restituisce Adriana ed Ernest alla verità storica e biografica.

Relazione

Nel 2003, mentre lavoravo alla traduzione di un romanzo di Emily Holmes Coleman, mi venne l’idea di cimentarmi, come esercizio parallelo e per fare un raffronto, con un autore a lei contemporaneo ma ben più noto e già tradotto. Tra i libri di Ernest Hemingway, scelsi Across the River and Into the Trees, tradotto da Fernanda Pivano per Mondadori col titolo Di là dal fiume e tra gli alberi. Coleman e Hemingway erano entrambi statunitensi, nati nel 1899 ed espatriati della cosiddetta lost generation. Due autori diversi, cresciuti però tra le due guerre mondiali nello stesso ambiente culturale europeo e parigino, dove partecipavano all’intensa vita letteraria contribuendo al nascente canone autobiografico modernista e a riviste d’avanguardia come transition.

Tradussi il primo capitolo di Across the River senza guardare la traduzione di Mondadori, poi feci il confronto. Continuai nello stesso modo per altri due capitoli… Il riscontro fu talmente imprevisto da indurmi a parlarne con addetti ai lavori. Le mie scoperte suscitarono incredulità, forse perché mettevo in discussione riferimenti culturali considerati intoccabili. D’altra parte a quel punto ritenni più interessante continuare l’analisi che cercare consensi e pareri terzi. L’impresa proseguì negli intervalli del mio impegno principale con la Coleman. La frammentazione nel tempo fu però un vantaggio, in prospettiva, perché favorì la raccolta di informazioni che andarono progressivamente a illuminare il senso del lavoro di Hemingway, un senso infuso anche nella scrittura dell’ultimo libro pubblicato mentre era in vita, il racconto che gli meritò il Pulitzer e il Nobel, The Old Man and the Sea.

Adriana Ivancich, nata nel 1930, era una giovanissima ragazza dell’aristocrazia veneziana quando, nel 1948, conobbe Hemingway. Il ruolo di Adriana nell’arte e nei sentimenti di Ernest Hemingway fu tale che credo la si possa definire, senza esagerare, la donna della sua vita. Purtroppo, su di lei sono circolate e continuano a circolare informazioni generiche, superficiali, spesso malevole.

Quando, nel marzo del 2008, entrai in possesso di una copia de La torre bianca, il libro autobiografico pubblicato nel 1980 da Adriana Ivancich, l’analisi della traduzione subì un’accelerazione. L’ambiente veneziano, ritratto con naturalezza dalla Ivancich, coincideva perfettamente con quello descritto in Across the River and Into the Trees, che però in traduzione era stravolto, svelando una resa assolutamente inadeguata: un lampione diventava un faro, una chiesa dall’imponente e aerea facciata barocca diventava una chiesetta, una gondola diventava una ragazza. Un gondoliere che per contrastare il vento inclinava la barca nella tradizionale voga asimmetrica, nella traduzione faceva sdraiare la passeggera sul fianco.

Continue assonanze tra il libro della Ivancich e il romanzo di Hemingway, perse nella traduzione corrente, rendevano necessario completarne la ritraduzione. Portai dunque a termine il lavoro, analizzando contestualmente la versione Pivano da diversi punti di vista: il linguaggio militare, la testimonianza storica sulla seconda guerra mondiale e, soprattutto, la vicenda personale, autobiografica dell’autore, così come è leggibile in filigrana nel testo. Un’impresa che ha aperto la strada a una ricostruzione mai fatta, secondo le mie ricerche, nemmeno sul testo inglese, e possibile soltanto ai testimoni diretti della vicenda, ormai quasi tutti scomparsi, oppure a lettori particolarmente vigili e accorti, come sono certamente i traduttori.

Il lavoro di analisi, volto alla definizione delle implicazioni biografiche e storiche, assunse anche un valore didattico con la decisione di tenere appunti sulle differenze di interpretazione dell’originale. Una compilazione relativamente semplice da eseguire in corso d’opera, che si è rivelata qualcosa di più di una mera elencazione di errori; piuttosto un compendio dei trabocchetti che un traduttore può non vedere a una lettura senza riferimenti al vissuto e all’ambiente del suo autore o anche, semplicemente, non sufficientemente attenta ai dettagli di concretezza tecnica, quando questi sono determinanti per la comprensione generale. La compilazione fu estesa a The Old Man and the Sea, una volta capito che era necessario ritradurre anche quel libro, direttamente ispirato, come il precedente, da Adriana Ivancich. Gli appunti, 20 pagine intitolate Hemingway Reloaded, sono a disposizione.

Ecco dunque che dalla attenta lettura associata alla traduzione emergono elementi più che sufficienti a inquadrare Ernest Hemingway e Adriana Ivancich in una prospettiva radicalmente diversa, contrastante con quella delineata dalla saggistica biografico-letteraria più accreditata e da decenni di pubblicistica. Se poi chi legge è in grado di cogliere le metafore rivolte ad Adriana e di incrociarle con ciò che Adriana ha scritto – la citata Torre bianca e il volumetto di poesie Ho guardato il cielo e la terra – ecco che gli capita la felice possibilità di riabilitare la memoria di Adriana, e anche di Ernest. Perché i libri, e la corrispondenza dei protagonisti che si trova a consultare, sono ovviamente più attendibili del gossip e delle speculazioni – tutte fonti secondarie, terziarie o peggio – di quei biografi che non avevano mai potuto intervistare Hemingway né Adriana Ivancich, e nei cui lavori, scritti mentre ancora era in vita, Ernest non si era mai riconosciuto.

Nella scrittura di Hemingway si scopre un autore parallelo, Hemingstein, che è la personalità vera e privata di Ernest. Questo alter ego Hemingstein è una sua invenzione. Hemingstein non si rivolge ai lettori, bensì alla persone vicine che lo ispirano e lo accompagnano nella sua esistenza segreta, inaccessibile ai biografi e ai critici, ma registrata, trasfusa nelle sue opere.

Adriana Ivancich Biaggini occupa un posto speciale tra queste persone ma, per sua disgrazia, Hemingstein scrive contemporaneamente nello stesso libro, Across the River and Into the Trees, metafore per lei e per Marlene Dietrich, la famosa attrice sua coetanea e confidente. Nel romanzo la protagonista femminile Renata scambia col colonnello Cantwell atti d’amore sia platonico, represso, che sensuale, liberato; il platonico vissuto da Hemingway nella realtà con Adriana, il sensuale con Marlene. Purtroppo i lettori identificano in Renata e in tutti i suoi atteggiamenti Adriana, che sarà tanto nobile da non attribuire mai ad alcun altro personaggio reale i comportamenti che la fanno bersaglio dei pettegolezzi dopo la pubblicazione del romanzo. Né Hemingway trova mai il coraggio di parlare in pubblico con la voce di Hemingstein, forse per evitare problemi nel suo matrimonio con Mary Welsh e nei suoi rapporti con Marlene Dietrich, o per non apparire vittima di infatuazioni senili.

Hemingstein compare nella corrispondenza privata di Hemingway, ma anche in opere che non giungono alla stampa, come il racconto Black Horse, donato ad Adriana in occasione di una delle visite a casa sua, un palazzo storico di Venezia, in Calle del Rimedio. È “la storia dell’americano Hemingstein che aveva per amico un cavallo veneziano, un campione, il cavallo più veloce del mondo”, col quale frequentava l’Harry’s Bar, tra lo scandalo generale. Ma l’americano e Black Horse – uno degli appellativi di Adriana – se ne infischiano… Il racconto non viene pubblicato perché i personaggi sono riconoscibili, e presi in giro per un gioco tra Ernest e Adriana.

The Old Man and the Sea è scritto soltanto per Adriana, e completato quando ormai lei, investita dallo scandalo, non gli è più vicina. Ma nell’animo di Hemingstein tutto è più chiaro e semplice, ridisegnato dal dolore della separazione e dal senso di colpa. La chiarezza, la semplicità si riversano nel piccolo capolavoro, così diverso dal resto delle sue opere. Con un filo d’ipocrisia Ernest aveva dedicato Across the River alla moglie Mary. The Old Man l’ha dedicato ai defunti amici Charlie Scribner e Max Perkins; il manoscritto però lo dona ad Adriana. Semplicemente.

L’analisi di una traduzione è per definizione una procedura minuziosa, che si sofferma su ogni frase, sulle singole parole. Ed ecco che frasi e parole strane, nel contesto, accendono domande, alimentano riflessioni, portano a scoperte. Le stranezze sono numerose. Ne riporterò due da Across the River, una da The Old Man.

La prima. Il Notturno di Gabriele d’Annunzio.

Il colonnello Cantwell, protagonista di Across the River, cita il Notturno sfilando in motoscafo sul Canal Grande davanti alla Casetta Rossa dannunziana, dove fu scritto, e ne consiglia la lettura al suo autista, un meccanico del Wyoming che davvero non si comprende quale interesse possa avere in quel libro. Ebbene, la citazione è un tributo all’opera dalla quale Hemingway ha tratto ambientazione e struttura del suo romanzo, e perfino il nome della protagonista. Nel Notturno leggiamo della Sirenetta, la figlia di D’Annunzio e di Maria Anguissola Gravina, che prepara le strisce di carta sulle quali il Vate scrive una sola riga di testo per volta, costretto com’è con gli occhi bendati da una ferita di guerra; la Sirenetta poi trascrive le strisce, con una funzione liberatoria dell’arte del padre simile a quella di Adriana sulla scrittura di Ernest. Il nome di battesimo della Sirenetta è Eva Renata Adriana… Hemingstein non può non notare la coincidenza, che è già ispirazione: all’archetipo della donna, Eva, vede associata Adriana, sua musa e frutto proibito. La protagonista del suo romanzo, che è la stessa Adriana, non può che chiamarsi Renata. Una soluzione tanto semplice al mistero di quel nome non è mai stata notata.

Si può verificare che il Notturno ha una struttura molto vicina a quella di Across the River. Scrive Elena Ledda, nella prefazione all’edizione Garzanti: ‘…l’opera sembra fondata su una sorta di sovrapposizione fantastica e allucinatoria di tre piani temporali che vicendevolmente si scambiano: il presente della scrittura e della malattia, il passato recente degli episodi di guerra, il passato remoto dei ricordi d’infanzia (…). E pochi ma essenziali sono gli elementi attorno ai quali si sviluppa questa narrazione frammentata: la morte, la guerra, la cecità, la donna’. Basta sostituire alla cecità la malattia cardiaca, e il canovaccio è identico.

La seconda stranezza. L’amore in gondola.

Questo è l’episodio col quale Hemingstein commette la leggerezza di cui si pentirà per sempre: nel libro scritto per Adriana incastra un ricordo risalente al 1934, un omaggio alla sua amica Marlene Dietrich, un omaggio di cui aveva avvisato l’attrice prima dell’uscita del libro. Il giro sulla nera gondola, che parte con un accenno a una poesia di Blake e ai sobborghi di Parigi, e con una bottiglia di champagne Perrier-Jouët al seguito, replica una notte d’amore sul nero transatlantico Paris. L’incipit del capitolo tredicesimo si può decifrare come una cartolina per Marlene, evocata come la tigre di Blake che arde luminosa nelle foreste della notte.

Si può chiaramente immaginare lo scandalo suscitato da quei due sensuali capitoli in cui il cinquantenne colonnello fa l’amore in gondola con una Renata nemmeno diciannovenne. Quella Renata non è Adriana, bensì Marlene. Una semplice constatazione, sufficiente a riabilitare la memoria di Adriana, musa e mai amante.

La terza stranezza, tra le molte in The Old Man and the Sea.

È Rigel, la stella più luminosa della costellazione di Orione, che il vecchio pescatore Santiago contempla subito dopo il tramonto, in settembre. Una cosa impossibile, perché Rigel non è visibile in quella stagione, a quelle latitudini. Una cosa che Hemingway, vecchio marinaio del Pilar, sicuramente considerò, sopportando e ignorando paziente le ripetute segnalazioni d’errore. Rigel è una metafora di Adriana, amore impossibile. Santiago vede Rigel nel cielo di Cuba, verso oriente, verso Venezia, dove c’è Adriana, che Hemingstein non può più raggiungere. Una poesia di Adriana, pubblicata l’anno successivo all’uscita di The Old Man and the Sea, risponde alla visione di Santiago:

Tramontate pure, o stelle

Nascondetevi nei vostri cieli

Saprei trovarvi

– se lo volessi –

Cosa può dunque scaturire dall’analisi di traduzioni già pubblicate da tempo, avendo a fronte il testo originale? Ciò che non sempre si trova in saggi, biografie, critiche, cioè nelle fonti secondarie. Il messaggio vero dell’autore è nelle fonti primarie, cioè le sue opere, le sue lettere, e le opere e lettere altrui, scritte in relazione alle sue. Non si scoprirà l’assoluta verità, ma salterà agli occhi il contrasto con le teorie nate da una superficiale conoscenza dell’autore. Riassumo l’analisi in alcune considerazioni:

La prima: Ernest Hemingway non era un supermacho, né poteva scrivere solo sotto l’influenza dell’alcool, come lasciano intendere stereotipi passati nei dizionari di slang; era un forte bevitore, e all’apparenza burbero, ma era sensibile, insicuro e desideroso d’affetto, e aveva una vita privata tesa a lealtà e rispetto, fiducia e amore.

La seconda: Adriana Ivancich è stata l’ispiratrice di Across the River and Into the Trees e, soprattutto, di The Old Man and the Sea. Nel primo caso è stata identificata con la protagonista del libro, Renata, che ne possiede tutte le caratteristiche fisiche e anagrafiche. Avventatamente però Hemingway ha raccontato Renata in comportamenti all’epoca indecenti ed estranei ad Adriana, consegnando la ragazza veneziana allo scandalo. Hemingway non ha poi avuto il coraggio di contrastare pubblicamente le calunnie conseguenti; ha invece idealizzato l’amore e il rispetto per Adriana rifugiandosi nella scrittura di The Old Man and the Sea, per evocarla in quelle pagine con riferimenti velati e metafore delicatissime che oggi consentono, comunque, di riscattare entrambi.

La terza: a sessant’anni di distanza dalla pubblicazione degli ultimi libri di Hemingway, si possono scoprire importanti aspetti della vita dell’autore, sfuggiti per tutto questo tempo ai biografi e alla critica, semplicemente leggendo quei libri, e constatando che gli scritti dei personaggi collegati combaciano con gli indizi lasciati – consciamente, con la volontà di Hemingstein – dal grande narratore.

Osservo infine che le cattive traduzioni di buoni libri, finché restano le uniche per questioni di diritto d’autore o per scelta economica dell’editore, celano zone d’ombra che può valer la pena di esplorare, magari con progetti di ricerca. Si consideri che, se la qualità delle traduzioni prese a parametro non fosse stata così scadente, non avrei avuto lo spunto per indagare su tratti finora trascurati dell’arte e della vita di Ernest Hemingway e Adriana Ivancich.

Ringrazio Irene Abigail Piccinini per il contributo nella impostazione e revisione di questa memoria, che mi auguro abbia suscitato nuovo interesse sull’argomento.

Nota al testo:

Anche il recente lavoro di Paul Hendrickson, Hemingway’s Boat: Everything He Loved in Life, and Lost, 1934-1961, rielabora arricchendolo quanto già noto da numerose altre biografie, certo in modo preciso e avvincente, ma non riesce a cogliere più di una infatuazione di Ernest per Adriana. Leggendo Across the River and Into the Trees, Hendrickson identifica nella descrizione del vecchio motoscafo di Venezia i caratteri del Pilar, la barca amata da Hemingway, ma non sa scorgere allo stesso modo le tracce in filigrana di persone amate da Ernest, perché nemmeno sospetta l’esistenza di tali tracce, assecondando il consolidato stereotipo dello scontroso alcolista misogino dall’ego gigantesco, incapace di vivere e comunicare profondi sentimenti d’amore. Quei sentimenti invece Hemingstein li ha infelicemente vissuti, fino al momento in cui si è sparato via il cervello, lasciando intatto il cuore.