La cicala guerriera

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La cicala guerriera

C’era una volta una cicala cinese. Una cicala maschio, di nome Xi Laobin, nata nel vasto parco delle Università di Pechino, grossa già da neonata e cresciuta fino a diventare enorme, mentre le sue coetanee erano tutte più piccole, ben proporzionate e graziose, come si conviene alle cicale normali.

Tutte le cicale femmina sono raffinate musicofile, e i maschi ottimi musicisti. Il nostro Xi, invece, quando ebbe l’età giusta per cercare una compagna, provò un giorno a intonare la prima serenata amorosa a una cicaletta che lo aveva guardato con occhi dolci: ebbene, emise uno strepito tale da far scappare terrorizzata la cicaletta, e da restare ammutolito e umiliato. Tutti dicevano che per conquistare una cicala femmina non c’era altra via che frinire in modo gentile e suadente, per cui il povero Xi sembrava condannato a restare scapolo per tutta la vita.

Anche tra le cicale c’era una Legione Straniera, e tutte le cicale maschio deluse dall’amore o tradite dalla vita finivano per arruolarvisi, sperando di combattere la tristezza rischiando ali e zampe in difesa dei popoli delle cicale, in ogni parte del mondo.

Xi, dunque, si arruolò subito, e fu spedito in Corea per il primo addestramento da cicala di fanteria. Con il suo fisico incuteva rispetto anche ai soldati più anziani, i cosiddetti “nonni”, e questo gli permise di evitare i pesanti scherzi che tutte le altre reclute dovevano sopportare, mentre veniva presto notato dai superiori per la sua naturale autorevolezza, e per la sua voce tonante. In capo a due mesi, si ritrovò caporale, e poi caporalmaggiore, e prima dell’anno di servizio fu nominato sergente istruttore, vero spauracchio per le giovani reclute.

Ma Xi non era felice, e tutte le sere, dopo che la zanzara trombettiera aveva suonato il silenzio, era tormentato dalla solitudine e da un senso di inutilità. Gli sembrava impossibile che non esistesse una cicala alla quale non piacesse il suo frinire, fragoroso sì, ma corrispondente alla forza dei suoi sentimenti inespressi. Non c’era verso, provava ogni tanto qualche timido approccio con qualche cicala coreana, e più tardi tibetana e dell’Afghanistan, ma quando qualcuna aveva dimostrato interesse per lui, era solo per spillargli quattrini o, nel migliore dei casi, per vincere una scommessa, come quando una cicala americana disse alle sue amiche che sarebbe riuscita a farsi corteggiare da quel grosso cicalone cinese entro due ore. Potete immaginare l’amarezza del povero Xi nel collezionare tante delusioni.

Scoppiò la guerra contro gli scarabei, e Xi lasciò il suo incarico di istruttore di fanteria per passare nelle truppe di assalto volante, l’aviazione delle cicale. Il generale dell’armata cinese aveva notato la grande forza di Xi, e gli chiese di provare a volare caricandosi ogni volta di due bombe alla camomilla in più. Le bombe alla camomilla erano l’ultimo ritrovato dell’industria bellica cinese. Ognuna di esse era in grado di mettere fuori combattimento una dozzina di nemici della taglia d’uno scarafaggio. Prove condotte in gran segreto nel deserto del Xinjiang ne avevano dimostrato perfino la capacità di addormentare un uomo per mezz’ora! Xi, che era un buon aviatore, si impegnò caparbiamente e, alla fine della settimana di addestramento, riusciva a involarsi dalle catapulte di saggina con ben dodici bombe sotto le ali.

In breve diventò un eroe, addormentando centinaia di nemici a ogni missione di bombardamento. Fu decorato più volte, e fece carriera, diventando presto maggiore dell’AVISTRALE (AVIazione STRategica A Lungo Effetto). La continua azione lo aveva ulteriormente irrobustito, e ora era in grado di caricare le nuovissime bombe alla valeriana a testata multipla che, per esplicare il loro terrificante potenziale, dovevano essere sganciate da ben dieci metri d’altezza, acquistando così una velocità tale da rompersi a terra e far rimbalzare le piccole testate che poi scoppiavano tutt’intorno seminando sonno senza sogni tra i nemici delle cicale.

Un giorno a Xi, di ritorno stanchissimo da una missione, fu ordinato di ripartire immediatamente per cercare di liberare una piccola comunità di cicale assediata da scarabei giganti. Era così spossato che avrebbe voluto rifiutarsi, alla fine però si ritrovò sulla catapulta più grossa, portò a regime le ali e diede il segnale di partenza alla cicala mutilata che manovrava le catapulte. Si sentì scaraventare in alto, ma la stanchezza e il peso delle bombe lo trascinavano verso terra… strisciò due volte sull’erba secca, con le ali che ronzavano impazzite, e rischiando di perdere le costosissime bombe; fu solo con la forza della disperazione che riuscì lentamente a riguadagnare quota e a dirigersi verso l’obiettivo.

Ormai era quasi il tramonto, e fu difficile trovare il bersaglio. Vide che le cicale assediate erano già state in gran parte uccise dagli scarabei, e fu preso da una rabbia furibonda. Al primo passaggio riuscì a centrare il gruppo più agguerrito di nemici, poi, più leggero, fece un largo giro per riguadagnare quota e dare maggior efficacia alle bombe che gli erano rimaste sotto le ali. Era sempre più stanco, e la luce era insufficiente per inquadrare bene l’obiettivo… Sganciò, e seguì la traiettoria delle bombe con trepidazione, sperando che avessero efficacia. Quasi tutte andarono a segno; una però, con gran spavento del maggiore Xi, finì nel gruppo delle cicale! La valeriana, come pure la camomilla, non aveva effetto sulle cicale, ma la bomba era veloce e pesante, e quindi pericolosa.

Xi planò verso terra, controllò che non fossero rimasti nemici in grado di nuocere, e poi atterrò sollevando un polverone. Fu introdotto in un rifugio, debolmente illuminato da alcune lucciole alleate. Nella gran confusione una giovane, bellissima cicala, colpita alla testa dalla bomba vagante, giaceva a terra. Xi era in preda allo sconforto, non sapeva che fare, come giovare alla povera cicala svenuta. Fu chiamato un maggiolino medico, coadiuvato da api infermiere, ma la bella cicala, di nome Gao Qiai, non riprendeva conoscenza.

Xi passò la notte al suo capezzale, in preda al rimorso, guardando la cicala esanime e scoprendo nei suoi lineamenti l’immagine della compagna della sua vita, tanto sognata e mai incontrata…

All’alba tornò il maggiolino medico, e diagnosticò uno stato di coma, dichiarando che la povera Gao, anche se fosse sopravvissuta, visto il tipo di ferite, sarebbe probabilmente rimasta sorda. Nei casi di coma, spiegò il dottore, bisognerebbe continuamente far sentire al paziente i suoni del mondo esterno, per stimolare il suo ritorno alla vita, ma in questo caso sembrava impossibile. A una a una, tutte le cicale, dopo aver cercato di scuotere la bella addormentata, rinunciavano e uscivano in silenzio, lasciando Xi solo con Gao e con la sua disperazione. Xi non potè fare a meno di piangere, come possono piangere le cicale, e di lamentarsi sommessamente… tanto sommessamente che dopo mezz’ora neanche la bella cicala sorda poté fare a meno di sentirlo, e di percepire il suo fragoroso frinire come la più dolce e delicata canzone d’amore che sia mai stata scritta. La cicala credeva di sognare, e il sogno continuò per tre giorni e tre notti, fino a quando, finalmente, aprì gli occhi per conoscere chi l’aveva riportata alla vita, e riconoscere in Xi il compagno che anche lei aveva tanto atteso.

La guerra finì, Xi e la sua bella Gao vissero a lungo, felici e contenti.

Ernest Hemingway e Gianfranco Ivancich, una amicizia-scrigno

Adriana e Gianfranco presso la piscina della Finca - 1951

Ernest Hemingway e Gianfranco Ivancich, una amicizia-scrigno

Come qualcuno ricorderà, di Ernest Hemingway mi interessano soprattutto le ultime opere e i riferimenti alla sua storia d’amore con Adriana Ivancich in esse contenuti. A fine settembre di quest’anno 2017 si terranno però a San Michele al Tagliamento e a Latisana le “Giornate in Villa Ivancich”, dedicate in questa seconda edizione a Gianfranco Ivancich, fratello maggiore di Adriana. Nell’occasione pubblico questi brevi appunti per rendergli omaggio ed esprimere un punto di vista personale sulla sua amicizia con Ernest, un punto di vista basato sugli scritti di Ernest, Adriana e Gianfranco, valendomi anche delle memorie di Mary Welsh, la quarta e ultima signora Hemingway.

***

Ernest restò ferito a una gamba, o a entrambe, a Fossalta, durante la Battaglia del Piave nella Prima Guerra Mondiale. Anche Gianfranco fu ferito a una gamba, nella Seconda, mentre aspettava il rimpatrio dopo la ritirata da El-Alamein e i combattimenti contro americani e inglesi in Tunisia. Forse sarà stato questo particolare a incuriosire Ernest quando sentì parlare di Gianfranco da Adriana. Fu così che chiese di conoscerlo, e lo incontrò all’Hotel Gritti, nel febbraio del 1949, due mesi dopo aver conosciuto la sorella. Fu l’inizio di una amicizia a vita, una amicizia-scrigno, destinata anche a comprendere e proteggere ciò che Ernest aveva scoperto di più prezioso in Italia: la sua musa e amore più grande, Adriana appunto.

In quel periodo Ernest stava scrivendo e riscrivendo Across the River and Into the Trees, un romanzo di amore, onore e morte su preciso sfondo storico, reso quindici anni dopo in italiano con Di là dal fiume e tra gli alberi. Il suo protagonista, il colonnello dell’esercito americano Richard Cantwell, aveva un profilo perfettamente compatibile con quello che la reciproca conoscenza gli aveva consegnato del sottotenente di cavalleria Gianfranco Ivancich. Si noti, un ex-nemico, che però aveva voluto seguire il pericoloso crinale del coraggio e dell’onore, affrontandone tutti i rischi ed evitando di trarre vantaggi personali dalla condizione di militare e partigiano: mentre anche eroi dell’ultima ora e pseudo combattenti sfilavano nelle piazze imbandierate del nord Italia, Gianfranco era impegnato a limitare le conseguenze della sconfitta sul fronte di Trieste contro le trionfanti formazioni di Tito, così come appena prima aveva contribuito ad ottenere una resa senza devastazioni del presidio militare tedesco a Venezia. Era a quel tempo inquadrato nelle brigate Osoppo del movimento di Resistenza, e in collegamento con l’organizzazione americana OSS, l’Office of Strategic Services, un servizio segreto.

Gianfranco possedeva le qualità che avevano suscitato in Ernest ammirazione perfino per l’arcinemico Erwin Rommel, comandante di Gianfranco nel secondo conflitto mondiale e uno degli artefici della disfatta italiana a Caporetto nel primo.

Ernest dunque aveva totale stima e fiducia in Gianfranco, e tramite lui riusciva a seguire da lontano il destino di quella che considerava la donna della sua vita, Adriana, senza mai superare i limiti della discrezione, senza mai caricarlo di curiosità morbose, lasciando che il suo sentimento riposasse nel cristallino scrigno dell’amicizia con Gianfranco, incompatibile con un rapporto disonesto tra Ernest e Adriana. Purtroppo innumerevoli sono state e sono le persone che non hanno mai creduto a un rapporto onesto, nonostante le testimonianze scritte nelle ultime opere e nelle lettere di Ernest Hemingway, nonostante la testimonianza offerta da Adriana Ivancich nella sua Torre bianca, denigrando Adriana con un accanimento che ha trovato campo libero di fronte al dignitoso silenzio e riserbo della famiglia Ivancich.

***

Gianfranco ha cercato la sua strada a Cuba, nel periodo passato alla Finca Vigía ospite di Ernest, come funzionario della Sidarma e cimentandosi come scrittore di romanzi per Scribner, e poi nella sfortunata impresa di avviare una attività agricola in una fattoria, una Finca tutta sua. Cuba ha orientato la sua esistenza successiva, con la formazione della famiglia oggi rappresentata dalle figlie Irina e Consuelo. Il figlio Carlo, Bobo, è mancato l’anno scorso.

A Cuba Gianfranco ha raccolto da Ernest tre fondamentali attestati di stima. Certamente anche altri, ma di questi sono a conoscenza:

Il primo è la nomina a socio direttivo della White Tower Inc., la Società Torre Bianca, a pari dignità con Ernest stesso e Adriana [TB, p. 182], pur non avendo incarichi diretti nel bookmaking [DPDH, p. 111, lettera del 5 gennaio 1951 ad A.E. Hotchner], inteso sia come creazione di libri che come gioco, scommessa sul futuro, esclusiva segreta di Ernest nella sua personificazione di Hemingstein, creatura fantastica e quasi onnipotente, metà Hemingway e metà Frankenstein.

Il secondo è la confidenza circa l’esistenza di un’altra sua dimensione: The fourth dimension; nelle mie storie tento di creare una quarta dimensione, e ci riesco” gli disse Ernest. E Gianfranco commenta per noi “Non sono ancora sicuro di poter capire cosa volesse dire: noi umani viviamo in tre dimensioni, ma forse in un capolavoro si ha la sensazione di uscire dai limiti dello spazio e del tempo.” [DCK, p. 120]. Si tratta precisamente della dimensione di Hemingstein, autore dei messaggi paralleli e nascosti nel testo delle opere di Hemingway, per esempio con l’indicazione del crocevia della sua vita, la fatidica road juncture delle Quattro Strade di Latisana, luogo di nascite e rinascite.

Il terzo attestato è il dono del manoscritto di The Old Man and the Sea, come scrive Mary Welsh, che ovviamente non poteva ammettere che la reale destinataria del dono fosse Adriana, la musa all’origine di quel libro. Mary riferisce, a proposito di Ernest: “Aveva regalato il manoscritto originale di The Old Man a Gianfranco, e quando Hans Heinrich, un uomo d’affari di New York, gli scrisse se gli interessava venderlo e a quale prezzo, Ernest rispose motivando il regalo e i suoi legami con Gianfranco e la famiglia Ivancich.” [HIW, p. 310].

La stima di Ernest lo conferma dunque nel suo ruolo di depositario a volte inconsapevole di confidenze e sogni, per il suo essere uomo d’onore e galantuomo, in una parola gentiluomo.

In una specie di imitazione inconscia e indotta dal sentimento di Ernest per Adriana, si deve notare che anche Mary aveva incondizionata ammirazione e stima di Gianfranco, tanto da metterlo per iscritto in How It Was, il suo libro di memorie, per la sua prima visita a Cuba: “Ora avevamo la possibilità di conoscerlo ed entrambi [Mary ed Ernest, ndr] lo trovammo delizioso. Sottile come un cipresso, e con i profondi occhi scuri della sorella (…). Era arrivato per restare un paio di settimane, aveva detto con la sua voce piena e chiara. Nessuno di noi aveva idea che la sua visita sarebbe durata, con qualche intervallo, sette anni.” [HIW, pp. 246-247].

L’ammirazione per l’amico italiano è ancora più evidente quando, ricordandone il primo ritorno in patria, Mary scrive: “Gianfranco aveva deciso che avrebbe dovuto tornare a Venezia per occuparsi sia degli affari di famiglia che di quelli della società di spedizioni che gli dava lavoro, e la sua partenza sembrò a entrambi quasi una amputazione fisica. In quattro anni si era compenetrato così totalmente nella vita della Finca che il suo distacco fu tanto difficile quanto districare le radici intrecciate dei fiori. Noi tre eravamo alleati politici. Condividevamo i gusti nei libri, nella musica, nel cinema, condividevamo il mare come fonte di divertimento, lo spirito come lubrificante per gli attriti quotidiani. Il nostro slanciato amico veneziano sapeva come restare tranquillo nello spirito e nel fisico. Ernest diceva, «Se lo sentite, non è Gianfranco». Per Ernest era un fratello più piccolo, e – con dodici anni di meno – un fratello più piccolo anche per me. Nelle discussioni tra il padrone e la padrona di casa, la sua capacità di essere neutrale sfiorava il genio. Dietro di lui è rimasto un grande spazio vuoto.” [HIW, pp. 315-316]. Non si è dunque lontani dal vero a supporre che Mary fosse un poco innamorata di Gianfranco, con un atteggiamento dello spirito portato naturalmente a considerare il sentimento di Ernest per Adriana una cosa sagrada – una cosa sacra – come riferisce lo scrittore stesso, e ad accettarlo, senza gli accessi di gelosia suscitati dai pettegolezzi su altre avventure del marito. Solo una volta, a metà novembre del 1950, Mary ha affrontato il pericolo che sentiva imminente di un ménage à trois, risolto con la tacita assicurazione di Ernest che avrebbe rispettato la sua condizione di Mrs Hemingway, la signora Hemingway. [HIW, pp. 280-281].

***

Un volo da Venezia a Londra, e poi sulla rotta artica per San Francisco e Los Angeles, quindi a Salt Lake City e Hailey, porta Gianfranco, del ramo veneziano della famiglia Hemingway, a essere discretamente presente al funerale cattolico di Ernest a Ketchum, nel pomeriggio di giovedì 6 luglio 1961. Per trascorrere la notte prima del funerale, i parenti del ramo americano gli aprono e offrono la stanza privata e il letto del suo fratello più grande.

Piccola bibliografia

DCK – Gianfranco Ivancich, Da una felice Cuba a Ketchum, Edizioni della Laguna, Mariano del Friuli 2008.

DPDH – Albert J. DeFazio III, edited by, Dear Papa, Dear Hotch, The Correspondence of Ernest Hemingway and A.E. Hotchner, University of Missouri Press, Columbia, Missouri 2005.

HIW – Mary Welsh Hemingway, How It Was, Alfred A. Knopf, New York 1976.

TB – Adriana Ivancich, La torre bianca, Mondadori, Milano 1980.

Foto

Adriana e Gianfranco Ivancich sul bordo della piscina alla Finca Vigía (1951?).

Pioggia Notturna

red riverPioggia Notturna

Una tribù indiana della gente Dakota viveva nelle grandi pianure a ovest del Fiume Rosso. Traeva sostentamento dalla natura, senza abusarne, guidata dalla saggezza degli anziani, in pace con i popoli vicini.

Tuono Lontano era un anziano dei più rispettati. Era vedovo e aveva un solo figlio, Pioggia Notturna, nel quale aveva riposto tutta la sua fiducia, con la tranquilla ambizione che diventasse un uomo leale e forte, degno degli antenati.

Un giorno d’estate Pioggia Notturna era partito, da solo, con il suo bel mustang pezzato bianco e marrone, a caccia di daini, dai quali ricavare carne secca e pelli per l’inverno. Doveva tornare all’accampamento prima della luna nuova, ma non fece ritorno. Un uomo senza onore, per derubarlo del cavallo e delle pelli, l’aveva ucciso nel sonno, a tradimento.

L’anima di Pioggia Notturna restò a vagare nella prateria e tra le foreste. La via verso il Grande Spirito gli era stata preclusa dalla morte improvvisa, violenta, che non gli aveva consentito di prepararsi a quel viaggio considerato dagli indiani come una nuova nascita. Il suo corpo fu trovato e portato al padre, annichilito dal più grande dolore che la vecchiaia potesse riservargli.

A lungo vegliò, Tuono Lontano, ai piedi del piccolo palco di rami sul quale era stato posto il corpo del figlio, avvolto in un tappeto che aveva tessuto la madre, quando ancora il futuro sembrava una promessa di felicità. Ora il suo unico figlio era là sopra, al sicuro dai cani della prateria, ma ancora distante dalla dimensione nella quale era atteso. Tuono Lontano sentiva l’anima inquieta del figlio vicina a sé, la invocava, ma ogni volta si ritrovava solo con la sua disperazione. Pensò allora che solo la vendetta avrebbe potuto placare l’anima di Pioggia Notturna. Partì alla ricerca dell’assassino.

Un anno intero cavalcò Tuono Lontano, seguendo le tracce inesistenti di un uomo sconosciuto, acerbamente addolorato e confortato, allo stesso tempo, dalla continua percezione dell’anima cara che lo seguiva attraverso valli mai percorse e sconfinate praterie. Ogni volta che credeva di essere vicino alla causa della sua sofferenza, sentiva svanire inesorabilmente la tensione, il desiderio di vendetta, che gli rinascevano in cuore appena decideva di volgere la sua ricerca in un’altra direzione.

La dodicesima luna dalla sua partenza era al culmine quando si fermò in una tranquilla radura tra gli abeti, sulla riva sud del fiume Missouri, vicino alla confluenza del Piccolo Missouri. Quella notte, oltre alla nota presenza, percepì una sconosciuta sensazione di energia intorno a sé, sotto di sé, e un chiarore dorato, che non era la luce della luna. Non seppe interpretare il fenomeno, ma avvertì, per la prima volta da quando era partito, un profondo senso di benessere.

Il giorno dopo Tuono Lontano si svegliò senza l’oppressione, l’ansia che gli pesavano sul cuore a ogni risveglio. Raccolse la coperta e non montò a cavallo, incamminandosi serenamente con una mano sul dorso del suo fedele compagno. Il sole era ormai alto quando raggiunse un campo dei Sioux Pueblo. Passò tra i wigwam senza destare curiosità, come se stesse entrando nel campo della sua gente. Il cavallo si fermò spontaneamente davanti a un wigwam modesto, che si distingueva dagli altri per fitte decorazioni dipinte sulla cortina di cuoio leggero, usata, di notte, per chiudere l’apertura triangolare di ingresso. Come se lo aspettassero, dalla tenda uscirono una giovane, ancora non promessa, di nome Aura di Luna, e i suoi genitori Ombra d’Aquila ed Erba-che-canta.  L’aspetto del vecchio Dakota, stanco e dimesso, ispirava comunque reverenza. Gli anziani coniugi si fecero da parte mentre Aura di Luna gli toglieva la cappa frangiata dalle spalle e lo invitava a riposarsi nella loro piccola dimora.

La commozione assalì Tuono Lontano, che da dodici lune non entrava in un wigwam, al ricordo della sua famiglia felice. Fu per lui una liberazione narrare la sua storia… non si accorse della attenzione tutta particolare con la quale era ascoltato, né del trasalire di Aura di Luna al racconto dell’episodio della notte precedente. Quando alla fine chinò il capo e tacque, fu Ombra d’Aquila a prendere gravemente la parola, con una mano sulla mano della figlia. Ombra d’Aquila era quello che si poteva definire un sacerdote della sua gente, avendo fatto tesoro della sapienza degli antenati e della sua innata vocazione al sacro. L’anziano Pueblo disse che l’anima di Pioggia Notturna non cercava vendetta, ma solo la via per ricongiungersi al Grande Spirito, come le anime di tutti i guerrieri che non avevano avuto il tempo di prepararsi al trapasso con la meditazione e il silenzio. Molte anime avevano trovato la via del Grande Spirito, proprio nella radura nella quale Tuono Lontano aveva passato la notte. Quello era il luogo scelto dai Pueblo Sioux, da tempi immemorabili, per la cerimonia del “Salto Lucente”, un luogo sempre e ancora carico di energia, il “Luogo della Luce”.

Ombra d’Aquila guardò la figlia, poi la moglie. Dopo il loro tacito assenso, disse: “Fratello Tuono Lontano, Aura di Luna danzerà per Pioggia Notturna nel Luogo della Luce dei Dakota”.

Il vecchio Dakota non sembrava avere più una sua volontà. L’ira, il desiderio di vendetta lo avevano accecato, lo avevano distolto dall’antica saggezza che gli apparteneva, e che ora riscopriva nelle parole di un fratello di un’altra tribù, di un altro popolo. Accettò chinando il capo. Il suo viaggio volgeva al termine. Il cavallo di Tuono Lontano seguì l’invisibile traccia che portava alle terre dei Dakota. Prima che si compisse il ciclo della luna, Tuono Lontano e i tre Pueblo furono accolti nel campo che fu di Pioggia Notturna.

Ombra d’Aquila uscì al mattino con un giovane amico di Pioggia Notturna, alla ricerca del Luogo della Luce. Da moltissime stagioni i Dakota erano in pace, nemmeno gli anziani ricordavano che fosse morto mai nessuno di morte violenta, prima di Pioggia Notturna. Il Luogo della Luce dei Dakota esisteva ormai solo nella leggenda. L’anziano sacerdote si lasciò condurre da sensazioni quasi impercettibili, a volte cancellate dal calore del sole e dalla fresca carezza del vento. Smontò da cavallo quando l’energia superò ogni altra sensazione. Camminò verso una piccola radura, uscendo da un boschetto di querce. L’energia aumentava. Al centro della radura si accorse che un alone dorato circondava ogni cosa, anche le pietre, anche all’ombra della sua cappa. Aveva trovato il Luogo della Luce dei Dakota. Il suo giovane compagno, che non aveva osato dire nulla, fino ad allora, raccontò che in quel luogo convenivano a consiglio i capi delle tribù Dakota. Forse il luogo favoriva la concordia, e forse nemmeno i capi lo sapevano.

Venne il giorno prescelto. Era un luminoso mattino della prima metà di Settembre, secondo il nostro calendario. Pochi gli invitati alla cerimonia: quattro persone scelte da Ombra d’Aquila per danzare assieme alla figlia, oltre all’amico di Pioggia Notturna, con un tamburo rituale.

Aura di Luna si inginocchiò al centro della radura, con le mani al suolo e il capo chino, come per stabilire un intimo contatto con la madre terra. Una espressione serena le distese i dolcissimi tratti del volto. Alle sue spalle Ombra d’Aquila stava ritto, abbracciandosi i gomiti, con gli occhi socchiusi rivolti al cielo, verso il Grande Spirito. Erba-che-canta stava in disparte, con lo sguardo fisso sulla figlia amatissima, in ansia, anche se rassicurata in parte dal suo quieto atteggiamento. Tuono Lontano era col pensiero rivolto al figlio: lo sentiva vicino, inquieto, teso. Percepì la stessa sensazione di energia latente che lo aveva sorpreso nella terra dei Pueblo.

L’aria era limpida, il sole caldo, il vento fresco, quando Ombra d’Aquila intonò con voce bassa, profonda, nitida, ritmata da brevi emissioni di suono più acute, un antico canto hózhó Navajo, che narrava della identità degli uomini rossi con il cosmo, con lo Spirito. Il tamburo seguì poco dopo il ritmo della voce, sottolineando le sonorità più alte.

… Monti circondano la terra

e l’armonia si estende sulle loro pendici.

Per mezzo di essa ci sarà armonia nella mia vita.

Davanti a me sarà armonia.

Dietro di me sarà armonia.

Sotto di me sarà armonia.

Sopra di me sarà armonia…

I quattro danzatori presero a muoversi in cerchio, seguendo liberamente le proprie emozioni. Aura di Luna, come riscuotendosi dalla meditazione, si mosse con un piccolo scatto, si levò adagio sulla punta dei piedi, come se avesse perso il suo già lievissimo peso. Danzò per Pioggia Notturna, sempre a occhi chiusi, in cerchio, illuminandosi di una luce che sembrava sorgere dalla terra. La stessa luce riempiva i suoi occhi chiusi, il suo cuore, il suo intero essere. La luce si scompose in tutti i colori dell’arcobaleno, nel chiuso sguardo di Aura di Luna. La felicità entrò nel suo corpo esile. A un tratto, mentre un luminoso arancione le riempiva le palpebre, apparve il viso di un giovane uomo dall’espressione dolente, sempre più nitido. L’uomo parlò timidamente, incerto…

“Il mio nome è Pioggia Notturna. Chi sei? Puoi aiutarmi? Puoi aiutarmi a conoscere il Grande Spirito?” Aura di Luna quasi arrestò la sua danza, impaurita dalla gravità della richiesta, che rinnovava emozioni vissute nel Luogo della Luce della sua gente. “Non spaventarti, aiutami, se puoi”, implorò Pioggia Notturna.

Aura di Luna continuò la danza, vincendo la paura crescente. Un flusso intenso di energia attraversava il suo fragile corpo. Nella danza sentiva le cosce e le braccia gelate, la pelle accapponata, e poi un gran calore la invadeva, e di nuovo il gelo, finché, dietro il viso del figlio di Tuono Lontano, apparve una porta luminosissima, arancione, inserita in un gran fascio di luce che da terra saliva al cielo. Pioggia Notturna sorrise finalmente, mentre arretrava verso la porta. Aura di Luna poteva vederne la figura intera, ora. Una attrazione inquietante la chiamava verso la porta. Seguì con lo sguardo l’anima sorridente che ora si volgeva camminando verso la porta, mentre ancora la guardava riconoscente. L’energia sembrava risucchiarla verso il cielo, Aura di Luna si sentiva staccata da terra… Pioggia Notturna attraversò la soglia, entrò nell’altra dimensione, nella sua dimensione. Compì il Salto Lucente.

Ombra d’Aquila fermò la danza ponendole le mani sui fianchi, prese le sue mani e quelle degli altri danzatori. Ordinò di formare un cerchio, poi condusse nove volte lentamente il cerchio verso sinistra, poi nove volte verso destra, e poi ancora nove volte verso sinistra. La porta si chiuse. Il senso di freddo assalì ancora Aura di Luna, nonostante si sentisse perfettamente felice. Riaprì gli occhi, e pianse, né di gioia né di dolore, mentre tutti i presenti si abbracciavano commossi.

Aura di Luna si asciugò infine le lacrime per raggiungere Tuono Lontano, e parlargli. Ma il vecchio Dakota aveva già captato la felicità del figlio, e si sentiva ora appagato, svuotato di ogni risentimento, di ogni desiderio di vendetta. Era tornato nella via del Grande Spirito. Si lasciò morire tra le braccia di Aura di Luna, rinascendo a nuova vita.

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Ad Maiorem Ernesti Gloriam

Appunti sulla biografia Hemingway e l’Italia, di Richard Owen (traduzione di Daniela De Lorenzo, Donzelli, Roma 2017) e sul testo originale inglese Hemingway in Italy (Haus Publishing, London 2017).

Osservazioni in generale

. Il risvolto di copertina dell’edizione italiana recita: “Nel corso degli ultimi vent’anni nulla di nuovo è stato aggiunto alla biografia di uno dei massimi scrittori del Novecento.” Non è esatto, per esempio è dal 2005 che io vado aggiungendo qualche novità, ma devo ammettere la mia scarsa visibilità. È comunque vero che nel libro di Owen non c’è nulla di nuovo o inedito, il suo pregio sta nel fatto che vi sono radunate per la prima volta le informazioni relative all’Hemingway italiano.

. Salvo eccezioni segnalate, le imprecisioni rilevate sul testo tradotto riguardano anche il testo originale.

. Non ho eseguito un controllo integrale della traduzione italiana, ho solo esaminato casi sospetti di primo acchito. A parte qualche svista, soprattutto di carattere geografico, e tenendo conto del poco tempo a disposizione per realizzarla – dal momento che le due edizioni sono uscite praticamente in contemporanea – la traduzione sembra discreta, col merito di aver rettificato qualche svarione dell’autore.

. Tutte le citazioni da opere di Hemingway nel testo italiano sono tratte dalle traduzioni di Fernanda Pivano: sarebbero da rivedere, in quanto spesso fuorvianti.

. Senza motivo apparente, nel testo inglese sono saltati gli accenti da tutte le parole italiane e francesi accentate (Cantù, Donà, Doneà, Forlì, baccalà, caffè, Île).

. L’intervista a Giacomo Ivancich del 23 novembre 2014 è di Stefano Lorenzetto, non Lorenzetti. Nell’edizione inglese il riferimento in bibliografia è corretto, però doppio.

. La copertina scelta per l’edizione italiana è orrenda. L’immagine non sembra nemmeno scattata in Italia, ma probabilmente a Cuba.

. Gli appunti sono ordinati secondo la successione dei capitoli del libro, bisogna inoltrarsi nella lettura per trovare i più interessanti.

Piero Ambrogio Pozzi

Introduzione

Pag. 7

“L’Italia (…) lo aiutò a riprendersi dalle pesanti conseguenze di due incidenti aerei durante un safari in Africa.”

Ernest Hemingway si recò direttamente in Italia, alla fine del safari africano degli anni 1953-54, non tanto per riprendersi dalle pesanti conseguenze fisiche, quanto per abbracciare e tranquillizzare la donna che amava, Adriana Ivancich. Il senso comune avrebbe voluto che si recasse subito in una clinica di fama adeguata, e non lo fece, sfidando l’ostilità della moglie Mary, come risulta da una lettera a Aaron E. Hotchner dalla motonave Africa: “There is an excellent chance Miss M. will beat my brains out and as we approach Venice the odds on this shorten.” [DPDH, lettera del 14 marzo 1954 a A.E. Hotchner, p. 158]. Risulta anche da una lettera a Bernard Berenson dal Kenya: “But I want to see my lovely Adriana…” [SL, lettera del 2 febbraio 1954 a Bernard Berenson, p. 828].

Pag. 15

“Ma tu l’hai mai vista un’alba dal Monte Grappa? L’hai mai sentito il crepuscolo di giugno sulle Dolomiti? O assaggiato lo Strega che fanno a Cittadella? O camminato per Vicenza di notte sotto una luna che ti bombarda? Sai, la guerra non è solo combattere, è molto di più.”

La traduzione della citazione è un poco approssimativa. Per esempio Pickles McCarty l’avrà bevuto a Cittadella, ma lo Strega lo fanno a Benevento.

  1. La guerra sulle Dolomiti

Pag. 18

“…gli italiani allo stremo furono sconfitti una volta per tutte nella battaglia di Caporetto…”

Fu una sconfitta decisiva, non definitiva. In inglese decisively defeated è corretto.

Pag. 19

“… che in quel momento avevano già superato Grave di Papadopoli.”

Le Grave (ghiaie) di Papadopoli sono un’isola nel letto del Piave, non un paese. Nell’edizione inglese il riferimento è corretto.

Pag. 13 del testo inglese

“Hemingway was sent on his first day in Milan to a bombed munitions factory at Bollate…”

La fabbrica era esplosa, ma non in seguito a un bombardamento. Giusta la traduzione italiana.

Pag. 14 del testo inglese

“… Vittorio Emmanuele Gallery…”

Refuso per Emanuele.

  1. Fossalta di Piave

Pag. 27

“La storia è ambientata a Gorizia, ma l’atmosfera è quella che l’autore aveva vissuto sulle Dolomiti.”

L’autore, da autista dell’ARC (American Red Cross), non era mai stato sulle Dolomiti.

Pag. 20 del testo inglese

“… is the nearby former Benedictine Abbey of Monastier, Santa Maria del Pero (meaning ‘river port’)…”

L’abbazia è situata presso il fiume chiamato una volta Pero (ora Meolo) ma non c’è nulla che significhi ‘porto fluviale’.

Pag. 32

“… potrebbe però essere sembrata gialla nel bagliore dei razzi di segnalazione che gli austriaci sparavano per illuminare gli obiettivi.”

Erano bengala (flares), non razzi di segnalazione.

Pag. 36

“…dove i medici gli estrassero alcune schegge dal corpo e quasi sicuramente gli diedero della penicillina per scongiurare il rischio di cancrena e di setticemia…”

Fleming scoprì la penicillina nel 1929, e fu usata solo a partire dalla seconda Guerra Mondiale.

  1. Agnes e Catherine

Pag. 45

“Secondo Giovanni Cecchin, compianto studioso di Hemingway, è probabile che lo scrittore pensasse a Villa dei conti Trento a Dolegnano del Collio…”

Inspiegabilmente nella traduzione scompare l’attributo originale di Cecchin, “foremost Italian authority on Hemingway”. Cecchin è davvero uno studioso importante. Il paese è Dolegnano, frazione di San Giovanni al Natisone in provincia di Udine, da non confondersi con Dolegna del Collio in provincia di Gorizia.

Pag. 32 del testo inglese

“… Dolegnano del Collio, some ten miles from Gorizia in Friuli, just across the regional border from the Veneto.”

Dolegnano, che si trova a circa 5 km dal confine con la Slovenia e a circa 40 km in linea d’aria dal confine col Veneto. Il riferimento all’asserito vicino confine col Veneto è giustamente assente nella traduzione.

  1. L’amore alla Scala

Pag. 38 del testo inglese

“… Galleria Vittorio Emmanuele…”

Refuso per Emanuele.

  1. La ragazza di Torino

Pag. 56

“… una cartolina che raffigurava il confine svizzero-italiano visto dal Mottarone.”

Il confine non è visibile dal Mottarone. Al limite si vedranno i monti della Svizzera.

  1. Bassano del Grappa

Pag. 47 del testo inglese

“… but then to the historic town of Bassano del Grappa in the foothills of the Dolomites…”

Parte di questa frase è giustamente saltata in traduzione, perché Bassano non è ai piedi delle Dolomiti.

Pag. 47 del testo inglese

“… known as Bassana Veneto…”

Refuso per Bassano.

Pag. 64

“Dal centro storico, a monte rispetto alla villa, si vedono profilarsi in lontananza il monte Grappa e le Dolomiti…”

Il centro storico di Bassano è a valle, rispetto alla villa Ca’ Erizzo. Il monte Grappa è vicino, e le Dolomiti non sono visibili.

La traduzione non rispecchia l’originale inglese.

  1. Taormina

Pag. 57 del testo inglese

“… member of the Cincinatti Procter and Gamble soap dynasty.”

Refuso per Cincinnati, ripetuto tre righe sotto.

Pag. 78

“Alcuni anni dopo, nel 1950, raccontò al generale Charles «Buck» Langham che, …”

Refuso per Lanham.

Refuso presente anche nel testo inglese, pag. 58.

Pag. 60 del testo inglese

“… with the actress Eleanora Duse…”

Refuso per “Eleonora”.

  1. In un altro paese

Pag. 87

“… ferito a seguito di un bombardamento aereo notturno…”

Probabilmente non si tratta di un bombardamento aereo.

Anche il testo inglese è ambiguo (night bombing raid, a pag. 67). Gli aerei dell’epoca non erano attrezzati per il bombardamento notturno.

  1. Il corrispondente da Genova

Pag. 96

“Hemingway tra l’altro descrive erroneamente D’Annunzio come ebreo.”

Lo fa per scherzo, rettificando l’affermazione subito dopo: “I always wondered what his real name was, he thought, because nobody is named d’Annunzio in a practical country and perhaps he was not Jewish and what difference did it make if he was or was not.” [ARIT, p. 36]

  1. Il più grande bluff d’Europa

Pag. 105

“Anche Schio fu una delusione: quella «cittadina del Trentino che sorge alle spalle delle Alpi»…”

Schio non è nel Trentino – ma non è errore di Owen – e non sorge alle spalle delle Alpi, ma sotto la sua bastionata (under the shoulder of the Alps).

Pag. 86 del testo inglese

“… Giacomo Matteoti…”

Refuso per Matteotti, ripetuto tre righe sotto.

  1. Rapallo e Cortina

Pag. 89 del testo inglese

“… Mary de Rachewitz…”

Refuso per Rachewiltz.

Pag. 91 del testo inglese

“… Sigismundo Malatesta…”

Refuso per Sigismondo.

Pag. 120

“… il loro primogenito, John Hadley Nicanor, che prese il cognome della madre…”

Hadley è il nome della madre, non il cognome.

La traduzione non rispecchia l’originale inglese.

  1. Che ti dice la patria?

Pag. 127

“In seguito risalirono la costa adriatica fino a Forlì…”

Da Rimini a Forlì non si risale la costa adriatica, si segue la via Emilia.

Pag. 102 del testo inglese

“Tiene Duro” – “Hold Fast”.

Refuso per “Tieni duro”.

  1. Una grande religione

Pag. 105 del testo inglese

“Dr Amadeo Kraus”

Refuso per Amedeo.

Pag. 107 del testo inglese

“Born in the Florentine suburb of Solliciano…”

Refuso per Sollicciano.

  1. L’estrema unzione

Pag. 148

“… nella chiesa di Saint-Sulpice, nel quartiere Luxembourg di Parigi – «due torri, un elegante doppio colonnato, massiccio ma delicato» …”

Il colonnato di Saint-Sulpice è effettivamente doppio, ma la traduttrice non dovrebbe essere autorizzata a modificare le citazioni da Hemingway, che è libero di sbagliare, come a pag. 113 del testo inglese: “… in the church of Saint-Sulpice in the Luxembourg Quarter, he later told Hotchner – «twin towers, three tiers of elegant columns, massively delicate»… ”

  1. L’Harry’s Bar

Pag. 117 del testo inglese

“… a Spanish colonial farmstead twelve miles from Havana…”

Sono circa 10 km in linea d’aria dal centro dell’Avana.

Pag. 120 del testo inglese

“… Fernanda Pivano, who had been arrested during the Second World War for translating A Farewell to Arms…”

È falso, Pivano non è mai stata arrestata. La sua traduzione, la terza italiana dopo quella di Bruno Fonzi (Jandi Sapi 1945) e quella di Dante Isella, Giansiro Ferrata e Puccio Russo (Mondadori 1946), è apparsa da Mondadori soltanto nel 1949. Con tutta probabilità è infiorata anche la versione che Pivano dà della visita all’Albergo Nazionale, sede della Gestapo a Torino [LA, p. 39]. Si noti che ai tedeschi, che a Caporetto avevano vinto, non importava nulla dell’asserito vilipendio all’esercito italiano.

Pag. 122 del testo inglese

“… where his favourite dish was baccala all veneta (dried and salted cod Venetian style)…”

Refuso per baccalà alla veneta. In realtà ottenuto da stoccafisso (stockfish), merluzzo semplicemente essiccato, non salato.

Pag. 159

“una stanza enorme, eccessiva, che affaccia sul Canal Grande, proprio di fronte alla chiesa di Santa Maria della Luce”…

Citazione sbagliata, quella giusta recita: “a huge inconvenient room just opposite the Church of Santa Maria della Salute on the Grand Canal.” [HIW, p. 224].

Pag. 161

“benché sulle Dolomiti fosse stato soltanto un autista di ambulanze dell’Arc”…

Ernest non è mai stato sulle Dolomiti come autista dell’ARC.

Pag. 161

“… era chissà come arrivato a convincersi di aver difeso anche Venezia in gioventù, guadando le paludi salmastre della laguna a Caposile, immerso nell’acqua fino al torace.”

Il testo inglese non parla di guadi (… by standing chest deep…). Erano i tedeschi a guadare le paludi: “… and then you killed the men who came wading across the marshes, holding their rifles above the water and coming as slow as men wade, waist deep.” [ARIT, p. 23].

  1. Adriana e Renata

Pag. 165

“Di ritorno a Cortina, un piovoso sabato pomeriggio di dicembre, Ernest andò a caccia di pernici e anatre insieme a Carlo Kechler, fratello del conte Federico, e a un altro aristocratico veneto che poi avrebbe conosciuto meglio, il barone Nanuk Franchetti, in una riserva di caccia di Franchetti a San Gaetano, vicino a Caorle. Fu lì che Hemingway conobbe la ragazza che gli avrebbe conquistato il cuore: Adriana Ivancich…”

Secondo le mie ricerche si trattava del pomeriggio di venerdì 10 dicembre 1948. Le pernici non mi risultano. Hemingway ha incontrato Adriana sulla strada da Codroipo verso San Gaetano di Caorle, precisamente all’incrocio delle Quattro Strade di Latisana, l’attuale Piazzale Osoppo [FLIL, p. 5].

Pag. 165

“… al che Hemingway le offrì un po’ di whisky per scaldarsi…”

Il whisky Hemingway gliel’aveva offerto il giorno prima, sulla Buick, appena partiti da Latisana [TB, p. 10].

Pag. 128 del testo inglese

“… from the island of Lussino (Mali Losinj)…”

Mali Losinj è il nome croato del capoluogo dell’isola, Lussinpiccolo, non dell’isola stessa. Errore copiato dalle memorie di Mary Welsh Hemingway [HIW, p. 256].

Pag. 129 del testo inglese

“… near the lagoon port of Caorle.”

Caorle affaccia sul mare aperto, non sulla laguna.

Pag. 168

“… tanto che più volte aveva attraversato il ponte per andare a guardare le vetrine dei negozi a Latisana, ma poi ogni volta era tornata indietro.”

Adriana attraversava l’incrocio alle Quattro Strade di Latisana, il ponte sul Tagliamento era ben distante, a più di un chilometro [TB, pp. 7-8].

Pag. 168

“… la chiamava «daughter» – un vezzeggiativo con cui si rivolgeva a tutte le ragazze più giovani.”

Ernest chiamava daughter anche Marlene Dietrich, sua coetanea.

Pag. 168

“Nei suoi scritti, a differenza della realtà, avrebbe però avuto – o meglio, lo avrebbe avuto il suo ennesimo alter ego, Richard Cantwell – un rapporto sessuale con lei (nel personaggio di Renata) su una gondola.”

Nei capitoli 12 e 13 di Across the River nel personaggio di Renata non c’è Adriana, ma Marlene Dietrich [FLIL, pp. 21-24]. Ad ogni modo non c’è stato alcun rapporto sessuale completo, solo petting spinto.

Pag. 168

Pronunciato all’inglese Renata diventa «Rinata» e voleva forse simboleggiare l’anima di Venezia…”

L’origine del nome Renata è molto più probabilmente legata alla ispirazione dannunziana del Notturno [FLIL, p. 12].

Pag. 131 del testo inglese

“On that fateful rainy winter’s day…”

Era autunno.

  1. Di là dal fiume

Pag. 171

“… il conte Carlo Ivancich, era stato assassinato in un vicolo della città.”

Gli Ivancich non avevano titoli nobiliari. Il cadavere del papà di Adriana era stato trovato sul greto del Tagliamento. Owen ha ripreso la versione data da Mary Welsh Hemingway [HIW, p. 247].

Pag. 178

“… quando Cantwell muore d’infarto sulla strada di ritorno a Trieste…”

Cantwell muore d’infarto sulla strada che da Latisana porta a Codroipo, avendo fatto prima deviare Jackson dalla statale per Trieste [FLIL, pp. 89-91].

  1. L’amore in gondola

Pag. 179

Di là dal fiume e tra gli alberi presenta alcune analogie con La morte a Venezia di Thomas Mann…”

Quali analogie? Non riconosco quelle riportate alla fine del capitolo 21. Morte a Ketchum.

Pag. 179

La trovata di Cantwell, che si finge a capo di una immaginaria organizzazione di tipo massonico – l’Ordine di Brusadelli – in cui il capocameriere del Gritti (che asseconda quella fantasia) è il Gran Maestro…”

Cantwell non si finge a capo, il capo è il Gran Maestro, e l’organizzazione che ha inventato non è di tipo massonico, è un ordine cavalleresco in versione sconveniente.

Pag. 180

“Ma anche in questo caso Hemingway applica alla scrittura la «teoria dell’iceberg», dove la storia avviene appena sotto la superficie. Non viene mai spiegato, per esempio, per quale motivo Cantwell è stato retrocesso da generale a colonnello.”

Non capisco cosa c’entri la teoria dell’iceberg con la retrocessione di Cantwell, che non è ovviamente avvenuta per motivi infamanti: un ufficiale di carriera con l’orgoglio di Cantwell non l’avrebbe sopportata e si sarebbe ritirato dall’esercito. Più banalmente alla smobilitazione un consistente numero di generali di brigata (500), nominati temporaneamente per coprire i posti vacanti nel crescente sforzo bellico americano, sono stati riportati amministrativamente al grado di carriera. Nel 1948 la smobilitazione era già avvenuta da un paio d’anni [212 Generals Cut To Colonel Rank, articolo sul New York Times dell’8 marzo 1946]. Evidentemente Hemingway ha giudicato che rivelare il motivo vero non gli facesse gioco.

Pag. 181

“… Sergio Perosa… considera Di là dal fiume e tra gli alberi «un libro molto interessante», e preferibile a diverse altre opere successive di Hemingway.”

Di successivo c’è unicamente Il vecchio e il mare.

Pag. 185

“Tuttavia non fanno l’amore e Renata dice al colonnello di avere un dispiacere da dargli, alludendo probabilmente al fatto che ha le mestruazioni.”

Il colonnello sapeva benissimo di essere a rischio d’infarto, e non voleva morire facendo l’amore con Renata. Le mestruazioni avrebbero reso tecnicamente impossibile anche il successivo petting spinto in gondola.

Pag. 185

“Cenano in albergo e mangiano un’aragosta proveniente dalla costa dalmata…”

Classico esempio degli errori di traduzione di Fernanda Pivano: il dark green lobster era un astice verde scuro, non una giovanissima aragosta.

Pag. 185

“Eppure, quando fanno un giro in gondola di notte, con una bottiglia di vino nel secchiello del ghiaccio…”

Era una bottiglia di champagne Perrier-Jouët, con la sua brava ragione d’essere [FLIL, pp. 20-22].

Pag. 186

“… era una giornalista che lo aveva sposato soltanto per ottenere contatti, una donna ambiziosa ma priva di talento (una probabile frecciatina a Pauline)…”

Impossibile, l’ex moglie di Cantwell si era fatta legare le tube di Falloppio per non avere figli (Pivano non l’ha capito, per lei tubes erano camere d’aria), mentre Pauline gliene ha fatti due, di figli. Si riferiva a Martha Gellhorn, la terza moglie.

Pag. 186

“… i fucili per la caccia alle anatre, che aveva preso in prestito dal barone Alvarito, e il quadro di Renata al Gritti Palace, «dove saranno ritirati dal loro legittimo proprietario».”

I fucili sono di Cantwell, che se li era portati da Trieste, e vanno “in eredità” a un’unica proprietaria, dei fucili e del quadro, cioè Renata.

Pag. 187

“Come ha osservato John Paul Russo, il romanzo inizia e finisce nella palude su cui è costruita Venezia, un classico simbolo occidentale che rappresenta «contaminazione, malattia e morte».”

Una sciocchezza. La palude (che poi è una valle di pesca e caccia, piena di vita) è quella di San Gaetano, a circa 50 km in linea d’aria da Venezia, che è invece costruita sulla laguna navigabile, niente a che vedere con una palude mortifera.

Pag. 146 del testo inglese

“…Hemingway wrote to Marlene Dietrich from the Hotel Gritti on 1 July 1950 after putting the final touches to the novel.”

Impossibile, a quell’epoca Ernest era alla Finca. Nella traduzione italiana salta il riferimento all’Hotel Gritti.

Pag. 187

Circa a metà pagina c’è un refuso, colonello.

Pag. 187

“… il colonnello pensa «alla lunga distesa del Brenta dove sorgevano le grandi ville, con i prati e i giardini e i platani e i cipressi. Mi piacerebbe esser sepolto lassù, pensò. Conosco molto bene quei posti».”

Un altro errore di traduzione pivaniano che ha causato il fraintendimento di Bassano del Grappa per lassù. In realtà il colonnello si riferiva alla Riviera del Brenta, sul vecchio corso del Brenta tra Padova e Venezia, là fuori (out there) rispetto alla posizione attuale del colonnello, tra Mestre e Fusina, dove appunto sfocia il vecchio corso del Brenta.

  1. La torre bianca

Pag. 191

“… ripresero l’ Île-de-France da Le Havre, dove c’era Adriana che, insieme a un’amica, aveva fatto un lungo viaggio per riuscire a salutarli…”

Adriana era ospite a Parigi dell’amica Monique de Beaumont, quindi non si trattò di un lungo viaggio.

Pag. 191

“Mentre aiutava Gianfranco a trovare lavoro presso una compagnia di navigazione…”

Gianfranco Ivancich il lavoro se lo era trovato da solo, a New York, dove alloggiava nello stesso albergo dell’amico Giorgio Cini, proprietario della Sidarma [DFCK, p. 12].

Pag. 192

“Lei rimaneva con le sue matite e i suoi tubetti a disegnare nella casa per gli ospiti che si trovava all’interno di una torre…”

Alla Finca Vigía la casa per gli ospiti non era la torre bianca a sinistra della casa padronale, troppo angusta, ma la bassa costruzione a destra, la casita, ora occupata dagli uffici e dall’archivio del Museo Hemingway.

Pag. 195

“Ma non aveva mai preso in considerazione l’idea di sposare Hemingway, che una volta le aveva chiesto di diventare sua moglie…”

Una volta Hemingway aveva detto ad Adriana che non le avrebbe chiesto di sposarlo perché sapeva che avrebbe rifiutato [TB, p. 101].

Pag. 196

“Hemingway trovò la cosa molto divertente e disse ad Adriana che non bisognava prendersela con Afdera…”

Hemingway non trovò affatto divertente la cosa [FLIL, p. 56].

  1. Scampi e Valpolicella

Pag. 201

“… gli Hemingway si imbarcarono a Mombasa alla volta di Porto Said.”

Alla volta di Venezia, sulla motonave Africa del Lloyd Triestino. A Porto Said non avevano alcun interesse.

Pag. 156 del testo inglese

“… made in the Monti Lissini foothills…”

Refuso per Lessini.

Pag. 158 del testo inglese

“Lignano… was designed… as a series of concentric circles…”

In realtà il tracciato è a spirale.

Pag. 158 del testo inglese

“… Lignano Pineta Spa…”

Spa può dare l’impressione che si tratti di una località termale, in realtà è una forma societaria, Società per Azioni, SpA o S.p.A.

  1. La morte a Ketchum

Pag. 159 del testo inglese

“… Ingrid Bergman, who was performing as Joan of Arc at La Scala, but took a dislike to her lover, Roberto Rossellini, who he called «a 22-pound rat».”

All’epoca la Bergman e Rossellini erano sposati da quattro anni. La traduzione italiana riporta giustamente marito anziché amante, però «a 22-pound rat» diventa arbitrariamente “un perfetto mascalzone”, forse copiando dall’edizione italiana delle Lettere Scelte di Hemingway.

Bibliografia

ARIT – Hemingway, Ernest, Across the River and Into the Trees, Arrow Books, Random House, London 1994.

DFCK – Ivancich, Gianfranco, Da una felice Cuba a Ketchum, Edizioni della Laguna, Mariano del Friuli 2008.

DPDH – DeFazio, Albert J. III, edited by: Dear Papa, Dear Hotch, The Correspondence of Ernest Hemingway and A.E. Hotchner, University of Missouri Press, Columbia, Missouri 2005.

FLIL – Pozzi, Piero Ambrogio, Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana, Comune di San Michele al Tagliamento 2016.

HIW – Hemingway, Mary Welsh, How It Was, Alfred A. Knopf, New York 1976.

LA – Pivano, Fernanda, Leggende Americane, Bompiani, Milano 2011.

SL – Hemingway, Ernest, Selected Letters 1917-1961, Edited by Carlos Baker, Panther Books, London 1985.

TB – Ivancich, Adriana, La torre bianca, Mondadori, Milano 1980.

Zio Cecco

grigliato

Zio Cecco

C’era una volta una cascina nella Bassa Bergamasca. Una cascina grande, di quelle costruite intorno a una enorme aia quadrata, con la bella casa padronale affacciata sul viale alberato che partiva dalla strada provinciale, dove erano rimasti due antichi pilastri semidiroccati. Su uno di questi c’era ancora un mozzicone di leone di San Marco, l’altro mostrava i grossi cardini rugginosi di quello che era una volta il cancello d’ingresso alla proprietà. Da una parte la casa era collegata alle scuderie e poi, dopo l’angolo, alle stalle, sormontate dal fienile. Il fienile era scandito da una teoria di pilastri di mattoni a vista che sorreggevano le travi del tetto irregolarmente ondulato e, verso l’esterno, era chiuso da leggere pareti di mattoni, disposti in modo da formare un ricamo di finestrelle a forma di croce, per lasciar passare liberamente l’aria, e non far marcire il fieno. Dall’altra parte, alla casa era addossata una costruzione più modesta, l’abitazione del fattore, e poi, sul lato opposto a quello delle stalle, si trovava un’ala di fabbricato costruito allo stesso modo, con il fienile sopra e le abitazioni dei braccianti sotto. Le abitazioni si distinguevano dalle stalle per le finestre un poco più grandi, rettangolari, munite di gelosie, con i davanzali a un metro da terra. Ogni due finestre le porte di ingresso, una per ogni famiglia, non tutte dello stesso colore. Il quarto lato, aperto, dava sulla campagna, con lo sfondo delle montagne. Lì, sotto una tettoia sconnessa, erano allineati i carri e gli attrezzi più grandi, come gli aratri, gli erpici e i rulli di pietra.

Oltre alla famiglia del padrone e a quella del fattore, la cascina era abitata da quattro famiglie di braccianti. Una di queste, la più numerosa, era quella di Cecco, il protagonista della nostra storia. Cecco aveva un fratello e una sorella più grandi, e poi altri tre fratelli e un’altra sorella. Dal più grande al più piccolo dei fratelli correvano nove anni, e tutti, tranne Cecco, erano nati tra Settembre e Ottobre. Sì, perché il padre, Ambrogio, subito dopo il matrimonio era andato a fare il muratore in Francia, per guadagnare di più, e tornava a casa soltanto per le feste di Natale…

Tutti e sette dormivano in una sola stanza, su tre letti. Cecco era di corporatura più esile dei fratelli, e anche di carattere pacifico, remissivo. Era da sempre il bersaglio degli scherzi dei fratelli e dei dispetti delle sorelle. Col passare del tempo, però, diventava sempre più difficile per lui sopportare sempre tutto. Così, quando non ne poteva più di ricevere cuscinate o di essere svegliato col solletico sotto i piedi dalla sorellina più piccola aizzata dagli altri, prendeva una coperta e saliva a dormire nel fienile, attraverso la botola che c’era proprio nella loro stanza. I fratelli stavano più comodi nel letto, e non lo tormentavano più.

A Cecco piaceva la solitudine, piaceva il profumo del fieno, piaceva la tranquilla luminosità delle stelle, se c’era bel tempo. E se invece pioveva, amava addormentarsi ascoltando i mille rumori dell’acqua che scorreva dal tetto, e lo scroscio della grondaia sul lastricato dell’aia. Gli piaceva anche il risveglio nella fresca brezza dell’alba, con la luce che schiariva il profilo delle vicine colline, rivelando le nere stanghe dei carri levate al cielo. Nessuno gli chiedeva conto di questa sua stranezza, che ormai era diventata un’abitudine, anche dopo l’età degli scherzi.

Aveva quindici anni, Cecco, e da tre aveva smesso di andare a scuola – per i contadini era un lusso – quando cominciò a pensare alla Adelina, la figlia del fattore. La vedeva qualche volta, quando tornava dai campi, la sera, mentre seduta su una seggiola accanto a una vecchia zia, imparava a ricamare, oppure mentre faceva giocare i nipoti del padrone, sempre sorridente, quieta. Cecco non sapeva niente dell’amore, sapeva solo che per l’Adelina sarebbe stato pronto a qualsiasi sacrificio, a qualsiasi sofferenza. Sapeva anche che la ragazza apparteneva a una sfera diversa, distante. Fin da piccolo era stato abituato a rispettare i “signori”, a non rivolgere mai loro la parola per primo, a rispondere sempre educatamente, e con il cappello in mano. Come avrebbe potuto “parlare” all’Adelina? Si accontentava di guardarla, quando era sicuro di non sembrare importuno, pronto a distogliere gli occhi prima che potessero incrociarsi con i suoi.

Qualche volta era comunque successo che si scambiassero uno sguardo, e gli era anche parso che Adelina sorridesse, brevemente, ma Cecco aveva sempre pensato che fosse un segno della sua gentilezza, quel sorriso. Venne l’età in cui tutti i giovanotti cercano di farsi avanti con le ragazze, la domenica in paese, prima e dopo la messa, ma Cecco restava in disparte. Gli sembrava che avrebbe mancato di rispetto all’Adelina, se avesse cercato di attaccare bottone con qualche ragazza. Le ragazze d’altra parte non sembravano molto interessate a lui, così selvatico, taciturno, mingherlino. Così Cecco preferiva stare con i bambini, per farli giocare, come aveva visto fare all’Adelina, attirandosi anche la derisione dei coetanei. Il tempo passava, ma Cecco non trovò mai il coraggio di avvicinare Adelina, di parlarle.

Era giunto quasi il momento del servizio militare, quando scoppiò la guerra. Cecco doveva partire, quella domenica, e non sapeva quando sarebbe tornato. Anche Adelina non lo sapeva. Cecco si presentò a casa del fattore, per salutare. Stava per girare sui tacchi per andarsene, quando Adelina si fece avanti, gli mise le mani sulle spalle, e lo baciò sulle guance, guardandolo negli occhi per un breve attimo, dopo averlo baciato. Cecco partì per la guerra portando nel cuore quello sguardo, che non l’avrebbe mai abbandonato.

La guerra portò Cecco in giro per il mondo, tra gelo, paura e fame. La voglia di vivere non abbandonò mai il soldatino, anche se il contatto con la famiglia, con il suo paese, era sempre più incerto. Due volte ricevette una cartolina da Adelina, la seconda con la veduta della chiesa del paese: una promessa, una risposta a una domanda mai posta? Cecco tenne duro, fece il suo dovere onorevolmente, sopportò anche la prigionia, e dopo cinque anni tornò a casa.

Adelina non c’era più, alla cascina. Interrogò sua madre, Cecco. La famiglia di Adelina avrebbe voluto che sposasse un uomo benestante, un commerciante di granaglie, di molti anni più vecchio, ma Adelina aveva rifiutato. Poco dopo si era ritirata in convento, a Bergamo, e tutti avevano lodato la sua scelta, la sua vocazione, che portava altra considerazione, ancora maggior rispetto alla sua famiglia. Cecco si rassegnò dolorosamente alla decisione di Adelina, interpretandola come una prova d’amore, come il desiderio di non far soffrire nessuno. A sua volta, ancora, pensò che rivolgere l’attenzione su altre ragazze sarebbe stato il tradimento di una silenziosa promessa, e così chiuse nel profondo del cuore i due baci, lo sguardo d’addio, le due cartoline, un sogno d’amore durato dieci anni.

Si dedicò sempre al lavoro, Cecco, e ai molti nipoti che i fratelli e le sorelle avevano la gioia di mettere al mondo, amandoli come se fossero figli suoi e di Adelina, con tanta pazienza e bontà che, per il resto della sua vita, diventò lo “Zio Cecco” di tutto il paese. Adelina era già la “Zia Suora” dei nipoti del fattore. Chi di voi non ha uno zio Cecco o una zia suora nella storia della sua famiglia?

Mihail

sciabola

Mihail

C’era una volta un villaggio nella regione del Don, quella parte di Russia abitata da un popolo fiero e coraggioso, i cosacchi del Don, appunto. Il nome del villaggio era Krajevo, non lontano dal capoluogo del circondario, la staniza Vescenskaja.

I giovani cosacchi facevano il servizio militare a cavallo, o meglio, tutti i giovani cosacchi ambivano fare il servizio militare a cavallo, ma, secondo l’antica tradizione, il cavallo e il corredo – sella, sciabola, coperta, perfino la divisa – tutto doveva essere acquistato dalla recluta, e portato all’esame dell’ufficiale della staniza, per l’accettazione. Se il cavallo e il corredo non erano ritenuti all’altezza del prestigio del reggimento della Vescenskaja, la recluta era rifiutata, e doveva fare il servizio militare in fanteria, un vero disonore, per un  cosacco del Don. Sì, perché c’erano cosacchi e cosacchi. C’erano anche quelli dell’Ural, quelli del Kuban, ma i cosacchi del Don si ritenevano i soli eredi dell’antica e gloriosa tradizione guerresca. Un giovane che non sapesse cavalcare da maestro, che non sapesse tagliare alla base un pioppo di due anni con un solo colpo obliquo di sciabola, o, addirittura, che non avesse fatto il servizio in cavalleria, rischiava di restare scapolo, tanta era la considerazione che le ragazze avevano per le virtù militaresche dei pretendenti.

Mihail era un giovane cosacco, alto, di pelle olivastra e occhi neri, bello tanto da essere il più conteso ai balli paesani. Ma Mihail era povero in canna. Il padre, Evgenij, era stato storpiato da una cannonata durante la guerra coi Turchi. Era già un miracolo che fosse riuscito a salvare la famiglia dalla miseria, accudendo i cavalli del possidente Kalojarskij, ma il benessere non abitava a casa di Mihail. La povertà non impediva a sua madre, Natalia, di aiutare chi era ancora più povero di loro. Ogni domenica mattina, mentre la vecchia Evdossia era alla funzione del pope, Natalia mandava il figlio a deporre poche patate o un cavolo sulla soglia della misera casupola di Evdossia, appena fuori del villaggio, sul sentiero che portava al grande fiume. In inverno aggiungeva anche qualche pezzo di legna da ardere. Evdossia sapeva da chi arrivava l’elemosina, ma non ringraziava mai, per rispettare il desiderio dei benefattori di non umiliarla.

Il servizio militare si avvicinava, ma il corredo di Mihail non era pronto. La sciabola del padre era ancora in buono stato, anche la sella e la coperta erano state preparate. Mancava la divisa con le liste rosse sui pantaloni e, soprattutto, il cavallo. Il possidente Kalojarskij stimava il suo stalliere storpio, ed era anch’egli un cosacco, anzi era un comandante di squadrone, quindi capiva benissimo il problema. Concesse allora a Evgenij di prendere dalla sua mandria un puledro sauro, con le zampe bianche, bello e docile, ma con qualche piccolo difetto al posteriore, e di crescerlo e addestrarlo alla guerra per Mihail.

Evgenij sapeva il fatto suo. Non riuscì a eliminare i difetti, ma il continuo allenamento e la buona alimentazione irrobustirono a dovere il cavallo, che finalmente fu consegnato all’impaziente Mihail. Potete immaginare con quanto orgoglio il giovane cosacco prese a scorrazzare per il villaggio, pavoneggiandosi con le ragazze, specialmente con Irina, la bella figlia del mercante Korjubin, che sembrava indifferente a tutte le profferte, a tutti i gesti di ammirazione ai quali era continuamente sottoposta.

Irina era anch’essa alta e slanciata, nera di capelli, pallida. Diversamente dalle coetanee, aveva studiato in città, era quindi istruita, e sapeva anche suonare il pianoforte. Korjubin aveva grandi progetti per lei. Pensava di maritarla al figlio di Kalojarskij, o a qualche nobile del circondario, e sorvegliava strettamente la bella figlia, anche se, finora, sembrava non ci fosse da preoccuparsi: Irina ignorava sistematicamente le attenzioni dei maschi. Mihail però aveva fatto breccia nel suo cuore, quando ancora era appiedato, e ora… ora Irina doveva lottare con se stessa per non tradirsi, seguendo con lo sguardo il bel Mihail che passava a galoppo leggero davanti al negozio paterno.

Venne la festa del fieno. Tutti gli anni, alla fine di maggio, terminata la raccolta del primo fieno, il villaggio si concedeva la prima vera festa dell’anno, con balli, divertimenti e gare di abilità. Mihail partecipò, per la prima volta, alla gara di sciabola da cavallo, la più importante. I cavalieri dovevano passare al galoppo tra una doppia fila di pali di pioppo da tre pollici. Menando fendenti a destra e a sinistra dovevano cercare di tagliare tutti i pali con la sciabola. L’impresa era riuscita soltanto a un capitano del reggimento Atamanskij, quello dei Cosacchi dello Zar, circa trent’anni prima, ed era ricordata come un evento memorabile.

Il premio era una divisa completa da cavaliere cosacco, tradizionalmente offerta dal mercante Korjubin. Mihail vedeva la vittoria come la sua unica possibilità di essere ammesso nel reggimento della Vescenskaja e, soprattutto, come l’occasione di presentarsi decorosamente a Irina. Si preparò a lungo. Il padre lo aiutò a colare piombo nel cavo della lama, per appesantire la sciabola e renderla terribilmente efficace. L’arma fu affilata accuratamente, il cavallo nutrito meglio che se fosse quello dello Zar in persona.

Mihail scelse di essere l’ultimo cavaliere, evitando di partecipare all’estrazione a sorte per l’assegnazione del turno. Entrò al passo nel campo di gara, serio, ignorando i lazzi e i fischi dei rivali. Si fermò brevemente davanti a Irina, salutandola con la sciabola davanti al viso, e provocando l’irritazione di suo padre, poi passò a un galoppo leggero, allontanandosi dalla corsia dei pali. Girò il cavallo con uno strappo delle redini e lo lanciò subito a un galoppo sfrenato, urlando terribilmente! La sciabola mulinava, scintillando al sole del tramonto, e i pali tremavano appena, prima di cadere diritti a infilzarsi nel terreno soffice, tagliati obliquamente, in modo netto. Mihail arrestò la sua corsa davanti a Irina, e nuovamente la salutò, dedicandole la splendida vittoria. Poi tornò a casa, al passo, seguito dal padre zoppicante, allegrissimo, con la bella divisa nuova sotto il braccio.

I rivali masticarono amaro, quel giorno. E anche il padre di Irina. Vedeva con preoccupazione crescere l’interesse della figlia per uno spiantato. Decise di provvedere a modo suo.

All’alba del giorno successivo, Evgenij si alzò per accudire le sue bestie, prima di andare alle scuderie padronali… Il povero sauro di Mihail giaceva morto a terra, avvelenato. Evgenij chiamò il figlio, che non disse parola. Era la fine di un sogno. Mihail si ritirò sul poggio erboso sopra il Don, disperato. Sedette per ore con la testa tra le mani, finché sentì una presenza accanto a sé. Si volse e riconobbe la vecchia Evdossia, che conduceva un misero asinello alla cavezza. Scosse il capo, sconsolato, e tornò a fissare il grande fiume, là sotto. Si sentì toccare brevemente sulla gamba, e quasi non voleva guardare ancora Evdossia, ma un forte battere di zoccoli sul terreno lo convinse. Come faceva un asinello a far tanto rumore?

Evdossia non era più Evdossia, era la luminosa, bellissima fata Aglaia, che reggeva le redini di uno splendido, irrequieto stallone nero, con una stella bianca in fronte, e gli occhi sbarrati sul nuovo padrone, col quale sarebbe stato ammesso nel glorioso reggimento Atamanskij dei Cosacchi dello Zar.

Poi, dopo l’onorato servizio, sarebbero tornati a Krajevo, e Mihail avrebbe preso Irina in sella per portarla alla casa paterna, dove avrebbero vissuto a lungo assieme, felici e contenti.

Meg degli aquiloni

Postino irlandese

Meg degli aquiloni

C’era una volta un villaggio di pescatori, Falruth. Un villaggio minuscolo, sul bordo di una scogliera nella contea di Donegal, in Irlanda, esposto ai venti e alle furiose, frequenti tempeste del Nord Atlantico. L’estate è breve, nel nord dell’Irlanda, l’ambiente severo, la vita dura, la gente chiusa e riflessiva.

Meg viveva nell’ultima casetta del villaggio, dalla parte opposta all’oceano, verso la brughiera. Era l’unica sorella rimasta nella casa dei genitori, che erano morti entrambi l’anno precedente. Accudiva i fratelli pescatori, i quali, induriti dal lavoro e dalle difficoltà della vita, non le dedicavano molte attenzioni. Meg aveva un ricordo bellissimo dei genitori, e non riusciva a trovare, nel semplice mondo che la circondava, niente che corrispondesse alla loro dolcissima memoria, tanto da chiudersi in se stessa, e disperare del futuro.

Il papà, Gabriel, aveva lasciato molti libri, libri che gli avevano consentito, quando era in vita, di evadere da Falruth e viaggiare con la fantasia, nutrendo il suo spirito e anche quello dei figli, ai quali raccontava le meraviglie del creato e le avventure di uomini coraggiosi. In particolar modo Meg aveva sempre accompagnato papà Gabriel nei suoi viaggi fantastici, a cavallo attraverso le foreste del Canada, oppure sfuggendo in treno all’inseguimento dei feroci Nasi Forati, oppure su una goletta, da un’isola della Polinesia all’altra, commerciando in stoffe colorate e perle nere. La goletta, la grande barca a vela, era la comune passione nascosta di Meg e papà. La barca dei loro sogni aveva lo stesso nome della mamma, Aislinn , che non partecipava alle loro fughe dalla realtà, ma che benevolmente li lasciava fuggire, orgogliosa del suo Gabriel, una benedizione del cielo come la dignitosa povertà che condividevano.

Meg intristiva lavando, stirando e rammendando i pesanti indumenti da marinaio dei fratelli. Parlava con poche persone, i vicini, il prete, il vecchio postino che arrivava in bicicletta dal porto, lontano qualche miglio, e non aveva più il fiato sufficiente per fare in sella la breve salita che portava a Falruth. Ma la posta era poca, non c’era nessuna fretta, così Ryan, il postino, arrivava spingendo a mano la bicicletta con la borsa della posta, e risaliva in sella quando aveva terminato il giro, e la borsa era vuota. La casa di Meg era la prima, sulla strada dal porto. Ryan era sempre contento, quando giungeva da Meg, perché era finita la parte più faticosa del suo giro. Si fermava sempre, anche se non aveva niente da consegnare. Ryan voleva bene a Meg, e aveva un buon ricordo di Aislinn e soprattutto di Gabriel: quanti libri gli aveva recapitato, quante fantasie si erano scambiati, quanto buonumore si erano regalati!

Un giorno, fermandosi da Meg, e bevendo il bicchier d’acqua che la ragazza non mancava mai di offrirgli, si accorse di dover fare qualcosa per la tristezza della figlia del vecchio amico Gab, glielo doveva! “Meg,” disse Ryan, “il tempo passa, ma non deve passare invano. Devi fare qualcosa, pensando ai tuoi vecchi, che ti renda serena, come io ricordo loro. Senti, ti affido un compito. Invecchiando si ritorna bambini, e come un bambino mi voglio divertire. Ti do quindici giorni di tempo per farmi ridere. Ci riuscirai, o non sei la figlia di Gabriel, perdio!”, e se ne andò.

Meg restò interdetta sul cancello dell’orto, con in mano il bicchiere vuoto. Ma già la tristezza era scomparsa dal suo viso. I fratelli la videro pensierosa, ma non triste, quella sera, e tutti i giorni seguenti la trovarono indaffarata, rientrando a casa, ma la stanchezza prevaleva sulla curiosità, e un buon sonno era tutto quanto desideravano.

Arrivò il famoso quindicesimo giorno. Un giorno di vento fresco e teso, con le nuvole che passavano basse, arrivando veloci dall’oceano. Ryan arrancava sbuffando per la salita, la sua borsa era stracolma, quel giorno. L’ombra delle nubi cedeva frequentemente alla luce del sole, per poi tornare subito a oscurare la strada che il postino misurava metro per metro, procedendo a testa bassa. Tornò il sole, questa volta animato da ombre strane, piccole, danzanti. Ryan pensò di avere qualche problema di circolazione, gliel’aveva detto il dottor O’Reilly di andarci piano con la birra… si fermò per tergersi il sudore, e sollevò lo sguardo. La meraviglia lo bloccò col fazzoletto sulla fronte: due grandi aquiloni oscillavano fremendo nel vento, con le code di anelli di carta svolazzanti che producevano quelle strane ombre che l’avevano preoccupato. Ricordò che Gabriel gliene aveva costruito uno per suo figlio Peter, tanti anni prima. Si riscosse e si affrettò verso la casa di Meg, dove erano legati gli aquiloni. Qui trovò radunati i venti bambini del villaggio, allegrissimi ed eccitati, con un bel cartello “Welcome Ryan!”

Meg, in quindici giorni, aveva insegnato a costruire aquiloni ai bambini, come papà Gabriel aveva insegnato a lei e, d’accordo col maestro di scuola, aveva organizzato un concorso per il miglior aquilone, proprio per quel giorno. Ryan doveva essere il giudice, e i premi li aveva nella borsa, libri che Meg aveva ordinato per corrispondenza, con i soldi raccolti casa per casa.

Appena Ryan si fu riposato a sufficienza, gli aquiloni furono lanciati, belli, brutti, dritti, storti. Qualcuno non volò, qualche altro si perse nel vento, ma Ryan non riuscì a non ridere, e Meg con lui, finalmente! Si era riappropriata della serenità dei genitori, affidando la sua tristezza, le sue speranze, i suoi sogni al magnifico volo degli aquiloni, tesi al cielo, ma ancorati a quella terra che tutti ci ospita, benevolmente.

Marsiglia…

carbonaiaMarsiglia…

C’era una volta un carbonaio. Il suo nome era Olimpio e abitava a Borgo Pace, un paesino alla confluenza dei torrenti Meta e Auro, nelle Marche. I torrenti si uniscono proprio sotto il ponte di Borgo Pace, e formano il fiume Metauro, che corre verso il mare Adriatico attraversando Mercatello e Urbania, passando sotto i colli sui quali è adagiata Urbino, e poi per Fossombrone giunge pigramente a Fano.

Olimpio preparava le carbonaie su per i monti verso l’Alpe della Luna, formando cumuli ovali di rami di grossezza uniforme, che ricopriva di terra e poi faceva carbonizzare con una combustione lenta e incompleta. Il fumo e i vapori sfuggivano da fori praticati nello strato di terra battuta, fino a quando Olimpio decideva di spegnere il fuoco nascosto ed estrarre il frutto del suo lavoro, il carbone vegetale che vendeva ai carrettieri dell’antica Via Flaminia. Era un lavoro che richiedeva fatica e pazienza… e che lasciava spazio ai pensieri e ai sogni.

Sulla Via Flaminia passavano carri, carrozze, cavalieri, pellegrini a piedi, e tutti sostavano a Borgo Pace, prima di valicare l’Appennino verso Roma o prima di scendere al mare. Così era facile trovare chi, davanti a un bicchiere di bianchello, prendesse a narrare le sue avventure, le sue speranze, le sue disgrazie anche. Olimpio ascoltava tutti i viaggiatori, da loro imparava come uno scolaro dal maestro, e liberava la sua immaginazione alla scoperta del mondo mai visto. Era soprattutto affascinato dai racconti di mare, di navi, di tempeste. Dentro di sé covava il desiderio di partire, andar per mare, vedere Marsiglia…

…Marsiglia, quel nome evocava un brulicare di gente di tutte le razze, magazzini colmi di merci preziose, odori misteriosi, grandi navi in attesa di avere i pennoni oscillanti coperti di vele e poi salpare verso l’orizzonte, verso l’Africa, le Americhe…

Un bel giorno Olimpio si decise, preparò un gran carico di carbone, sufficiente per un carro a quattro ruote, e, trovato l’acquirente, accompagnò il suo carbone fino al mare, a Fano. Non si aspettava che fosse così, il mare: fu il carrettiere a dirglielo: “Guarda il mare!”. A lui sembrava che fosse semplicemente una foschia, un gioco di luce all’orizzonte, quella linea biancastra, poi, guardando meglio, scoprì vele, e alberi di piccole navi… che delusione!

Ma Olimpio non era tipo da arrendersi subito. Scese al porto, dove tutto era una novità per lui, aggirandosi tra pescatori e mercanti, respirando quell’odore estraneo e forte. Provò anche a chiedere se c’era qualche nave in partenza per Marsiglia, suscitando l’ilarità più schietta. Gli spiegarono che lì c’erano solo barche, gozzi, tartane. L’imbarcazione più grande era la goletta di capitan Ioannidis, che faceva la spola tra i porti dell’Adriatico e quelli greci dell’Egeo, trasportando merce leggera e di valore, stoffe, spezie, uva sultanina, oggetti di artigianato, e anche qualche passeggero danaroso. Gliela indicarono, là in fondo al molo, vicino all’ingresso del porto. Olimpio si appressò al piccolo bastimento, e rimase a guardare col naso all’aria, studiando gli alberi e le grandi vele arrotolate, e la quantità di corde e carrucole. Sentì poi una voce che lo apostrofava:

“Cerchi un imbarco?”

Era proprio quello che cercava, Olimpio, ma s’impappinò: “Veramente…”

“Che sai fare?” tuonò capitan Ioannidis.

“Niente, sono un carbonaio…”

“Sai cucinare?”

“Beh, sì, un poco…”

“Mi serve un cuoco fino a Corinto”

“È lontano da Marsiglia?”

Capitan Ioannidis rispose diplomaticamente, sogghignando: “ È più vicino di Fano…”

Fu così che Olimpio partì per mare. Se la cavò con onore, come cuoco. Era abituato a prepararsi i pasti da solo, con gli stessi ingredienti che trovò a bordo: lardo, uova, patate, e l’uso del carbone di legna gli era familiare. Ma il mare si rivelò un elemento estraneo alle sue abitudini. Il lento oscillare delle pareti della cambusa gli provocava un senso di nausea, una continua inquietudine, che si attenuava soltanto quando poteva riposare un poco in coperta, osservando la costa mutevole, il volo dei gabbiani, le evoluzioni dei delfini. Non faceva per lui quella vita imprigionata: gli mancava lo spazio, la libertà dei boschi, quell’erba rassicurante sotto i piedi, la terra confortevolmente ferma. Avrebbe desiderato sbarcare al primo approdo, ma non voleva tradire la parola data. Strinse i denti fino al golfo di Corinto, dove il mare piatto mitigò la sua nausea, e il profilo dei monti tutt’intorno gli infuse una serena tranquillità. In vista di Corinto notò, a sinistra, una montagna isolata, che gli ricordò la sua Alpe della Luna, coperta com’era di boschi verdissimi. Capitan Ioannidis gli spiegò che quello era l’Elicona, abitato dalle Muse e dagli Dei.

La mitologia era un argomento nuovo per Olimpio, nonostante il suo nome da abitante dell’antica Grecia. Ma lui dell’antica Grecia non aveva mai sentito parlare. A lui, semplicemente, piacevano le montagne. Chissà se a Marsiglia c’erano montagne…

Sbarcò a Corinto, posando i piedi sulla terra con gran sollievo. Non riuscì a capire nulla di quello che la gente gli diceva. Girò gli occhi attorno, a disagio. Tutto gli era estraneo, tutto, tranne quella gran montagna che ancora si vedeva all’orizzonte, verso settentrione. Non esitò, Olimpio, si incamminò verso l’Elicona, col passo di chi sa dove andare. Al diavolo Marsiglia.

Camminò tutto il giorno, attorno al golfo di Corinto, e poi tutta la notte, una notte incantata, con una falce di luna che illuminava la strada in vista del mare, senza togliere luce alle stelle, nitide nel cielo terso. L’aria fresca era profumata dal mare, ma conteneva già qualche sentore di bosco, di muschio, che rinforzava man mano si avvicinava alla “sua” montagna. L’alba schiariva il cielo alle sue spalle e una brezza leggera si levava dalla rosata distesa d’acqua alla sua sinistra, quando giunse a un sentiero che si indovinava dirigersi verso le pendici del monte. Sedette per riposarsi un poco. Al di là del braccio di mare si distinguevano le colline del Peloponneso. Olimpio si sentiva a suo agio, in quell’angolo di mondo così lontano da Borgo Pace.

Il canto di un gallo lo riscosse, facendogli notare una piccola casa di contadini sul sentiero che aveva già intenzione di percorrere. Portò i suoi passi verso la casa, sperando di trovare di che rifocillarsi. Un uomo dai capelli bianchi, robusto, già aveva notato quello strano viaggiatore, sicuramente straniero, e lo attendeva sul varco della siepe di bosso che circondava la casa. Nessuno dei due uomini aveva timore dell’altro. Olimpio salutò per primo, ricevendo un sorriso e un cenno del capo: sembrava inevitabile che la gente ridesse alle sue parole. Mostrò le monete ricevute da capitan Ioannidis, e portò la mano alla bocca, senza altro risultato che far ridere sonoramente il buon contadino, che l’invitò a entrare con un gesto esplicito e cordiale.

Dimitrios, questo era il nome del contadino, chiamò la moglie Elena, e assieme a lei portò in tavola pane, formaggio fresco di capra, acqua e un vino bianco che si rivelò più forte del bianchello di casa. Olimpio cercò di spiegare le sue intenzioni, Dimitrios ed Elena cercarono di capirle, ma nessuno di loro fu certo di avere ben spiegato o ben capito. Il denaro di Olimpio fu rifiutato, così il carbonaio si congedò promettendo di ricambiare le cortesie. Stava per uscire, quando si accorse di avere qualcosa tra i piedi, gattini che si rincorrevano e che stava per calpestare… Trattenne i passi appoggiandosi alla parete, e assistette alla incursione di una ragazza che recuperò velocemente i gattini e uscì da dove era entrata, lanciandogli una breve occhiata curiosa.

“Era mia figlia Altea, non sta mai ferma. A presto, Olimpio!”

Olimpio salì sull’Elicona, esplorando boschi e sentieri. Trovò una piccola grotta, asciutta e ben esposta verso il mare, e trovò il legname adatto per ricavarne carbone. L’abitudine al lavoro non l’aveva abbandonato. In breve preparò una quantità sufficiente di carbone da poter pensare al commercio. Ne riempì una gerla e si diresse a casa di Dimitrios.

In vista della casa, Olimpio si fermò, per asciugarsi il sudore e riordinarsi un poco. Guardando nel giardino notò una ragazza alta e sottile, nella quale riconobbe Altea. Stava stendendo la biancheria appena lavata, e attorno a lei si rincorrevano i micetti che aveva quasi calpestato la volta precedente. Restò a contemplare la scena, vergognandosi un poco di farlo di nascosto… A un certo punto Altea mandò un grido di spavento, uno dei micetti era finito in una pozza d’acqua. In un attimo prese la bestiola fradicia tra le sue mani, e con un panno lo strofinò delicatamente, fino a rendere il pelo soffice e asciutto. Depose a terra il micio, invitandolo a raggiungere gli altri, ma questo non ne voleva sapere, continuava a starle appresso, cercando di strusciarsi sulle sue caviglie. Chissà perché, Olimpio lo invidiò.

Caricò la gerla sulle spalle e si presentò a Dimitrios, facendogli omaggio di quel combustibile inconsueto, per la Grecia. Quel giorno fu Olimpio a cucinare, per dimostrare la praticità del carbone di legna. Preparò rapidamente delle braciole di maiale e della verdura alla griglia, con grande ammirazione da parte di Elena e gran complimenti da Dimitrios. Altea gradì la novità, ma non ne fu tanto impressionata quanto i genitori. Quel giorno era un po’ disturbata, come ogni tanto accade alle donne, e si appartò subito dopo il pranzo, sedendosi in un angolo del giardino, con le braccia incrociate sotto il seno, aspettando di sentirsi meglio.

Dimitrios si strinse nelle spalle, guardando l’ospite, come chi non sa che farci, e andò ad accomodarsi sul sedile di pietra davanti alla casa, per digerire meglio le prelibatezze cucinate da Olimpio. Elena portò le stoviglie in cucina e ci rimase per rigovernare. Il carbonaio ricordò una canzone che sentiva tutte le notti dal timoniere della goletta di capitan Ioannidis, il quale la cantava per non addormentarsi; una canzone dolce, per lui senza significato, ma che aveva il potere di rasserenarlo, consegnandolo al sonno più tranquillo. Raggiunse Altea, sedendole accanto, e intonò la canzone, a mezza voce. Quando Altea si decise a muovere la testa verso di lui, Olimpio scoprì un dolce sorriso sulle sue labbra. Finì la canzone, e la ragazza lo ringraziò sfiorandogli una mano.

Olimpio si congedò, ma tornò sempre più spesso, portando il suo carbone alla strada costiera, con un asino, e poi con due, finché gli affari prosperarono tanto da consentirgli di chiedere Altea in sposa. Quello stesso giorno si sedette sul sedile di pietra davanti alla casa di Dimitrios, da dove si godeva una splendida vista del Golfo di Corinto, e ringraziò il Signore per aver desiderato di partire per Marsiglia. Altea e Olimpio vissero a lungo, felici e contenti.

L’Omino Michelin

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L’Omino Michelin

C’era una volta un Omino Michelin. Non sapete cos’è un Omino Michelin? Ma sì, quel pupazzo tutto bianco e tondo tondo che fa la pubblicità alle gomme, agli pneumatici… In Francia, dov’è nato, lo chiamano Bibendum. Ce ne sono animati, che corrono, saltano e rimbalzano, e altri, come il nostro, più tranquilli, che passano la vita appollaiati sopra la cabina di un autocarro, come portafortuna.

Il nostro Omino però, com’era successo anche a Pinocchio, era speciale: pensava, gioiva e soffriva come un essere umano. Solo che, al contrario di Pinocchio, non aveva il dono della parola, e così nessuno se n’era mai accorto.

L’Omino si era sentito vivo il giorno stesso in cui René si era comprato un autocarro Renault nuovo nuovo, con le gomme Michelin, ed era uscito in strada per la prima volta, suonando le grandi trombe cromate.

Il boato della tromba più grossa l’aveva svegliato dal suo sonno di gomma, e così, aprendo gli occhi spaventato, aveva visto il mondo per la prima volta. Passato lo spavento, però, aveva cominciato a interessarsi delle cose che vedeva e sentiva, belle e brutte, ma che sempre lo incuriosivano. Si era affezionato a René, il suo padrone, e aveva scoperto che René non era il suo vero nome: si chiamava Giulio, ma era tanto innamorato della Francia da trasformare alla francese tutto il suo piccolo mondo, a cominciare da se stesso. Aveva deciso di chiamarsi René da quando aveva conosciuto la sua ragazza, perché si era sentito rinascere a nuova vita (René vuol dire Renato, nato di nuovo). Poi, impegnando tutti i suoi risparmi e indebitandosi fino al collo, aveva cambiato il suo vecchio camioncino OM con un autocarro francese Renault, naturalmente tutto azzurro, che aveva battezzato Voilà, perché riusciva ad arrivare sempre in tempo dappertutto. E aveva voluto che le gomme fossero francesi, Michelin appunto. Così gli avevano regalato l’Omino da mettere in alto, seduto sopra la cabina, vicino alle trombe e all’antenna del baracchino (il baracchino è la radio che usano i camionisti per farsi compagnia).

La ragazza di René si chiamava Fiorella, ma lui la chiamava Fontanella, perché aveva la lacrima facile. Ogni tanto Fontanella, quando era libera dai lavori di casa, accompagnava René, che era sempre in viaggio e aveva poco tempo da passare con lei. Così l’Omino ascoltava tutti i discorsi e i progetti che facevano lungo la strada. René fantasticava, fantasticava a voce alta, e descriveva un futuro prospero e fortunato, e Fontanella era così contenta che piangeva continuamente di felicità. L’Omino si divertiva un mondo a sentirlo, perché René ogni volta ne inventava una nuova. Però l’Omino, che non aveva altro da fare, e quindi pensava giorno e notte, si rendeva conto che il tempo passava, ma la fortuna non arrivava, e che il gruzzolo dei due fidanzati cresceva troppo lentamente, e che di questo passo non avrebbero potuto comprarsi una casa e sposarsi… Cosa poteva fare un pupazzo di gomma per aiutare i suoi amici? L’Omino si preoccupava, e intanto registrava tutte le fantasticherie di René, tanto belle da sembrare fiabe. Ma René non era bravo a fare i conti, e ogni tanto qualcuno non lo pagava, ed era anche successo che gli rubassero tutta la merce dal camion, insomma la prosperità non arrivava mai!

Un bel giorno René portò Fontanella con sé per il trasloco di una grande libreria per bambini. Mentre i facchini caricavano casse e casse di libri, il libraio chiacchierava con René e Fontanella, spiegando che doveva lasciare il bel negozio sulla piazza principale perché era troppo costoso, e gli incassi non erano più quelli dei bei tempi, quando la televisione ancora non esisteva e i bambini andavano a letto presto, addormentandosi al racconto delle fiabe. Ora libri per bambini se ne vendevano sempre meno, perché i bambini si annoiavano alle vecchie storie, e poche se ne scrivevano di nuove. L’Omino sentì, e rileggendo nel suo cuore di gomma le mille meravigliose storie raccontate da René, capì in un lampo che René aveva sbagliato mestiere! Presto, doveva fare presto, questa era l’occasione che aspettava per aiutare il camionista sfortunato! Ricominciò a leggere di nuovo tutte le storie che aveva registrato, sempre più velocemente, e intanto il suo piccolo cuore di gomma si gonfiava, si gonfiava di commozione e felicità, finché BUM! … con un botto fortissimo l’Omino scoppiò di gioia, e le mille storie, scritte con l’inchiostro azzurro della bontà, scesero volteggiando come farfalle in testa al libraio, che le raccolse a una a una, scoprendo pieno di meraviglia che le fiabe si scrivevano ancora! Moderne, aggiornate, tecnologiche… le storie di René e Fontanella, tanto vere da essere verosimili, finalmente con i camion e le villette a schiera, altro che zucche semoventi e castelli di cristallo!

Dopo qualche mese René vendeva il suo autocarro Renault. Aiutato dal libraio, era diventato uno scrittore di fiabe, molte delle quali avevano per protagonista l’Omino Michelin. Ricco e famoso, vive e vivrà a lungo felice e contento con la sua Fontanella, che per prima leggerà sempre le sue storie, regolarmente piangendo di gioia.

Il Gazza

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Il Gazza

C’era una volta una piccola valle, sperduta nelle Alpi Orobie. Da circa trent’anni le miniere di ferro, che davano lavoro ai valligiani, erano state chiuse. La valle si era spopolata, e tutto era tornato allo stato selvaggio. A poco a poco, erano tornati gli animali che l’uomo aveva fatto scomparire: volpi, ghiri, vipere, e falchi, poiane, perfino qualche orso in cerca di avventure. Ma, soprattutto, erano ricomparse anche tre comunità di folletti: i Folletti di Sotto, che amavano il bosco di latifoglie, i Folletti di Sopra, che popolavano il bosco di conifere, e i terribili Folletti di Montagna, che vivevano nel territorio degli alti pascoli, delle rocce e dei nevai, rubando la casa alle marmotte e il cibo ai folletti dei boschi.

I rapporti tra i Folletti di Sopra e di Sotto, a parte il campanilismo per il quale si chiamavano a vicenda Büseccù (quelli di Sotto) e Scarligù (quelli di Sopra), erano civili, regolati da buone leggi e organizzati per l’uso in comune di tutti i servizi necessari a una buona convivenza.

Per esempio, il servizio postale era assicurato dai ghiri del PostaGhiro, con semplici tariffe: tre nocciole per lettere normali, cinque per raccomandate. Chi doveva inviare un messaggio si rivolgeva a un picchio, il quale, beccando sonoramente un albero cavo, convocava il ghiro più vicino, che arrivava in un baleno, nella prospettiva di papparsi almeno tre nocciole. Le spedizioni erano sicure, perché i ghiri riuscivano ad arrivare a destinazione correndo sui rami e saltando da un albero all’altro, evitando di scendere a terra, dove c’era sempre il rischio di fare brutti incontri.

La polizia, altro servizio pubblico, era formata da folletti armati di fionda a ghiande, che potevano indifferentemente essere assunti tra quelli di Sopra e quelli di Sotto. Chissà perché, però, i poliziotti avevano quasi tutti baffetti a spazzolino, molto in voga tra i Folletti di Sotto.

I problemi più gravi erano sempre causati dai Folletti di Montagna, i quali non rispettavano nessuna legge e si sentivano autorizzati a impadronirsi di qualsiasi cosa facesse loro comodo. Tra loro vinceva la forza: il più forte dei Folletti di Montagna era il Gazza. Di lui si sapeva solo che era originario dei boschi intorno a Gazzaniga e che ne era stato scacciato proprio perché violento e insofferente delle leggi. Ora viveva in montagna, carico d’odio per i pacifici folletti dei boschi. Lo si riconosceva perché portava una penna di gazza sul berretto. Nessuno però poteva dire di conoscerlo veramente, nessuno aveva mai avuto il coraggio di guardarlo negli occhi.

Un giorno, un folletto dirigente del PostaGhiro, tale Ambrogio, zelante ma chiacchierone, fu udito da un folletto di Montagna mentre confidava a un collega che l’indomani ci sarebbe stata una spedizione di pappa reale dall’Alveare di Frerola all’emporio dei Folletti di Sopra e che, data l’importanza, il peso e il valore della merce, il trasporto sarebbe stato effettuato dai folletti stessi, e la scorta affidata alla polizia. In poche ore il Gazza ne era già a conoscenza.

All’alba del giorno dopo il Gazza, con quattro dei suoi più fidati farabutti, si pose all’agguato nel punto in cui il sentiero verso il bosco di abeti era interrotto da un ruscello che, appena sotto, con una cascata si gettava direttamente nel torrente Parina. Per non destare sospetti si davano da fare a raccogliere fascine, cantando una canzone da boscaioli. Dopo un paio d’ore di ingrato lavoro (non avevano mai lavorato!), avvistarono un piccolo corteo, formato da due folletti-portatori, uno sbuffante e grasso folletto-poliziotto e, cosa imprevista, la bella direttrice dell’Alveare di Frerola, Melania, folletta-naturista appassionata e grande comunicatrice, che approfittava della spedizione per visitare i clienti dell’alta valle. Il Gazza ne fu sconcertato. Era disposto ad assestare una botta in testa a chiunque ma con le donne non sapeva che pesci pigliare. In ogni modo, sentendosi addosso gli occhi dei compari, ordinò loro bruscamente di continuare a far fascine, che ci avrebbe pensato lui.

Il gruppetto si avvicinava, con il poliziotto in testa e Melania in coda. Il poliziotto ansimava, e nemmeno si era accorto degli estranei: fu con sollievo che sentì il Gazza invitarlo a riposare e a bere un po’ d’acqua. Anche i portatori si fermarono, togliendo dalle spalle il bastone al quale stava appeso il prezioso involto. Un po’ staccata, sopraggiungeva sorridendo la direttrice, divertita dall’imprevisto incontro. Il Gazza, imbarazzato, le dava le spalle cercando di guadagnare tempo, ma fu apostrofato senza scampo da un “Checccarino! Come sta bene con quella penna di gazza!”. Contrariato da quella espressione che lo metteva in ridicolo, il Gazza si voltò, con l’intenzione di annientare la sfacciata con un urlaccio… e si trovò davanti la luna e le stelle, il vento e il mare, la terra e le montagne: mai aveva pensato esistesse una bellezza simile! Allocchito, stava a bocca semiaperta. Anche Melania, guardandolo, si sentì morire le parole in gola: quello non poteva essere uno spensierato boscaiolo. Lesse su quel viso abbronzato la sofferenza, la solitudine, la forza. Ne fu intimorita, provò un vago senso di paura. Chi erano e cosa ci facevano lì quegli strani folletti?

Il Gazza con uno sforzo riprese a parlare con l’agente, che si era seduto su un sasso ad asciugarsi il sudore. Era sempre il Gazza, e un’idea gli si affacciò alla mente. Dopo aver lodato lo zelo del poveretto, gli descrisse la strada fino all’emporio come una salita impervia, che lo avrebbe ridotto in fin di vita! Il disgraziato prese a compiangersi, fino a quando il Gazza si offrì di sostituirlo, dicendo che in tutta la valle nessuno avrebbe osato alzare un dito contro di lui (e aveva ben ragione). Melania intuiva un oscuro pericolo, ma non fece obiezioni.

Fu così che il poliziotto tornò a valle, scortando i folletti-boscaioli che imprecando tra i denti andavano a vendere le fascine, e Melania riprese il cammino con la sua pappa reale, accompagnata stavolta dal Gazza, che ancora aveva l’intenzione di appropriarsi del piccolo tesoro.

Non ci volle molto prima che il Gazza rivelasse la sua vera identità, disarmato dalla dolcezza di Melania che, superata la paura, seppe convincerlo a cambiar vita. Pare che l’odio del Gazza crollasse nel momento in cui si sentì chiamare per la prima volta da Melania col suo vero nome, Michele.

Michele e Melania, assieme, fecero prosperare l’Alveare di Frerola, con l’apertura della nuova filiale di Zambla Alta, specializzata in miele di fiori alpestri. Filiale affidata ai Folletti di Montagna, che avevano conservato l’ammirazione per il Gazza e che ora non erano più costretti a rubare per vivere. La polizia dei folletti fu sciolta, e Melania e Michele vissero a lungo felici e contenti.