I pensieri di Mestre

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Alberto Kechler (Titi) ed Ernest Hemingway a Villa Aprile (inverno 1948-49)   Foto JFK Library

I pensieri di Mestre

Riflessioni su un passo di Across the River and Into the Trees, di Ernest Hemingway

Da Across the River and Into the Trees di Ernest Hemingway, capitolo 5:

“They were coming up on Mestre fast, and already it was like going to New York the first time you were ever there in the old days when it was shining, white and beautiful. I stole that, he thought. But that was before the smoke. We are coming into my town, he thought. Christ, what a lovely town.”

“Stavano arrivando a Mestre rapidamente, e già era come andare a New York, la prima volta che c’era stato ai vecchi tempi, quand’era risplendente, bianca e bella. Un’immagine rubata, pensò. Ma è successo prima di cacciarmi nel fumo[1]. Stiamo entrando nella mia città, pensò. Cristo, che bella città.”

La voce narrante è quella del protagonista colonnello Cantwell: a Venezia era di casa, come dimostrerà più avanti nel libro l’accoglienza ricevuta al bar del garage di Piazza Roma e poi al Gritti Palace, e la considera la sua città perché nella finzione, come tenente degli Arditi, trent’anni prima l’aveva difesa dalla conquista austro-ungarica e tedesca, dilagante da Caporetto. Ma in realtà prima del 1948, prima di cominciare a scrivere Across the River and Into the Trees seguendo l’ispirazione avuta da Adriana Ivancich, Ernest Hemingway non era mai entrato in Venezia. Si spiega la similitudine con la prima volta che vide New York.

“They made the left turn and came along the canal where the fishing boats tied up, and the Colonel looked at them and his heart was happy because of the brown nets and the wicker fish traps and the clean, beautiful lines of the boats. It’s not that they are picturesque. The hell with picturesque. They are just damned beautiful.”

“Girarono a sinistra e si trovarono a correre lungo il canale dove ormeggiavano le barche da pesca, e il colonnello le guardò e il cuore fu felice per le reti brune e le nasse di giunco e le pulite, belle linee delle barche. Non c’entra che siano pittoresche. All’inferno il pittoresco. Sono soltanto straordinariamente belle.”

La narrazione del colonnello fa riferimento a quella che era la toponomastica dell’epoca, profondamente diversa dall’attuale, e probabilmente con dettagli di fantasia. Ad ogni modo si immagini l’arrivo a Mestre dalla statale costiera 14, da Portegrandi di Quarto d’Altino e poi Ca’ Noghera, il punto dove il colonnello aveva mostrato all’autista Jackson la torre campanaria squadrata di Torcello, il campanile pendente di Burano e, sullo sfondo in lontananza, Venezia. Arrivano dunque a Mestre, girano a sinistra verso il Ponte della Libertà, e…

“They passed the long line of boats in the slow canal that carried water from the Brenta, and he thought about the long stretch of the Brenta where the great villas were, with their lawns and their gardens and the plane trees and the cypresses. I’d like to be buried out there, he thought. I know the place very well. I don’t believe you could fix it, though. I don’t know. I know some people that might let me be buried on their place. I’ll ask Alberto. He might think it was morbid, though.”

“Superarono la lunga fila di barche sul pigro canale che portava acqua dal Brenta, e pensò al lungo tratto sul Brenta dove c’erano le grandi ville, coi loro prati rasati e i giardini e i platani e i cipressi. Vorrei essere sepolto laggiù, pensò. Conosco il posto molto bene. Non credo che si possa programmare, però. Non so. Conosco qualcuno che potrebbe consentire alla mia sepoltura nel suo terreno. Chiederò ad Alberto. Anche se potrebbe pensare a un’ossessione.”

Il pigro canale non è altro che l’antico corso del Brenta, ridotto a canale a portata costante nell’omonimo Naviglio, che da Padova a Venezia costituisce l’asse navigabile a servizio della Riviera del Brenta, famosa al mondo per le grandi ville costruite dalla nobiltà della Serenissima. È quello il lungo tratto cui si riferisce il colonnello, ed è, rispetto a Mestre, out there, laggiù, là fuori, non lassù, come tradotto da Fernanda Pivano e accettato dallo studioso Giovanni Cecchin[2], bassanese d’adozione. Lassù, cioè a Bassano del Grappa nell’interpretazione di Cecchin, non c’è alcun lungo tratto con grandi ville (al plurale). Sul Brenta a Bassano ce n’è una e una sola, Ca’ Erizzo, con caratteristiche diverse da quelle nell’immaginario collettivo: non ha un prato rasato sulla fronte verso il fiume, ma è praticamente sulla sponda, solo separata da una strada; un lungo palazzotto a due piani, pregevole come costruzione, ma classificabile con difficoltà come grande villa, privo com’è delle cancellate e delle tradizionali dipendenze o barchesse. Il prato e il giardino sono accanto. Il colonnello vorrebbe dunque essere sepolto laggiù e non lassù, e chiederà ad Alberto. Chi può essere, questo Alberto?

“For a long time he had been thinking about all the fine places he would like to be buried and what parts of the earth he would like to be a part of. The stinking, putrefying part doesn’t last very long, really, he thought, and anyway you are just a sort of mulch, and even the bones will be some use finally. I’d like to be buried way out at the edge of the grounds, but in sight of the old graceful house and the tall, great trees. I don’t think it would be much of a nuisance to them. I could be a part of the ground where the children play in the evenings, and in the mornings, maybe, they would still be training jumping horses and their hoofs would make the thudding on the turf, and trout would rise in the pool when there was a hatch of fly.”

“Da molto tempo pensava a tutti i bei posti nei quali gli sarebbe piaciuto essere sepolto e di quali parti della terra gli sarebbe piaciuto essere parte. La parte fetente, in putrefazione, non dura davvero molto, pensò, e comunque siamo una specie di letame, e anche le ossa saranno di una qualche utilità alla fine. Vorrei essere sepolto in disparte, al bordo dei prati, ma in vista della vecchia elegante casa e degli alti, grandi alberi. Non credo che sarebbe troppo disturbo per loro. Potrei diventare parte del terreno dove i bambini giocano di sera, e al mattino, magari, lavorerebbero ancora i cavalli da salto, con gli zoccoli che battono sordamente sul manto erboso, e le trote nel laghetto verrebbero a galla a caccia di larve di mosca.” (Traduzione di P.A. Pozzi per coerenza).

Ecco che la descrizione della villa si fa più precisa: bambini che giocano, cavalli da salto in allenamento, laghetto con trote. Fate bene attenzione: il colonnello è l’alter ego di Ernest che, con la scrittura o riscrittura di Across the River and Into the Trees, aveva iniziato una nuova vita, e l’aveva iniziata venerdì 10 dicembre 1948, quando alle Quattro Strade di Latisana aveva incontrato per la prima volta Adriana Ivancich. Nel brano citato Ernest immagina la conclusione di quella nuova vita, e la immagina ricomponendo gli elementi chiave di quella prima giornata, nella stessa sequenza: la grande villa con il prato rasato, i bambini che giocano, la scuderia con i cavalli da salto[3] e il laghetto con le trote è la fotografia della Villa Manin Kechler di San Martino di Codroipo, la casa del campione di equitazione Carlo Kechler, dove Ernest Hemingway era ospite e che lasciò accompagnato da Carlo sulla sua Buick Roadmaster royal blue, per andare all’appuntamento con Adriana Ivancich e darle un passaggio per la casa di caccia nella tenuta di San Gaetano presso Caorle, di proprietà di Nanuk Franchetti, che aveva invitato anche la ragazza. Lungo il percorso Ernest e Carlo Kechler fecero visita a un fratello minore di Carlo, Alberto detto Titi, terzo dei quattro fratelli Kechler (eccolo, l’Alberto del colonnello!), a Fraforeano di Ronchis, prima di Latisana. Il protrarsi della visita lasciò Adriana per più di un’ora sotto la pioggia intermittente, provocando in Ernest il primo senso di colpa – dei molti più gravi che l’avrebbero tormentato in seguito – nei confronti della nostra bella ragazza.

Torniamo a Mestre, al colonnello Cantwell/Ernest che desidera di essere sepolto laggiù, lungo la Riviera del Brenta. Nel pensiero dello scrittore si materializza la villa di San Martino di Codroipo, che viene deposta su quei prati. Dovrà chiedere il permesso di esservi accolto da morto: pensa come interlocutore ad Alberto Kechler. Il giorno stesso avrebbe re-incontrato Adriana, questa volta all’Harry’s Bar di Venezia, nei panni di Renata.

Il secondo dei fratelli Kechler, Federico, era stato il primo a conoscere Ernest, ospitandolo al lago di Anterselva per la pesca alla trota. Aveva una villa a Percoto di Pavia di Udine, dove nel 1954 Ernest e Adriana hanno una delle ultime occasioni di incontrarsi. Sempre nel 1954, alla presenza del quarto fratello Mario[4], Federico Kechler regala a Ernest[5] un lotto di terreno nella Spirale ideata dall’architetto e urbanista Marcello D’Olivo a Lignano Pineta, una nuova località turistica che proprio Alberto Kechler sta sviluppando. Non può essere un caso: certamente il dono del terreno a uno degli scrittori più famosi al mondo può avere un effetto promozionale per la fresca iniziativa, ma i fratelli Kechler sono ben consapevoli di dare corpo alle chimere del loro carissimo amico, offrendogli quel pezzo di terra friulana in prossimità del Tagliamento. Di là dal fiume c’è il comune di San Michele, che accoglie la casa di Adriana. A Lignano c’è un’altra piccola tenuta, con campo attrezzato per cavalli da salto[6]; bambini ovunque, il laghetto si poteva creare, un ideale richiamo alla villa di San Martino di Codroipo… Fosse stato padrone della sua estrema volontà, forse Ernest avrebbe potuto realizzare il desiderio espresso in Di là dal fiume e tra gli alberi.

Questa idea della corrispondenza tra l’immaginata villa sulla Riviera del Brenta e la reale di San Martino di Codroipo è venuta anche a Costanza de Asarta Kechler, moglie di Alberto, che era ovviamente al corrente del desiderio di Ernest di essere sepolto laggiù, e identificava la villa di San Martino di Codroipo, e un poco anche la propria di Fraforeano di Ronchis, in quella descritta dal colonnello Cantwell.

Resta qualche interrogativo, dal momento che la scrittura di Hemingway ha sempre una o più ragioni di essere: perché proprio la Riviera del Brenta? Perché in un terreno privato? Provo ad avanzare qualche ipotesi.

  • Nel momento del pensiero sulla sepoltura Ernest, nei panni del colonnello Cantwell, si trova a Mestre. La Riviera del Brenta è l’area più attraente nelle vicinanze. Più avanti nel libro, nel tragitto in motoscafo da Piazzale Roma al Gritti Palace, fantastica di trascorrere a Venezia la sua vecchiaia ma poi, in colloquio con la protagonista femminile Renata, esprime disprezzo per il cimitero pubblico locale, l’isola di San Michele, definito miserable boneyard, più o meno deprimente deposito d’ossa.
  • Per gli americani è normale essere sepolti in una proprietà privata, e l’home burial è concesso in quasi tutti gli Stati. Da noi, Peggy Guggenheim è sepolta nel giardino della sua Ca’ Venier dei Leoni, sul Canal Grande di Venezia, accanto ai suoi cani morti nel tempo.
  • La Riviera del Brenta è esattamente a ovest di Venezia, in direzione quindi di Francia e Spagna e, oltre l’Atlantico, di Stati Uniti e Cuba, gli altri luoghi amati da Ernest. Da Venezia e dal Veneto, patria del suo ultimo amore e sua d’elezione, Ernest sarebbe stato comunque rivolto verso ciò che aveva avuto in precedenza di più caro.
  • Adriana sarebbe ragionevolmente sopravvissuta a Ernest. Una sepoltura vicina le avrebbe consentito di visitare frequentemente la tomba, assieme al resto della famiglia Ivancich, il ramo veneziano degli Hemingway[7].

C’è qualche altra ragione per scartare qualsiasi riferimento alla villa di Bassano del Grappa? Vediamo.

  • Il colonnello, pensando alla villa sulla Riviera del Brenta, dice di conoscere il posto molto bene. Alla fine del libro va a morire sulla vecchia strada che conosceva tanto bene, la strada da Latisana a San Martino di Codroipo, quella dell’incontro tra Ernest e Adriana nel primo giorno della nuova e ultima vita. I riferimenti al Friuli si chiudono ad anello.
  • Hemingway descrive Ca’ Erizzo in modo inequivocabile circa trent’anni prima, nel noto inedito The Passing of Pickles McCarty, tradotto come La scomparsa di Pickles McCarty (si trova facilmente in rete). La descrizione è molto diversa da quella della villa sulla Riviera del Brenta, per di più nel contesto della Prima Guerra Mondiale, in una Bassano sfollata, nella prima retrovia del fronte. Niente bambini, niente cavalli da salto e niente laghetti con trote. Il giovane Ernest può aver raccolto il materiale per scrivere l’inedito nei mesi passati all’ospedale dell’ARC (Croce Rossa Americana) di Milano, a contatto con colleghi della Prima Sezione dell’ARC di Bassano e con feriti reduci dal fronte del Monte Grappa, e può anche aver visto Ca’ Erizzo di passaggio a Bassano qualche giorno dopo il 18 ottobre 1918, data di una lettera scritta alla famiglia da Milano, e prima della fine del mese, quando sicuramente era già rientrato all’ospedale di Milano, vittima di un forte attacco di itterizia. Agnes von Kurowsky, l’infermiera sua innamorata, seppe con gran gioia dell’itterizia e del suo ritorno a Milano il 1° novembre, a Firenze[8]. Non c’è peraltro traccia scritta o fotografica di un asserito soggiorno a Bassano; le lettere di Ernest del periodo successivo portano riferimenti a Schio e Fossalta, Padova e Treviso, mai a Bassano. Al fronte Ernest sarà tornato per vivere “eroicamente” la conclusione della Grande Guerra, pur essendo ancora costretto a muoversi con un bastone. Facendo parte di un corpo militarizzato non aveva libertà di movimento: il foglio di viaggio non poteva avere come destinazione che il suo reparto di appartenenza, la Quarta Sezione dell’ARC di Schio, che in quel momento era acquartierato a Villa Segafredo di Rosà[9], tra Bassano e Cittadella. Le difficoltà di movimento, sommate all’itterizia, fecero di lui un peso inutile, e fu rispedito ingloriosamente a Milano, senza che potesse avere niente di interessante da raccontare sull’offensiva di Vittorio Veneto. E non lo raccontò.

“… Ernest, still limping, had left Milan to rejoin some of his friends from the Ambulance Corps. He located them in the vicinity of Bassano, where the huge Vittorio-Veneto offensive against the Austrians was about to be launched. Instead of chauffeuring the wounded, however, he came down almost immediately with a severe case of jaundice and dragged himself back to the Ospedale Croce Rossa.” [10]

“… Ernest, ancora zoppicante, aveva lasciato Milano per raggiungere alcuni amici del Corpo Ambulanze. Li aveva localizzati non lontano da Bassano, dove stava per essere scatenata l’imponente offensiva di Vittorio Veneto contro gli austriaci. Però, invece di trasportare feriti, rientrò quasi immediatamente per un grave attacco di itterizia, trascinandosi di nuovo all’ospedale della Croce Rossa.” (Traduzione di P.A. Pozzi)

Quarta sezione

Il sottotenente Ernest Hemingway alla Quarta Sezione ARC di Schio (1918)   Foto JFK Library

[1] Nel fumo della guerra.

[2] Cfr. Con Hemingway e Dos Passos sui campi di battaglia italiani della Grande Guerra, di Giovanni Cecchin. Ugo Mursia editore, 1980, pag. 5.

[3] http://www.dizionariobiograficodeifriulani.it/mangilli-fabio/

[4] Informazioni anagrafiche sui fratelli Kechler desunte da Hemingway and the Venetian Nobility, di Jobst C. Knigge, https://edoc.hu-berlin.de/bitstream/handle/18452/14239/28KX55Oml6ZWs.pdf?sequence=1

[5] Informazione desunta da Hemingway at Lignano Sabbiadoro and in Friuli-Venezia Giulia, di Davide Lorigliola, in Hemingway and Italy, Twenty-First-Century Perspectives, edited by Mark Cirino and Mark P. Ott, University Press of Florida, 2017.

[6] http://www.dizionariobiograficodeifriulani.it/mangilli-fabio/

[7] Lettera del 2 febbraio 1954 a Bernard Berenson, in Ernest Hemingway, Selected Letters 1917-1961, Panther Books, 1985, pag. 827.

[8] The Hemingway Women, di Bernice Kert. Norton, 1983, pag. 62.

[9] Cfr. Con Hemingway e Dos Passos sui campi di battaglia italiani della Grande Guerra, di Giovanni Cecchin. Ugo Mursia editore, 1980, pag. 169.

[10] The Hemingway Women, di Bernice Kert. Norton, 1983, pag. 62.

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