AMEG IV

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AMEG IV

Ad Maiorem Ernesti Gloriam, IV

Appunti sul libro Con Hemingway e Dos Passos sui campi di battaglia italiani della Grande Guerra, di Giovanni Cecchin (Ugo Mursia editore, Milano 1980).

Osservazioni in generale

. Questo è il quarto articolo di appunti su pubblicazioni che abbiano per argomento la biografia e le opere di Ernest Hemingway. Trovate il primo, sul lavoro di Richard Owen Hemingway e l’Italia, nel mio blog Il volo della pispola, all’indirizzo

https://ilvolodellapispola.wordpress.com/2017/07/21/ernest-hemingway-4/

Il secondo, sul volume di Andrea di Robilant Autunno a Venezia – Hemingway e l’ultima musa, lo trovate all’indirizzo

https://ilvolodellapispola.wordpress.com/2018/04/28/ernest-hemingway-7/

Il terzo, sulla fantabiografia di Guido Guerrera Io e Ernest – Pivano-Hemingway sul filo di un amore è all’indirizzo

https://ilvolodellapispola.wordpress.com/2018/05/16/ernest-hemingway-8/

. Diversamente dai precedenti, questi appunti riguardano un volume stampato nel 1980 che non ha avuto una grande fortuna editoriale. Ora è fuori catalogo. L’ho trovato a pochi euro su una bancarella in Piazza Diaz, a Milano, e mi fa piacere commentarlo. Ne raccomando la lettura a chi riuscisse a trovarlo, soprattutto per l’opportunità che dà di rivivere la tragedia della Prima Guerra Mondiale sul fronte italiano, con la continua e appassionata ricerca dei risvolti umani negli eventi bellici focalizzati attorno a Bassano del Grappa. Giovanni Cecchin assegna a Bassano una rilevanza che, come vedremo subito, viene amplificata da un abbaglio traduttorio di Fernanda Pivano – del quale l’anglista Cecchin poteva pure accorgersi – e che pone in evidenza la necessità di basarsi su traduzioni accurate, quando si scrive di storia e letteratura.

. Con Hemingway e Dos Passos è un libro densissimo di particolari e di personaggi, alcuni storici, che forse oggi potrebbe essere sfrondato dalle numerose ripetizioni, o forse no, dal momento che in testo così affollato le ripetizioni hanno il pregio di riportare il lettore al filo del racconto. Quella delle ripetizioni è una caratteristica del saggio di Cecchin, che riesce a familiarizzare il lettore anche con personaggi decisamente di secondo piano.

. Gli appunti sono trascritti in ordine di lettura, potrebbero essere smentiti da fonti a me sconosciute e riguardano osservazioni, discrepanze e a volte particolari minimi come i refusi. Può apparire questo un lavoro pedante, ma senza un poco di pedanteria le invenzioni passano per verità, i gioielli nascosti sfuggono e non si migliora il migliorabile. Ciò detto, secondo me Giovanni Cecchin rimane il miglior studioso italiano dell’opera di Hemingway.

Piero Ambrogio Pozzi

* * *

Con Hemingway e Dos Passos

sui campi di battaglia italiani della Grande Guerra

I. CON L’AMICO COMPUTER E NELLE OSTERIE

Pag. 5

“Anche emotivamente egli [Hemingway] si sentì sempre legato al nostro paese, in particolare al Veneto: «Sono un ragazzo del Basso Piave, un ragazzo del Grappa, del Pasubio… Sono un vecchio fanatico del Veneto, ed è qui che lascerò il mio cuore… » (in una lettera del 1948 a Bernard Berenson). E, sorprendentemente, in Di là dal fiume e tra gli alberi: «Vorrei essere seppellito lassù, lungo il Brenta, dove sorgono le grandi ville, con i prati, i giardini e i platani e i cipressi. Conosco alcuni che forse mi lascerebbero seppellire sulla loro terra. Lo chiederò ad Alberto. Non penso che sarei d’impaccio. Sarei una parte del suolo dove i bimbi giocano alla sera, e alla mattina forse continuerebbero ad allenar cavalli a saltare, e gli zoccoli calpesterebbero l’erba e le trote affiorerebbero nello stagno quando ci fosse uno sciame di moscerini…»”

Cecchin, bassanese di adozione (era nato a Castion di Loria, in provincia di Treviso ma a meno di 15 km da Bassano) trascrive, rimaneggia e ricompone a suo piacere la traduzione di Fernanda Pivano dal capitolo V, che suona così:

“Oltrepassarono la lunga fila di barche nel canale lento che portava le acque del Brenta e il colonnello pensò alla lunga distesa del Brenta dove sorgevano le grandi ville, coi prati e i giardini e i platani e i cipressi. Mi piacerebbe molto esser sepolto lassù, pensò. Conosco molto bene quei posti. Non credo che ci possa riuscire, però. Non lo so. Conosco qualcuno che forse mi lascerebbe seppellire nella sua tenuta. Lo chiederò ad Alberto. Forse però gli sembrerà lugubre.

(…)

Mi piacerebbe esser sepolto lontano sui bordi della tenuta, ma in vista della vecchia casa elegante e dei grandi alberi alti. Non credo che sarei molto d’impaccio per loro. Sarei una parte del suolo dove i bambini giocano la sera e la mattina forse continuerebbero ad allenare i cavalli a saltare e gli zoccoli calpesterebbero l’erba e le trote affiorerebbero nello stagno quando ci fosse uno sciame di moscerini.”

Mentre così suona l’originale di Hemingway:

 “They passed the long line of boats in the slow canal that carried water from the Brenta, and he thought about the long stretch of the Brenta where the great villas were, with their lawns and their gardens and the plane trees and the cypresses. I’d like to be buried out there, he thought. I know the place very well. I don’t believe you could fix it, though. I don’t know. I know some people that might let me be buried on their place. I’ll ask Alberto. He might think it was morbid, though.

(…)

I’d like to be buried way out at the edge of the grounds, but in sight of the old graceful house and the tall, great trees. I don’t think it would be much of a nuisance to them. I could be a part of the ground were the children play in the evenings, and in the mornings, maybe, they would still be training jumping horses and their hoofs would make the thudding on the turf, and trout would rise in the pool when there was a hatch of fly.

 La traduzione potrebbe, e dovrebbe, essere diversa, più o meno così:

“Superarono la lunga fila di barche sul pigro canale che portava acqua dal Brenta, e pensò al lungo tratto sul Brenta dove c’erano le grandi ville, coi loro prati rasati e i giardini e i platani e i cipressi. Vorrei essere sepolto laggiù, pensò. Conosco il posto molto bene. Non credo che si possa programmare, però. Non so. Conosco qualcuno che potrebbe consentire alla mia sepoltura nel suo terreno. Chiederò ad Alberto. Anche se potrebbe pensare a un’ossessione.

(…)

Vorrei essere sepolto in disparte, al bordo dei prati, ma in vista della vecchia elegante casa e degli alti, grandi alberi. Non credo che sarebbe troppo disturbo per loro. Potrei diventare parte del terreno dove i bambini giocano di sera, e al mattino, magari, lavorerebbero ancora cavalli da salto, con gli zoccoli che battono sordamente sul manto erboso, e le trote nel laghetto verrebbero a galla a caccia di larve di mosca. (Proposta P.A. Pozzi)

Noterete una piccola ma fondamentale differenza: “out there” viene tradotto da Pivano e confermato da Cecchin con l’avverbio di luogo “lassù” che, riferito al corso del Brenta, potrebbe indicare ragionevolmente Bassano del Grappa, dove c’è una villa, e una sola, costruita lungo il fiume più o meno con le caratteristiche indicate dal testo hemingwayano. Si tratta di Ca’ Erizzo, posta da Cecchin e dai Bassanesi nelle fantasie di Ernest Hemingway in forza di quel “lassù”. Ma “out there” significa “là fuori”, “laggiù”, e nell’intenzione di Ernest Hemingway e del suo alter ego protagonista del romanzo, il colonnello Cantwell, in quel momento in strada tra Mestre e Marghera verso il Ponte della Libertà e Venezia, c’era l’indicazione delle celebri ville venete della Riviera del Brenta, tra Padova e Venezia, sull’antico corso del Brenta, ridotto a canale col nome di Naviglio del Brenta. Per intenderci, le grandi ville di Stra, Dolo, Mira, Oriago. Bassano del Grappa non c’entra, qui.

Più avanti incontreremo un riferimento ad “Alberto”, che Cecchin identifica probabilmente nella persona sbagliata.

Pag. 7

“Ritrovo pure gl’incartamenti e le foto dell’ospedale americano di via Manzoni 10, dove Hemingway fu ricoverato…”

L’ospedale dell’ARC (American Red Cross, Croce Rossa Americana) di Milano era in via Cesare Cantù 4, angolo via Armorari. In via Manzoni 10, nel palazzo Anguissola Antona Traversi, attualmente di proprietà della Fondazione Cariplo e destinato a museo[1], c’era il comando dell’ARC. Cecchin richiama l’indirizzo sbagliato per almeno 10 volte in tutto il libro (anche alle pagg. 127, 130 2 volte, 138, 141, 148, 158, tav. fuori testo dopo pag.160, 198).

II. SUL PONTE DI BASSANO…

Pag. 23

“Sul tavolo c’era un apparato di dittafono con cui si poteva sentire cosa facevano gli austriaci.”

Frase tradotta da Cecchin da un quaderno di John Dos Passos. Se realmente si trattava di un dittafono, questo doveva necessariamente essere collegato di nascosto alle linee telefoniche degli austriaci, per essere azionato quando l’operatore in ascolto captava conversazioni interessanti. Certamente Dos Passos non lo spiegava, ma una nota mi sembra necessaria.

Pag. 27

“Della popolazione civile [di Bassano], dopo l’arretramento del fronte in seguito a Caporetto, erano rimasti in città solo popolani e preti. Signorotti e «governativi» erano scappati.”

Bassano era sottoposta a bombardamenti di artiglieria e aerei. Probabilmente era sfollata anche parte della popolazione civile. Non era in quel momento una città che offrisse motivi di interesse particolare, al pari delle altre località di prima retrovia. Gli spostamenti di Hemingway erano quindi vincolati al suo reparto di appartenenza, la Sezione Quattro delle ambulanze ARC di stanza a Schio e trasferita per l’occasione a Rosà. I suoi eventuali passaggi da Bassano e da Ca’ Erizzo, nella brevissima presenza prima dell’offensiva di Vittorio Veneto, erano limitati dalle esigenze di servizio. Del resto non c’è alcuna evidenza fotografica o documentale della sua seconda presenza al fronte e a Bassano.

III. VA L’ALPIN SU L’ALTE CIME…

Niente da segnalare.

IV. IL PIAVE MORMORAVA…

Pag. 62

“Nel diario del 1919 di Ardengo Soffici La ritirata del Friuli, dove si narra di un profugo che, sospettato come spia per il suo accento straniero al ponte di Pinzano sul Tagliamento, si salva buttandosi in acqua, c’è in nuce l’episodio centrale di Addio alle armi, dove il tenente americano Frederic Henry, al posto di blocco del Ponte della Delizia, vicino a Codroipo (Udine), è sospettato anche lui come spia per lo stesso motivo e si salva buttandosi nel fiume ed è inseguito da fucilate.

Henry si butta nel Tagliamento prima che i carabinieri possano sospettare. Il posto di blocco è immaginato da Hemingway all’estremità occidentale del ponte, verso Casarsa, ora in provincia di Pordenone.

Pag. 69

Un po’ più a sud, verso lo scolo Gorgazzo, con i fanti della Bisagno combatterono reparti cecoslovacchi, che Hemingway ricorda in Di là dal fiume e tra gli alberi.

Non risultano accenni a reparti cecoslovacchi in Di là dal fiume e tra gli alberi.

Pag. 90

“Attorno alla Casa vari giochi di bocce sempre ariosamente contesi.”

Refuso per “irosamente”.

Pag. 115

“Un altro particolare: nel Registro delle Messe il cappellano chiude il tragico 1917 con una frase posta in evidenza con caratteri in stampatello, tratta dalla liturgia e che gli doveva essere familiare: «DA PACEM DOMINE IN DIEBUS NOSTRIS». Si dà il caso che la prima raccolta di novelle pubblicata da Hemingway nel 1923 si ispiri per il titolo proprio a quella frase («In diebus nostris», In Our Time, Nel Nostro Tempo).

Ma anche e soprattutto al Book of Common Prayer della Chiesa Anglicana: “Give peace in our time, o Lord”. Si deve notare che il primo vero libro stampato a Hemingway fu appunto in our time, una raccolta di racconti pubblicata a Parigi nel 1924 dalla three mountains press (titolo ed editore scritti in minuscolo). Anche il motto riportato sul marchio della casa editrice, “Levavi oculos meos in montes” è preso dal Book of Common Prayer e dalla Bibbia, precisamente dal salmo 121 (120 della Vulgata). Credo che le tre montagne presenti nello stemma della Finca Vigía, la casa cubana di Ernest, siano un riferimento al suo primo libro pubblicato, diversamente da quanto sostenuto, per esempio, da Andrea di Robilant nel suo Autunno a Venezia, dove le montagne dello stemma sono riferite a Wyoming, Montana e Idaho. Ragionevolmente le tre montagne della casa editrice parigina si rispecchiano nei tre monts della città, Montparnasse, Montmartre e Sainte Geneviève.

Three Mountains PressStemma della Finca

Pag. 124

“Anche in un’altra occasione, durante le corride in Spagna nel 1924, egli rischiò la vita, o per lo meno serie ferite, suggestionato e attratto da un quadro («Son sceso nell’arena con quei tori, e non fui ferito; anche se molto contuso, perché quando mi compromettevo per la mia goffaggine mi buttavo sul muso del toro, attaccandomi alle corna come sta attaccata la figura del vecchio quadro della ‘Rupe dei Secoli’, e con pari passione. Questo suscitava grande ilarità fra gli spettatori…», da Morte nel pomeriggio, 1932).”

Il quadro non incita al rischio, ma è solo parte della similitudine, molto efficace per chi lo conosce:

“I have been in the ring with such bulls and was unwounded though much bruised since when I had compromised myself through awkwardness I would fall onto the bull’s muzzle clinging to his horns as the figure clings in the old picture of the Rock of Ages and with equal passion. This caused great hilarity among the spectators.” (Ernest Hemingway, Death in the Afternoon, pag. 138)

Rock of Ages

Pag. 126

“Tutto in giro i grossi 250 e 350 italiani rispondevano fragorosamente al fuoco austriaco.”

Sono calibri inesistenti nell’esercito italiano.

V. CRONACA DI MEZZA ESTATE

Pag. 139

“«… Poeta, eroe nazionale, cantore della dialettica del fascismo, egoista macabro, aviatore, comandante o motorista nella prima MAS, tenente colonnello di fanteria che non sapeva da che parte si comincia a comandare una compagnia e neanche un plotone, il grande, meraviglioso autore del Notturno, che tutti rispettavamo e sfottevamo…».

Cecchin si appoggia alla traduzione di Fernanda Pivano, staccandosene quando non lo convince. Non abbastanza, però. Ecco l’originale inglese:

“… poet, national hero, phraser of the dialectic of Fascism, macabre egotist, aviator, commander, or rider, in the first of the fast torpedo attack boats, Lieutenant Colonel of Infantry without knowing how to command a company, nor a platoon properly, the great, lovely writer of Notturno whom we respect, and jerk.”

 “… poeta, eroe nazionale, cantore della dialettica del fascismo, egoista macabro, aviatore, comandante o autista nella prima Mas, tenente colonnello di fanteria che non sapeva da che parte si comincia a comandare una compagnia e neanche un plotone, il grande, meraviglioso autore del Notturno che tutti rispettiamo e sfottiamo.” (Traduzione di Fernanda Pivano)

 “… poeta, eroe nazionale, formulatore della dialettica fascista, macabro egotista, aviatore, comandante – o imbarcato – sulla prima delle veloci siluranti d’attacco, tenente colonnello di fanteria senza sapere come comandare decentemente una compagnia e nemmeno un plotone, il grande, delizioso autore del Notturno rispettato da tutti, e gran testa di cazzo.” (Proposta P.A. Pozzi)

VI. MONTE GRAPPA TU SEI LA MIA PATRIA…

Pag. 165

“Da essa appare che Ernest a Ca’ Erizzo doveva essere persona facilmente riconoscibile («Quel tale che fu ferito sul Piave… Ricordate?»). Mi spiega il dott. Ernesto Azzalin: «Deve aver fatto amicizia con mio padre, pure lui Ernesto, morto nel 1936».”

Una nota a piè di pagina recita:

“Questo «Ernesto», padre o figlio, può essere l’«Alberto» (nome dal suono vicino, probabilmente scelto dallo scrittore per evitare omonimia con il proprio) nella cui villa lungo il Brenta gli sarebbe piaciuto venir sepolto, come da Di là dal fiume e tra gli alberi.”

Come abbiamo visto in precedenza la villa lungo il Brenta non è immaginata a Bassano, ma sulla Riviera del Brenta, “traslocata” da San Martino di Codroipo in provincia di Udine, dove abitava Carlo Kechler. A Fraforeano di Ronchis, sempre in provincia di Udine, abitava il fratello di Carlo, Alberto, ed entrambi erano amici di Ernest. Carlo davvero teneva i cavalli da salto di cui parla Di là dal fiume e tra gli alberi, e addirittura partecipò alle Olimpiadi di Londra del 1948. La villa di San Martino di Codroipo, oltre alle scuderie, davvero aveva e ha un laghetto nel parco. Nel romanzo Ernest ha rappresentato molti dei suoi amici italiani, dissimulati in un modo o nell’altro. Alberto Kechler è stato spostato nella villa del fratello e portato in volo sulla Riviera del Brenta.

Pag. 169

“Non ho quindi dubbi che villa Segafredo [di Rosà] sia stata anche sede del distaccamento della Sezione Quattro di Schio, venuta in quel di Bassano per dar man forte ai colleghi della sezione Uno, e che fu dal vasto prato retrostante, o dalle finestre di quell’edificio bianco, affiancato da una chiesetta, che Hemingway, Bill Horne e Carleton Shaw assistettero, la notte del 24 ottobre, all’impressionante fuoco italiano di preparazione, cioè all’inizio della Battaglia di Vittorio Veneto.”

Pag. 171

“Si dà il caso che a «due passi» da Ca’ Erizzo ci fosse la brigata di fanteria di cui Ernest fece parte quando fu nel Basso Piave, cioè l’Ancona dei colonnelli Valentini e Cravero e del cappellano don Bianchi. È impensabile che Ernest, dopo il giro con il cap. Gamble, non abbia cercato di andarli a scovare nelle prime linee.”

Secondo me è pensabile, invece. Ernest era acquartierato a Rosà, era in divisa e non in gita. Dubito fortemente che avesse libertà di movimento – fuori servizio – fino alle prime linee, in particolare mentre si scatenava la Battaglia di Vittorio Veneto. E poi c’è la questione dell’attacco di itterizia… Bernice Kert, nel suo libro The Hemingway Women, scrive:

 “… Ernest, still limping, had left Milan to rejoin some of his friends from the Ambulance Corps. He located them in the vicinity of Bassano, where the huge Vittorio-Veneto offensive against the Austrians was about to be launched. Instead of chauffeuring the wounded, however, he came down almost immediately with a severe case of jaundice and dragged himself back to the Ospedale Croce Rossa. Events on the battlefields and in the seats of government were moving toward a climax.”

“… Ernest, ancora zoppicante, aveva lasciato Milano per raggiungere alcuni amici del Corpo Ambulanze. Li aveva localizzati nei pressi di Bassano, dove stava per essere lanciata l’imponente offensiva di Vittorio Veneto contro gli austriaci. Però, invece di trasportare feriti e vittima di un grave caso di itterizia, fece quasi immediatamente ritorno e si trascinò di nuovo all’Ospedale della Croce Rossa. Gli eventi sui campi di battaglia e nei banchi del governo si stavano sviluppando verso il momento culminante.”

Non trovo smentite al racconto della Kert. Penso che per Ernest si sia trattato di una bravata velleitaria per riunirsi al suo reparto, che incidentalmente era presso Bassano, nel tentativo di non perdersi la conclusione della guerra sul campo.

VII. IL RITORNO DEL SOLDATO

Pag. 214

“Aveva portato con sé dall’Italia un baule di «ricordi»: una pistola lanciarazzi, una bomba a mano inesplosa, carabina ed elmetto austriaci, baionette, pugnali, mappe militari, i calzoni laceri di Fossalta…”

Il fatto che Hemingway avesse con sé delle mappe militari spiega il dettaglio nella descrizione dei luoghi friulani in Addio alle armi, luoghi che Ernest non aveva mai visitato.

NOVE TESTI RARI DEL «PRIMISSIMO» HEMINGWAY

Pag. 221

“«… Uno scrittore, mi pare, ha il diritto, no?, di scegliere quello che vuole che sia da lui pubblicato… »”

Questa frase attribuita a Hemingway, presa da Cecchin da un volume di L.H. Cohn, vale dunque sia per i racconti inediti studiati da Cecchin che per i libri postumi. Se i racconti non sono stati pubblicati, un motivo ci sarà: prenderli a riferimento per una ricostruzione biografica è arbitrario.

* * *

Bibliografia

Cecchin, Giovanni, Con Hemingway e Dos Passos sui campi di battaglia della Grande Guerra, Ugo Mursia Editore, Milano 1980.

Hemingway, Ernest, Across the River and Into the Trees, Arrow Books, Random House, London 1994.

Hemingway, Ernest, Death in the Afternoon, Scribner, New York 1999.

Hemingway, Ernest, Di là dal fiume e tra gli alberi, traduzione di Fernanda Pivano, Oscar Mondadori, Milano 1986.

Kert, Bernice, The Hemingway Women, Norton, New York 1983.

[1] Fonte Lombardia Beni Culturali http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/LMD80-00180/

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