Hemingway, Venezia nei dettagli

Ernest e Mary. Mary col moretto veneziano. Da Harry's Bar o su un transatlantico francese, particolareErnest Hemingway e la quarta moglie Mary Welsh, col Moretto appuntato

Moretto di NardiMoretto di Nardi

Hemingway, Venezia nei dettagli

‘I would like that small Negro with the ebony face and the turban made of chip diamonds with the small ruby on the crown of the turban. I should wear it as a pin. Everyone wore them in the old days in this city and the faces were those of their confidential servants. I have coveted this for a long time, but I wanted you to give it to me.’

‘Vorrei quel negretto con la faccia d’ebano e il turbante in pavé di diamanti col piccolo rubino sul cocuzzolo. Lo porterei come spilla. Lo portavano tutte in questa città una volta, e le facce erano quelle dei loro servitori particolari. L’ho desiderato tantissimo e a lungo, ma volevo che fossi tu a regalarmelo.’ (Traduzione di P.A. Pozzi)

Siamo alla fine del capitolo 10 del romanzo Across the River and Into the Trees, di Ernest Hemingway, ed emerge uno dei numerosissimi dettagli che rivelano quanto accuratamente ed amorevolmente Ernest abbia esplorato Venezia, nell’arte, nell’architettura, nei costumi. Qui la protagonista Renata è rivolta all’innamorato colonnello Cantwell, idealmente davanti alla vetrina di Codognato in Salizzada San Moisè. Parlano del Moretto di antica tradizione orafa, presente solo a Venezia e, in una forma più piccola, a Fiume nell’odierna Croazia. L’Esodo degli italiani dopo l’ultima guerra ha abbassato il livello qualitativo dei Moretti fiumani, e gli ultimi che ancora rispettavano la fattura tradizionale del gioielliere Agostino Gigante si trovavano fino a qualche anno fa soltanto a Flushing negli Stati Uniti, da Rodolfo Giraldi, che emigrando aveva portato con sé il catalogo e gli antichi stampi. Giraldi stesso, mancato nel 2009, mi aveva spiegato le differenze tra le versioni Veneziana e Fiumana, consentendomi di capire bene a cosa si riferisse Hemingway.

002Diadema di moretti fiumani, dal catalogo della Ditta Gigante, proprietà eredi di Rodolfo Giraldi, Flushing NY

Sleep softly, my true love, and when you wake, this will be over and I will joke you out of trying to learn details of the triste métier of war and we will go to buy the little negro, or moor, carved in ebony with his fine features and his jeweled turban. Then you will pin him on, and we will go to have a drink at Harry’s and see whoever or whatever of our friends that will be afoot at that hour.

Dormi tranquilla, amore mio vero, che quando ti sveglierai avrò finito, e ti prenderò in giro per i tuoi tentativi di imparare i particolari del triste métier della guerra, e andremo a comprare il negretto, o moretto, intagliato nell’ebano coi suoi fini lineamenti e il turbante ingioiellato. Poi te lo appunterai, e andremo a bere qualcosa da Harry’s e a vedere chi mai o chiunque dei nostri amici sarà in attività a quell’ora. (Traduzione di P.A. Pozzi)

Qui eravamo al capitolo 34, con la citazione di uno dei ritrovi preferiti da Hemingway, l’Harry’s Bar di Calle Vallaresso. Un altro è l’albergo Gritti Palace:

They ate lunch at the Gritti, and the girl had unwrapped the small ebony negro’s head and torso, and pinned it high on her left shoulder. It was about three inches long, and was quite lovely to look at if you liked that sort of thing. And if you don’t you are stupid, the Colonel thought.

Pranzarono al Gritti, dove la ragazza aveva tolto dal pacchetto la testa di negretto d’ebano con torso, appuntandola sulla spalla sinistra, in alto. Era lunga sette-otto centimetri, ed era proprio graziosa da vedersi, se piace quel tipo di cose. E se non piace si è stupidi, pensò il colonnello. (Traduzione di P.A. Pozzi)

Questo era l’incipit del capitolo 38, e impariamo la differenza tra lo chic veneziano e quello yankee. La contessa Renata appunta il Moretto in alto, a sinistra; Mary, come si vede dalla foto d’apertura, né in alto né alla punta della scollatura, ma in basso, e comunque a destra.

Il Moretto è un pezzo di Venezia, della sua tradizione, ed è curioso che sia uno scrittore americano a descriverlo tanto bene, come altrettanto bene ha descritto Venezia nei minimi particolari, spesso non riconoscibili nella traduzione italiana firmata da Fernanda Pivano. Un esempio: il magnifico lampione in ferro battuto, rame e vetri colorati sospeso allo spigolo di Ca’ Foscari, allo sbocco del Rio Novo/Rio de Ca’ Foscari nel Canal Grande, spacciato per un inesistente faro all’imboccatura del Canal Grande, all’altezza quindi della Punta della Dogana. Il lampione, o fanale, è noto ai Veneziani come faràl de Ca’ Foscari. Al capitolo 6:

Then they still went slowly until the great lantern that was on the right of the entrance to the Grand Canal where the engine commenced its metallic agony that produced a slight increase in speed.

Poi proseguirono lentamente fino al grande faro sulla destra dell’imboccatura del Canal Grande (…). (Traduzione di Fernanda Pivano)

Più verosimilmente:

Continuarono a procedere lentamente fino al grande lampione posto a destra dell’ingresso nel Canal Grande (…). (Traduzione di P.A. Pozzi)

Lampione di Ca' FoscariVenezia, il lampione di Ca’ Foscari (foto Alloggi Barbaria)

Un altro esempio, immediatamente prima:

Then there was the black iron fret-work bridge on the canal leading into the Rio Nuovo and they passed the two stakes chained together but not touching: like us the Colonel thought. He watched the tide pull at them and he saw how the chains had worn the wood since he first had seen them. That’s us, he thought. That’s our monument. And how many monuments are there to us in the canal of this town?

Poi vi fu il ponte nero di ferro traforato sul canale che dava sul Rio Nuovo e passarono i due pontili galleggianti tenuti insieme con le catene ma staccati l’uno dall’altro: come noi, pensò il colonnello. Li guardò incalzati dalla marea e osservò fino a che punto le catene avessero logorato il legno dalla prima volta che li aveva visti. Siamo noi, pensò. Questo è il nostro monumento. E quanti monumenti dedicati a noi ci sono nei canali di questa città? (Traduzione di Fernanda Pivano)

Più verosimilmente:

Poi c’era il nero ponte di ferro traforato sul canale che portava nel Rio Novo e poi passarono i due pali incatenati che però non si toccavano: come noi pensò il colonnello. Osservò il riflusso metterli in tensione, e notò come la catena aveva consumato il legno dalla prima volta che li aveva visti. Siamo noi, pensò. È il nostro monumento. E quanti monumenti dedicati a noi ci sono nei canali di questa città? (Traduzione di P.A. Pozzi)

Resa con due pali incatenati, infissi nel fondo del canale, l’immagine di due innamorati che non possono toccarsi è perfetta (ma dove li ha presi i due pontili galleggianti, la Pivano?). L’immagine è idealmente ripresa sulla copertina tedesca dello stesso romanzo, disegnata da Adriana Ivancich, di cui Renata è l’alter ego così come il colonnello è l’alter ego di Ernest: due gelsi che non possono toccarsi, tesi uno all’altro, ognuno con le proprie radici, sullo sfondo della Laguna e del campanile di Torcello.

bricole incatenate - Jane Simmonds (flickr)Pali incatenati (foto Jane Simmonds, Flickr)

Copertina edizione tedesca Across the RiverCopertina dell’edizione tedesca di Across the River

E ancora, al capitolo 9, descrivendo la chiesa di Santa Maria del Giglio, in prossimità del Gritti:

What a fine, compact and, yet, ready to be air-borne building, he thought. I never realized a small church could look like a P47. Must find out when it was built, and who built it. Damn, I wish I might walk around this town all my life. All my life, he thought. What a gag that is. A gag to gag on. A throttle to throttle you with. Come on, boy, he said to himself. No horse named Morbid ever won a race.

Che bell’edificio solido e insieme adatto a essere aviotrasportato, pensò. Non mi ero mai reso conto che una chiesetta potesse somigliare a un P-47. Bisogna che veda quando è stata costruita e da chi è stata costruita. Porca miseria, come vorrei girare per tutta la vita in questa città. Tutta la vita, pensò. Che battuta. Una battuta per tirare avanti. Una valvola per dare gas. Su, figliolo, disse fra sé. Nessun cavallo di nome Piagnone ha mai vinto una corsa. (Traduzione di Fernanda Pivano)

Più verosimilmente:

Che bella costruzione, massiccia eppure pronta per alzarsi in volo, pensò. Non mi ero mai reso conto che una piccola chiesa potesse somigliare a un P47 . Devo scoprire quando è stata costruita, e da chi. Maledizione, vorrei poter camminare per questa città tutta la vita. Per tutta la vita, pensò. Buona questa battuta. Da morire dal ridere. Da strozzarsi. Sveglia, ragazzo, disse tra sé. Nessun cavallo di nome Patema ha mai vinto una corsa. (Traduzione di P.A. Pozzi)

Il Republic P47 Thunderbolt era un caccia americano. La somiglianza tra la chiesa e l’aereo – con un minimo di fantasia – può essere evocata dalla forma tozza, dall’imponenza della facciata barocca con statue che sembrano scalare il cielo, da volute e linee sui fianchi che possono richiamare le ali, da un parafulmine sul tetto che ricorda l’antenna radio, e dal campanile a vela, che può far pensare alla coda. Così come si può vedere dall’angolo tra Campo S. Maria Zobenigo e Calle delle Ostreghe. Perché invece la chiesa (non è una chiesetta) appaia aviotrasportabile ce ne vuole parecchia in più, di fantasia, e la traduzione pivaniana dei giochi di parole è desolante. La battuta gioca sulla consapevolezza del colonnello di essere prossimo a morire.

Santa Maria del Giglio, il P47Venezia, Santa Maria del Giglio (foto P.A. Pozzi)

p47Republic P47 Thunderbolt (foto Norman Graf)

Across the River and Into the Trees andrebbe riscoperto, anche solo come guida turistica per la visita di Venezia. Una nuova versione italiana, fresca e pulita, consentirebbe alla distratta critica di lasciar cadere gli inesistenti e insistiti richiami a La Morte a Venezia di Thomas Mann e le fumose interpretazioni di un testo mal tradotto e peggio compreso; consentirebbe di rivivere una guerra orrenda narrata magistralmente, l’amore per l’antica e bellissima città lagunare e l’amore – inevitabilmente smarrito e in apparenza improbabile – per una bella ragazza veneziana, che assieme hanno travolto la vita dell’autore.

Adriana Ivancich. Senza di lei non avrei avuto argomenti per scrivere questo breve articolo, come Hemingway non avrebbe avuto juices per scrivere i suoi ultimi libri.

* * *

 

Piccola bibliografia

Hemingway, Ernest, Across the River and Into the Trees, Arrow Books, Random House, London 1994.

Hemingway, Ernest, Di là dal fiume e tra gli alberi, Traduzione di Fernanda Pivano, Oscar Mondadori, Milano 1986.

Hemingway, Ernest, Über den Fluss und in die Wälder, Übertragung von Annemarie Horschitz-Horst, Schutzumschlag von Adriana Ivancich, Rowohlt Verlag, Hamburg 1953.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *