La Guerra di Hemingway, la farsa di Nanda

HurtgenUomini della 28a Divisione di Fanteria USA, detta Bloody Bucket, nella foresta di Hürtgen (foto Warfare History)

La Guerra di Hemingway, la farsa di Nanda

In questo articolo prendo in considerazione alcuni brani di soggetto militare nel romanzo Across the River and Into the Trees, il cui protagonista è un combattente di professione con una malattia cardiaca che non dà scampo, un colonnello di solida cultura che sa ragionare di letteratura e arte ma che rimane soldato fino al midollo, e cerca di trattare civilmente la giovanissima innamorata, il suo primo, vero e ultimo amore. Nella traduzione italiana (Di là dal fiume e tra gli alberi) eseguita senza competenza, e senza nemmeno impegno, la resa degli aspetti militari offre esiti desolanti o comici, come quelli riportati, e riesce a mettere in caricatura la Guerra in un libro di amore, onore e morte. Dove ritenuto interessante, trascrivo anche la versione in tedesco di Annemarie Horschitz-Horst, anteriore a quella italiana di Fernanda Pivano di circa 13 anni.

* * *

He looked up at the ceiling and he was completely desperate at the remembrance of his loss of his battalions, and of individual people. He could never hope to have such a regiment, ever. He had not built it. He had inherited it. But, for a time, it had been his great joy. Now every second man in it was dead and the others nearly all wounded. In the belly, the head, the feet or the hands, the neck, the back, the lucky buttocks, the unfortunate chest and other places. Tree burst wounds hit men where they would never be wounded in open country. And all the wounded were wounded for life. (Across the River and Into the Trees, capitolo 31)

Er blickte zu dem Licht an der Decke empor, und er war in der Erinnerung an der Verlust seiner Bataillone und einzelner Leute völlig verzweifelt. Er konnte niemals hoffen, je wieder ein solches Regiment zu haben. Es war nicht sein Werk gewesen. Er hatte es geerbt. Aber eine Zeitlang war es seine ganze Freude gewesen. Jetzt war jeder zweite Mann tot, und die andern waren fast alle verwundet. Im Bauch, im Kopf, in den Füßen oder den Händen, im Hals, im Rücken, im edlen Hinterteil, in der unseligen Brust und an den andern Stellen. Berstende Bäume und Holzsplitter trafen Männer, die im offenen Gelände niemals verwundet worden wären. Und all die Verwundeten waren auf Lebenszeit verwundet. (Traduzione in tedesco di Annemarie Horschitz-Horst)

Alzò lo sguardo verso la luce del soffitto e si sentì totalmente disperato al ricordo della perdita dei suoi battaglioni, e delle singole persone. Non avrebbe mai potuto sperar di avere un reggimento simile, mai più. Non lo aveva creato lui. Lo aveva ereditato. Ma per un certo periodo aveva costituito la sua grande gioia. Ora metà reggimento era morto e gli altri quasi tutti feriti. Nella pancia, nella testa, nei piedi, nelle mani, nel collo, nella schiena, nel sedere fortunato, nel petto sfortunato e in tutti gli altri punti. Tre ferite laceranti colpirono gli uomini dove non sarebbero mai stati feriti se fossero stati in zona aperta. E tutti i feriti erano feriti per la vita. (Traduzione di Fernanda Pivano)

Guardò la luce sul soffitto, sopraffatto dalla disperazione al ricordo della perdita dei suoi battaglioni, e di ogni singolo uomo. Non avrebbe mai sperato di avere un reggimento simile, mai. Non l’aveva costruito lui. L’aveva ereditato. Ma, per un certo tempo, era stato la sua grande gioia. Ora, di esso, un uomo su due era morto e quasi tutti gli altri erano stati feriti. Nella pancia, in testa, ai piedi o alle mani, al collo, alla schiena, nelle fortunate chiappe, allo sfortunato torace e in altri posti. Le deflagrazioni tra gli alberi ferivano gli uomini dove non sarebbero mai stati feriti in aperta campagna. E tutti i feriti restavano feriti a vita. (Proposta di P.A. Pozzi)

Ci sono altri due passi coordinati. Il primo dal capitolo 33:

And the place we were going to fight in, which I had taken a good look at, was going to be Passchendaele with tree bursts. I say that too much. But I think it too much.

Und die Gegend, in der wir kämpfen sollten, die ich genau studiert hatte, würde Passchendaele sein mit berstenden Bäumen un Holzsplittern. Das sag ich zu oft. Aber ich denk es zu oft. (Traduzione in tedesco di Annemarie Horschitz-Horst)

E il luogo dove dovevamo combattere, al quale avevo dato una bella occhiata, sarebbe stato Passchendaele, con tre attacchi. Lo dico troppo. Ma lo penso troppo. (Traduzione di Fernanda Pivano)

E il posto dove ci stavamo infilando a combattere, che avevo studiato attentamente, si avviava a diventare Passchendaele con in più le deflagrazioni tra gli alberi. Lo dico troppo spesso. Ma ci penso troppo spesso. (Proposta di P.A. Pozzi)

Il secondo dal capitolo 34:

It was Passchendaele with tree bursts, he told nobody except the wonder light on the ceiling. Then he looked at the girl, to see that she was sleeping well enough so even his thoughts would not hurt her.

Es war Passchendaele mit berstenden Bäumen un Holzsplittern, erzählte er niemandem als dem zauberhaften Licht an der Decke. Dann blickte er auf das Mädchen, um zu sehen, ob sie auch so gut schlief, daß ihr selbst seine Gedanken nichts anhaben konnten. (Traduzione in tedesco di Annemarie Horschitz-Horst)

È stato Passchendaele con tre attacchi, disse alla luce meravigliosa sul soffitto. Poi guardò la ragazza per vedere se dormiva abbastanza da non essere offesa neanche dai suoi pensieri. (Traduzione di Fernanda Pivano)

Fu Passchendaele, con in più le deflagrazioni tra gli alberi, disse lui a nessun altro che alla fantastica luce sul soffitto. Poi guardò la ragazza, per vedere che stava dormendo bene a sufficienza da non essere ferita nemmeno dai suoi pensieri. (Proposta di P.A. Pozzi)

Fernanda Pivano non sa percepire la differenza tra tree e three in tre successive e ravvicinate occasioni (nello stesso libro ha confuso bear con boar, stern con bow, beech con birch, twenty-eight con eighteen, leave con live, string con sting, platoon con battalion, G con GI, rider con driver…). Poi, non avendo capito il senso dell’espressione tree burst, ha tirato via in due modi diversi e ovviamente sbagliati. Per rendervi più chiaro il quadro, i soldati del colonnello Cantwell andavano all’attacco tra gli alberi della foresta di Hürtgen, si gettavano a terra tra uno sbalzo e l’altro e mai immaginavano di essere così più esposti agli scoppi delle granate a tempo e alle schegge di legno degli alberi colpiti dalle cannonate. La tecnica di bombardamento tree burst adottata dai tedeschi consisteva nel dirigere i colpi tra gli alberi, sopra l’obiettivo: non sempre si centravano alberi, ma sempre le granate scoppiavano in una pioggia di frammenti roventi. Se poi si colpivano alberi, questi a loro volta esplodevano in una pioggia di schegge di legno. Pare che dopo la battaglia di Hürtgen gli americani scegliessero di hug a tree, letteralmente “abbracciarsi agli alberi”, per proteggersi meglio dal fuoco di sbarramento tedesco. Noterete che la traduzione tedesca è un caso di overtranslation didascalica: spiega al lettore la faccenda delle schegge di legno, che nell’originale non sono citate. Passchendaele è una località presso Ypres, nelle Fiandre, teatro nel 1917 di una battaglia della I Guerra Mondiale che costò un gran numero di morti.

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‘We sound like song writers,’ the surgeon said. ‘But don’t you ever run into anything, or let any sparks strike you, when you’re really souped up on nitroglycerin. They ought to make you drag a chain like a high-octane truck.’ (Capitolo 2)

‘Wir reden ja wie die Textdichter’, sagte der Arzt. ‘Aber laufen Sie nur niemals irgendwo gegen und passen Sie auf, daß Sie nicht Feuer fangen, wenn Sie so mit Nitroglyzerin vollgepumpt sind. Man sollte Sie zwingen, eine Kette hinter sich her zu schleifen, wie ein hochexplosiver Sprengstoffwagen.’ (Traduzione in tedesco di Annemarie Horschitz-Horst)

‘Sembriamo scrittori di canzonette’ disse il chirurgo. ‘Ma non bisogna correre e non bisogna avvicinarsi al fuoco se si è miscelati a nitroglicerina. Dovrebbero metterti un riduttore come agli autocarri a nafta.’ (Traduzione di Fernanda Pivano)

Più verosimilmente:

‘Ci cantiamo i ritornelli come autori di canzoni,’ disse il dottore. ‘Ma vedi di non andare a sbattere contro qualcosa, e fa’ in modo di non beccarti scintille, perché sei letteralmente saturo di nitroglicerina. Dovrebbero farti trascinare una catena come gli autocarri pesanti.’ (Proposta di P.A. Pozzi)

Il nostro colonnello – siamo all’inizio della storia – passa una visita di controllo col medico militare che lo conosce e sa benissimo quanto sia compromessa la sua salute. Il referto elettrocardiografico è incompatibile con la malattia del colonnello, e il dottore non ha dubbi: il suo amico e paziente abusa di compresse di nitroglicerina, ovviamente come vasodilatatore, per vivere “gloriosamente” i suoi ultimi giorni. Da qui il consiglio amaramente scherzoso e l’accenno agli autocarri che trascinavano una catena: la catena scaricava a terra le cariche elettrostatiche, riducendo il pericolo di incendio, in particolare per mezzi adibiti al trasporto di esplosivi. Quella del riduttore è un’invenzione della Pivano, che anche qui non sa come cavarsela e s’inventa pure gli autocarri a nafta. I mezzi a motore americani della seconda guerra mondiale, dalle jeep agli autocarri ai carri armati, funzionavano tutti a benzina per semplificare gli approvvigionamenti di carburante, e l’espressione high-octane, specifica per la benzina, esclude a priori la nafta o il gasolio usato dai motori diesel, che infatti non c’entrano. In questo caso high-octane ha anche una valenza di efficienza, potenza, che oggettivamente è difficile rendere in italiano. La traduttrice tedesca non ha resistito a dare una sua personale spiegazione, abbastanza plausibile: ma le due righe originali son diventate quattro.

* * *

He looked at himself in the mirror, set in the half closed door. It showed him at a slight angle. It’s a deflection shot, he said to himself, and they didn’t lead me enough. Boy, he said, you certainly are a beat-up, old looking bastard. (Capitolo 16)

Si guardò nello specchio, applicato alla porta socchiusa. Lo rifletteva leggermente d’angolo. È una fotografia presa di scorcio, disse fra sé, e non mi hanno fatto posare abbastanza a lungo. Figliolo, disse, non c’è dubbio che sei un vecchio bastardo frusto. (Traduzione di Fernanda Pivano)

Più verosimilmente:

Si guardò nello specchio, che era montato sulla porta semichiusa. Lo ritraeva un po’ obliquamente. Questo è un tiro laterale incidente, disse tra sé, ma non hanno puntato abbastanza davanti a me. Ragazzo, disse, sicuramente sei un malridotto bastardo con una faccia da vecchio. (Proposta di P.A. Pozzi)

Qui si va nella tecnica balistica, non in quella fotografica. Non si può pretendere l’impossibile da una intellettuale, whatever that means, con evidente deficit in quella che una volta si chiamava cultura generale, e nel comune buon senso. Quella di Pivano è una traduzione senza alcun senso.

Seduto sulla tazza, e osservandosi nello specchio un po’ di sbieco, come inquadrando un bersaglio, il colonnello nomina una tecnica di combattimento e tiro degli aerei da caccia che, attaccando lateralmente un avversario, deviano (deflection) la linea di mira sulla sua traiettoria prevista, portandola (lead) in avanti di quel tanto necessario a far coincidere il tempo di spostamento del bersaglio col tempo di volo del proiettile. Lo stesso vale per un tiro contro qualsiasi bersaglio in movimento. La malattia gli sta sparando addosso, e lui ancora non è stato centrato, ma è solo questione di tempo.

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palamita

Palamita o Bonito (Sarda sarda)

fired bullet

Proiettile a coda rastremata, esploso

There were the small soles, and there were a few albacore and bonito. These last, the Colonel thought, looked like boat-tailed bullets, dignified in death, and with the huge eye of the pelagic fish. They were not made to be caught except for their voraciousness. The poor sole exists, in shallow water, to feed man. But these other roving bullets, in their great bands, live in blue water and travel through all oceans and all seas. (Capitolo 22)

C’erano le sogliole piccole e c’erano qualche tonnetto e qualche ‘bonito’. Questi ultimi, pensò il colonnello, parevano sgombri, dignitosi nella morte e con l’occhio enorme del pesce d’oceano. Non erano destinati a esser catturati, se non a causa della loro voracità. Le povere sogliole vivono nelle acque basse, per nutrire l’uomo. Ma questi altri sgombri erranti, in grandi frotte, vivono nell’acqua azzurra e percorrono tutti gli oceani e tutti i mari. (Traduzione di Fernanda Pivano)

Più verosimilmente:

C’erano le piccole sogliole, e c’era qualche alalunga, qualche palamita. Queste ultime, pensò il colonnello, assomigliavano a proiettili a coda rastremata, nobili nella morte, e con gli immensi occhi dei pesci pelagici. Non sono nate per essere catturate, non fossero tanto voraci. La povera sogliola vive, in acque basse, per sfamare l’uomo. Ma questi altri proiettili erranti, nei loro grandi branchi, vivono in acque azzurre e viaggiano per tutti gli oceani e tutti i mari. (Proposta di P.A. Pozzi)

Effettivamente le palamite appartengono alla famiglia delle scombridae, ma l’autore ha detto ben altra cosa, ha parlato di pallottole, non di sgombri! I proiettili a coda rastremata (boat-tailed, come le barche a poppa) lo sono proprio per favorire la velocità, la penetrazione in un fluido. La palamita ha perfino rigature simili a quelle di un proiettile esploso! Questa, come altre similitudini, è ovviamente tipica di un personaggio totalmente immerso in situazioni e cose di guerra, e dovrebbe arrivare al lettore così come è stata pensata.

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cognac martell

‘WEHRMACHTS MARKETENDERWARE’ in rosso (foto www.cognac-ton.nl)

‘After Cherbourg we had everything. I took nothing but an Admiral’s compass because I had a small boat at that time on Chesapeake Bay. But we had all the Wehrmacht stamped Martell and some people had as much as six million German printed French francs. (…)’ (Capitolo 29)

‘Dopo Cherbourg trovammo tutto. Io ho preso soltanto la bussola di un ammiraglio, perché in quel periodo nella baia di Chesapeake avevo una nave troppo piccola. Ma trovammo tutto il falso Martell stampigliato dalla Wehrmacht e qualcuno trovò fino a sei milioni di franchi francesi stampati dai tedeschi. (…)’ (Traduzione di Fernanda Pivano)

‘Dopo Cherbourg fu tutto nelle nostre mani. Io non ho preso nient’altro che una bussola da ammiraglio perché a quel tempo avevo una barchetta nella baia di Chesapeake. Ma tutto il Martell marcato Wehrmacht era nostro, e qualcuno si è preso fino a sei milioni di franchi francesi stampati dai tedeschi. (…)’ (Proposta di P.A. Pozzi)

Chiudiamo in letizia. Seguendo Pivano, se il colonnello avesse avuto una nave più grande forse si sarebbe fregato un cannone da 305. Invece il soldato tutto d’un pezzo confessa una debolezza, una appropriazione indebita per dotare la sua barchetta di una bella bussola. Naturalmente il cognac Martell era autentico, imbottigliato e marcato per l’uso esclusivo della Wehrmacht. Figuriamoci se l’intendenza militare nazista si sarebbe lasciata prendere per i fondelli dai premurosi francesi.

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Piccola bibliografia

Hemingway, Ernest, Across the River and Into the Trees, Arrow Books, Random House, London 1994.

Hemingway, Ernest, Di là dal fiume e tra gli alberi, Traduzione di Fernanda Pivano, Oscar Mondadori, Milano 1986.

Hemingway, Ernest, Über den Fluss und in die Wälder, Übertragung von Annemarie Horschitz-Horst, Schutzumschlag von Adriana Ivancich, Rowohlt Verlag, Hamburg 1953.

Hemingway, Venezia nei dettagli

Ernest e Mary. Mary col moretto veneziano. Da Harry's Bar o su un transatlantico francese, particolareErnest Hemingway e la quarta moglie Mary Welsh, col Moretto appuntato

Moretto di NardiMoretto di Nardi

Hemingway, Venezia nei dettagli

‘I would like that small Negro with the ebony face and the turban made of chip diamonds with the small ruby on the crown of the turban. I should wear it as a pin. Everyone wore them in the old days in this city and the faces were those of their confidential servants. I have coveted this for a long time, but I wanted you to give it to me.’

‘Vorrei quel negretto con la faccia d’ebano e il turbante in pavé di diamanti col piccolo rubino sul cocuzzolo. Lo porterei come spilla. Lo portavano tutte in questa città una volta, e le facce erano quelle dei loro servitori particolari. L’ho desiderato tantissimo e a lungo, ma volevo che fossi tu a regalarmelo.’ (Traduzione di P.A. Pozzi)

Siamo alla fine del capitolo 10 del romanzo Across the River and Into the Trees, di Ernest Hemingway, ed emerge uno dei numerosissimi dettagli che rivelano quanto accuratamente ed amorevolmente Ernest abbia esplorato Venezia, nell’arte, nell’architettura, nei costumi. Qui la protagonista Renata è rivolta all’innamorato colonnello Cantwell, idealmente davanti alla vetrina di Codognato in Salizzada San Moisè. Parlano del Moretto di antica tradizione orafa, presente solo a Venezia e, in una forma più piccola, a Fiume nell’odierna Croazia. L’Esodo degli italiani dopo l’ultima guerra ha abbassato il livello qualitativo dei Moretti fiumani, e gli ultimi che ancora rispettavano la fattura tradizionale del gioielliere Agostino Gigante si trovavano fino a qualche anno fa soltanto a Flushing negli Stati Uniti, da Rodolfo Giraldi, che emigrando aveva portato con sé il catalogo e gli antichi stampi. Giraldi stesso, mancato nel 2009, mi aveva spiegato le differenze tra le versioni Veneziana e Fiumana, consentendomi di capire bene a cosa si riferisse Hemingway.

002Diadema di moretti fiumani, dal catalogo della Ditta Gigante, proprietà eredi di Rodolfo Giraldi, Flushing NY

Sleep softly, my true love, and when you wake, this will be over and I will joke you out of trying to learn details of the triste métier of war and we will go to buy the little negro, or moor, carved in ebony with his fine features and his jeweled turban. Then you will pin him on, and we will go to have a drink at Harry’s and see whoever or whatever of our friends that will be afoot at that hour.

Dormi tranquilla, amore mio vero, che quando ti sveglierai avrò finito, e ti prenderò in giro per i tuoi tentativi di imparare i particolari del triste métier della guerra, e andremo a comprare il negretto, o moretto, intagliato nell’ebano coi suoi fini lineamenti e il turbante ingioiellato. Poi te lo appunterai, e andremo a bere qualcosa da Harry’s e a vedere chi mai o chiunque dei nostri amici sarà in attività a quell’ora. (Traduzione di P.A. Pozzi)

Qui eravamo al capitolo 34, con la citazione di uno dei ritrovi preferiti da Hemingway, l’Harry’s Bar di Calle Vallaresso. Un altro è l’albergo Gritti Palace:

They ate lunch at the Gritti, and the girl had unwrapped the small ebony negro’s head and torso, and pinned it high on her left shoulder. It was about three inches long, and was quite lovely to look at if you liked that sort of thing. And if you don’t you are stupid, the Colonel thought.

Pranzarono al Gritti, dove la ragazza aveva tolto dal pacchetto la testa di negretto d’ebano con torso, appuntandola sulla spalla sinistra, in alto. Era lunga sette-otto centimetri, ed era proprio graziosa da vedersi, se piace quel tipo di cose. E se non piace si è stupidi, pensò il colonnello. (Traduzione di P.A. Pozzi)

Questo era l’incipit del capitolo 38, e impariamo la differenza tra lo chic veneziano e quello yankee. La contessa Renata appunta il Moretto in alto, a sinistra; Mary, come si vede dalla foto d’apertura, né in alto né alla punta della scollatura, ma in basso, e comunque a destra.

Il Moretto è un pezzo di Venezia, della sua tradizione, ed è curioso che sia uno scrittore americano a descriverlo tanto bene, come altrettanto bene ha descritto Venezia nei minimi particolari, spesso non riconoscibili nella traduzione italiana firmata da Fernanda Pivano. Un esempio: il magnifico lampione in ferro battuto, rame e vetri colorati sospeso allo spigolo di Ca’ Foscari, allo sbocco del Rio Novo/Rio de Ca’ Foscari nel Canal Grande, spacciato per un inesistente faro all’imboccatura del Canal Grande, all’altezza quindi della Punta della Dogana. Il lampione, o fanale, è noto ai Veneziani come faràl de Ca’ Foscari. Al capitolo 6:

Then they still went slowly until the great lantern that was on the right of the entrance to the Grand Canal where the engine commenced its metallic agony that produced a slight increase in speed.

Poi proseguirono lentamente fino al grande faro sulla destra dell’imboccatura del Canal Grande (…). (Traduzione di Fernanda Pivano)

Più verosimilmente:

Continuarono a procedere lentamente fino al grande lampione posto a destra dell’ingresso nel Canal Grande (…). (Traduzione di P.A. Pozzi)

Lampione di Ca' FoscariVenezia, il lampione di Ca’ Foscari (foto Alloggi Barbaria)

Un altro esempio, immediatamente prima:

Then there was the black iron fret-work bridge on the canal leading into the Rio Nuovo and they passed the two stakes chained together but not touching: like us the Colonel thought. He watched the tide pull at them and he saw how the chains had worn the wood since he first had seen them. That’s us, he thought. That’s our monument. And how many monuments are there to us in the canal of this town?

Poi vi fu il ponte nero di ferro traforato sul canale che dava sul Rio Nuovo e passarono i due pontili galleggianti tenuti insieme con le catene ma staccati l’uno dall’altro: come noi, pensò il colonnello. Li guardò incalzati dalla marea e osservò fino a che punto le catene avessero logorato il legno dalla prima volta che li aveva visti. Siamo noi, pensò. Questo è il nostro monumento. E quanti monumenti dedicati a noi ci sono nei canali di questa città? (Traduzione di Fernanda Pivano)

Più verosimilmente:

Poi c’era il nero ponte di ferro traforato sul canale che portava nel Rio Novo e poi passarono i due pali incatenati che però non si toccavano: come noi pensò il colonnello. Osservò il riflusso metterli in tensione, e notò come la catena aveva consumato il legno dalla prima volta che li aveva visti. Siamo noi, pensò. È il nostro monumento. E quanti monumenti dedicati a noi ci sono nei canali di questa città? (Traduzione di P.A. Pozzi)

Resa con due pali incatenati, infissi nel fondo del canale, l’immagine di due innamorati che non possono toccarsi è perfetta (ma dove li ha presi i due pontili galleggianti, la Pivano?). L’immagine è idealmente ripresa sulla copertina tedesca dello stesso romanzo, disegnata da Adriana Ivancich, di cui Renata è l’alter ego così come il colonnello è l’alter ego di Ernest: due gelsi che non possono toccarsi, tesi uno all’altro, ognuno con le proprie radici, sullo sfondo della Laguna e del campanile di Torcello.

bricole incatenate - Jane Simmonds (flickr)Pali incatenati (foto Jane Simmonds, Flickr)

Copertina edizione tedesca Across the RiverCopertina dell’edizione tedesca di Across the River

E ancora, al capitolo 9, descrivendo la chiesa di Santa Maria del Giglio, in prossimità del Gritti:

What a fine, compact and, yet, ready to be air-borne building, he thought. I never realized a small church could look like a P47. Must find out when it was built, and who built it. Damn, I wish I might walk around this town all my life. All my life, he thought. What a gag that is. A gag to gag on. A throttle to throttle you with. Come on, boy, he said to himself. No horse named Morbid ever won a race.

Che bell’edificio solido e insieme adatto a essere aviotrasportato, pensò. Non mi ero mai reso conto che una chiesetta potesse somigliare a un P-47. Bisogna che veda quando è stata costruita e da chi è stata costruita. Porca miseria, come vorrei girare per tutta la vita in questa città. Tutta la vita, pensò. Che battuta. Una battuta per tirare avanti. Una valvola per dare gas. Su, figliolo, disse fra sé. Nessun cavallo di nome Piagnone ha mai vinto una corsa. (Traduzione di Fernanda Pivano)

Più verosimilmente:

Che bella costruzione, massiccia eppure pronta per alzarsi in volo, pensò. Non mi ero mai reso conto che una piccola chiesa potesse somigliare a un P47 . Devo scoprire quando è stata costruita, e da chi. Maledizione, vorrei poter camminare per questa città tutta la vita. Per tutta la vita, pensò. Buona questa battuta. Da morire dal ridere. Da strozzarsi. Sveglia, ragazzo, disse tra sé. Nessun cavallo di nome Patema ha mai vinto una corsa. (Traduzione di P.A. Pozzi)

Il Republic P47 Thunderbolt era un caccia americano. La somiglianza tra la chiesa e l’aereo – con un minimo di fantasia – può essere evocata dalla forma tozza, dall’imponenza della facciata barocca con statue che sembrano scalare il cielo, da volute e linee sui fianchi che possono richiamare le ali, da un parafulmine sul tetto che ricorda l’antenna radio, e dal campanile a vela, che può far pensare alla coda. Così come si può vedere dall’angolo tra Campo S. Maria Zobenigo e Calle delle Ostreghe. Perché invece la chiesa (non è una chiesetta) appaia aviotrasportabile ce ne vuole parecchia in più, di fantasia, e la traduzione pivaniana dei giochi di parole è desolante. La battuta gioca sulla consapevolezza del colonnello di essere prossimo a morire.

Santa Maria del Giglio, il P47Venezia, Santa Maria del Giglio (foto P.A. Pozzi)

p47Republic P47 Thunderbolt (foto Norman Graf)

Across the River and Into the Trees andrebbe riscoperto, anche solo come guida turistica per la visita di Venezia. Una nuova versione italiana, fresca e pulita, consentirebbe alla distratta critica di lasciar cadere gli inesistenti e insistiti richiami a La Morte a Venezia di Thomas Mann e le fumose interpretazioni di un testo mal tradotto e peggio compreso; consentirebbe di rivivere una guerra orrenda narrata magistralmente, l’amore per l’antica e bellissima città lagunare e l’amore – inevitabilmente smarrito e in apparenza improbabile – per una bella ragazza veneziana, che assieme hanno travolto la vita dell’autore.

Adriana Ivancich. Senza di lei non avrei avuto argomenti per scrivere questo breve articolo, come Hemingway non avrebbe avuto juices per scrivere i suoi ultimi libri.

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Piccola bibliografia

Hemingway, Ernest, Across the River and Into the Trees, Arrow Books, Random House, London 1994.

Hemingway, Ernest, Di là dal fiume e tra gli alberi, Traduzione di Fernanda Pivano, Oscar Mondadori, Milano 1986.

Hemingway, Ernest, Über den Fluss und in die Wälder, Übertragung von Annemarie Horschitz-Horst, Schutzumschlag von Adriana Ivancich, Rowohlt Verlag, Hamburg 1953.

Il Valhalla Express su San Michele al Tagliamento e Latisana

b-17 bomb

Il Valhalla Express. Fortezze volanti B-17 in azione, senza vernice (foto 47th Bomb Wing)

11 novembre 1944 Latisana

Effetto dei bombardamenti del 1944 su San Michele al Tagliamento e Latisana (foto 47th Bomb Wing)

Il Valhalla Express su San Michele al Tagliamento e Latisana

 

‘… and over came the people of the wild, blue yonder.

‘They were still taking off from the fields where they lived on that green-grassed aircraft carrier that they called England, when we saw the first of them.

‘Shining, bright and beautiful, because they had scraped the invasion paint by then, or maybe they had not. My memory is not exact about this part.

‘Anyway, Daughter, you could see the line of them going back toward the east further than you could see. It was like a great train. They were high in the sky and never more beautiful. I told my S-2 that we should call them the Valhalla Express. Are you tired of it?’

‘No. I can see the Valhalla Express. We never saw it in such numbers. But we saw it. Many times.’

 ‘… ed ecco arrivare la gente dell’ignoto, azzurro spazio[1].

‘Ancora stavano decollando dai campi dove abitavano, su quella portaerei coperta d’erba verde chiamata Inghilterra, quando abbiamo visto il primo.

‘Risplendenti, lucidi e magnifici, perché all’epoca la vernice da invasione gliel’avevano raschiata via, o forse no. Su questo non ho un ricordo preciso.

‘A ogni modo, Daughter, si potevano vedere le loro formazioni estendersi indietro verso est a perdita d’occhio. Era come un gran treno. Erano alti nel cielo e magnifici oltre ogni dire. Io dissi al mio Esse2[2] che potevamo chiamarlo il Valhalla[3] Express. Ti annoia?’

‘No. Posso vederlo il Valhalla Express. Mai con così tanti vagoni, ma l’abbiamo visto. Molte volte.’ (Traduzione di P.A. Pozzi)

Siamo al capitolo 29 del romanzo Across the River and Into the Trees, di Hemingway, magistrale per la scrittura di guerra, e avete letto una parte del dialogo in una camera dell’Hotel Gritti di Venezia tra i protagonisti, il colonnello Cantwell e la contessa Renata. In questo brano è evidente più che altrove la principale personalità di Renata, quella cioè di Adriana Ivancich, che ha ben incise nella memoria le incursioni dei bombardieri alleati[4] sui ponti tra San Michele al Tagliamento e Latisana. San Michele fu distrutta completamente, Latisana al 75%. Anche la casa di Adriana, la villa Mocenigo Ivancich di San Michele, fu rasa al suolo. I ponti furono solo danneggiati.

A buon motivo Hemingway battezzò Valhalla Express il lunghissimo convoglio aereo che bombardò a tappeto le linee naziste in preparazione dell’invasione del territorio nazionale tedesco: fu la cruentissima occasione per spedire innumerevoli combattenti al palazzo di Odino… Il nome è tragicamente inadatto per la versione allestita contro gli obiettivi bellici in Italia, dato che le vittime furono quasi esclusivamente civili, vecchi, donne e bambini.

Di quei bombardamenti Adriana ci offre un ricordo diretto al capitolo 12 – Black Horse del suo libro di memorie La Torre Bianca:

(…) E ripensai a quella notte, a San Michele.

Svegliata da alte grida mi ero affacciata alla finestra ed ero rimasta a guardare incantata le grandi, silenziose luci che scendevano lente dal cielo a illuminare un paesaggio di fiaba. Poi un altro grido: ‘Scendi subito! Gli aerei… bombardano…’ ed ero corsa giù per le quattro rampe di scale, giusto in tempo per arrivare a pianterreno al sibilo e boato della prima bomba, piuttosto lontana.

Poi un altro sibilo e un altro boato, più vicini. Ed altri ancora, e le forti mura della casa tremarono e alcuni vetri tintinnarono e si infransero, si udì lo scricchiolare e lo spezzarsi dei rami delle vecchie querce.

Nella sala, costantemente illuminata dalle forti luci lanciate dagli aerei in picchiata per meglio individuare il ponte sul Tagliamento, c’erano solo donne. Unico maschio Jackie, che a quel tempo aveva dieci anni. Tutte pregavano. La Gigia snocciolava un rosario inginocchiata a terra e, forse ricordando la prima volta che, giovane contadina, era entrata in quella casa, rivolgeva a noi bambini sguardi amorevoli. Pina, la cuoca della zia, da sotto il grande tavolo guardava verso la sua padrona piagnucolando: ‘Contessa mia aiuto! Vergine Santa aiuto!’ Le sue litanie furono interrotte da un urlo di Linda, la guardarobiera: ‘No, no!’. Infilandosi il rosario al collo come fosse una collana: ‘Io non sto qui ad aspettare d’essere sepolta viva!’ aveva gridato ed era corsa fuori. Il suo corpo fu ritrovato sotto il grande castagno, colpito da uno spezzone.

Un altro episodio, dal capitolo 21 – Attesa, riguarda il fratello Gianfranco, appena dimesso dall’ospedale di Venezia dove gli avevano curato una ferita riportata nella guerra in Africa con Rommel:

Queste fughe notturne non passarono inosservate e appena possibile fu dimesso dall’ospedale. Accompagnò mio padre a San Michele proprio in uno dei giorni in cui ci fu un bombardamento a tappeto. Scapparono in bicicletta, giusto in tempo. A un certo momento Gianfranco saltò giù dalla bicicletta, si gettò in un fosso, pancia a terra, braccia incrociate sopra la nuca. Giusto in tempo. Mio padre lo riportò a Venezia, vivo, con 36 schegge nella schiena e 7 in testa.

Non è difficile trovare altre testimonianze, per esempio nel volume di Enrico Fantin Vicende belliche nel Latisanese, che riporta quel che scriveva nel suo diario il parroco di Latisana, mons. Riccardo Barbina:

14 maggio 1944

Alle ore 22.30, su Latisana, numerosi razzi con luce vivissima.

Cominciano i bombardamenti, intermittenti, fino alle 23.45.

Sono sorpreso in casa, solo con le domestiche, senza riparo. Si prega e si trema. Un morto per paralisi cardiaca. Diverse case distrutte. Qualche piccolo incendio. Il ponte ferroviario, mira dei bombardamenti, leggermente colpito. A S. Michele al Tagliamento, parecchi morti. È l’inizio, e l’allarme è vivissimo. L’indomani ci dovrebbe essere la prima rogazione. Ma quest’anno non si fanno sia per il panico generale, e sia perché qua e là ci sono delle bombe inesplose ed il percorso sarebbe pericoloso.

Tosto comincia lo sfollamento, da parte delle famiglie più agiate in previsione di guai maggiori.

 19 maggio 1944

Continua, ciononostante, la preparazione dei bimbi alla prima comunione; che è fissata per domenica prossima 21 maggio. Ma, purtroppo, non si potrà fare. Il 19 maggio, venerdì dopo l’Ascensione, sto preparando i ricordi per i bambini. Quando suona l’allarme. Passano pochi istanti che si sente il rombo cupo dei bombardieri pesanti.

I due cappellani scappano in bicicletta, e fanno appena in tempo a gettarsi in un fosso fuori dell’abitato, salvi per miracolo dalle bombe che cadono vicine. Le domestiche si rifugiano di corsa nel campanile. Io resto solo bloccato in casa. Sono in ginocchio nel sottoscala.

Alle 10.55 cominciano gli schianti infernali. Sussulta il terreno, s’infrangono i vetri, suona da sé il campanello, cadono calcinacci, si scardinano porte e finestre. Tre minuti soli: spaventosi, apocalittici. Poi esco, sconvolto, esco a vedere le rovine. Quale immane catastrofe.

Diversi epicentri del disastro.

Piazza Osof e adiacenze (…). I morti, nelle strade, massacrati, specie nelle vie Vittorio, Egregis Gaspari (…)

A tanto dolore possiamo oggi accostare qualcosa di curioso e divertente. A chi si è un poco interessato alla storia di Ernest e Adriana, non può sfuggire la coincidenza: le Quattro Strade (piazza Osof/piazzale Osoppo) e due dei rami di quel crocevia (via Vittorio Veneto e via Egregis Gaspari) sono tra gli epicentri del bombardamento del 19 maggio 1944, così come la villa Mocenigo Ivancich, i due punti focali della vicenda d’amore tra Ernest Hemingway e Adriana Ivancich, a Latisana e a San Michele al Tagliamento. Tenete ora presente quella via Egregis Gaspari. Al capitolo 45, l’ultimo, di Across the River and Into the Trees si legge:

They were on the old road that he knew so well (…)

Erano sulla vecchia strada che conosceva tanto bene (…)

Dal libro non risulta alcun motivo per cui il colonnello Cantwell dovesse conoscere quella strada. Ma Ernest la conosce molto bene. Si tratta della provinciale 7 che portò lui, che arrivava in Buick da Fraforeano di Ronchis, a incontrare Adriana alle Quattro Strade, e gli cambiò la vita. Proprio la via Egregis Gaspari di Latisana. Nel romanzo ora il colonnello la percorre al contrario, sempre su una Buick, per morire al quarto colpo d’infarto accanto al ritratto di Renata/Adriana. Poi l’autista Jackson, con a bordo il suo colonnello morto, invertirà la marcia, facing south toward the road juncture that would put him on the highway that led to Trieste (fronte a sud verso il crocevia che l’avrebbe messo sulla statale che portava a Trieste). Verso le Quattro Strade, ancora e sempre.

* * *

Piccola bibliografia

Fantin, Enrico, Vicende belliche nel Latisanese. Dai saccheggi napoleonici alla seconda guerra mondiale, Ed. La Bassa, Latisana 1994.

Hemingway, Ernest, Across the River and Into the Trees, Arrow Books, Random House, London 1994.

Ivancich, Adriana, La torre bianca, Mondadori, Milano 1980.

[1] Wild blue yonder, titolo dell’inno dell’aviazione militare americana (USAF), di cui questi sono i primi due versi: Off we go into the wild blue yonder, Climbing high, into the sun, …

[2] Ufficiale addetto alle informazioni.

[3] Nella mitologia nordica, il palazzo dove Odino accoglieva le anime degli eroi uccisi in battaglia.

[4] 61 incursioni, secondo le versioni più diffuse.