Zio Cecco

grigliato

Zio Cecco

C’era una volta una cascina nella Bassa Bergamasca. Una cascina grande, di quelle costruite intorno a una enorme aia quadrata, con la bella casa padronale affacciata sul viale alberato che partiva dalla strada provinciale, dove erano rimasti due antichi pilastri semidiroccati. Su uno di questi c’era ancora un mozzicone di leone di San Marco, l’altro mostrava i grossi cardini rugginosi di quello che era una volta il cancello d’ingresso alla proprietà. Da una parte la casa era collegata alle scuderie e poi, dopo l’angolo, alle stalle, sormontate dal fienile. Il fienile era scandito da una teoria di pilastri di mattoni a vista che sorreggevano le travi del tetto irregolarmente ondulato e, verso l’esterno, era chiuso da leggere pareti di mattoni, disposti in modo da formare un ricamo di finestrelle a forma di croce, per lasciar passare liberamente l’aria, e non far marcire il fieno. Dall’altra parte, alla casa era addossata una costruzione più modesta, l’abitazione del fattore, e poi, sul lato opposto a quello delle stalle, si trovava un’ala di fabbricato costruito allo stesso modo, con il fienile sopra e le abitazioni dei braccianti sotto. Le abitazioni si distinguevano dalle stalle per le finestre un poco più grandi, rettangolari, munite di gelosie, con i davanzali a un metro da terra. Ogni due finestre le porte di ingresso, una per ogni famiglia, non tutte dello stesso colore. Il quarto lato, aperto, dava sulla campagna, con lo sfondo delle montagne. Lì, sotto una tettoia sconnessa, erano allineati i carri e gli attrezzi più grandi, come gli aratri, gli erpici e i rulli di pietra.

Oltre alla famiglia del padrone e a quella del fattore, la cascina era abitata da quattro famiglie di braccianti. Una di queste, la più numerosa, era quella di Cecco, il protagonista della nostra storia. Cecco aveva un fratello e una sorella più grandi, e poi altri tre fratelli e un’altra sorella. Dal più grande al più piccolo dei fratelli correvano nove anni, e tutti, tranne Cecco, erano nati tra Settembre e Ottobre. Sì, perché il padre, Ambrogio, subito dopo il matrimonio era andato a fare il muratore in Francia, per guadagnare di più, e tornava a casa soltanto per le feste di Natale…

Tutti e sette dormivano in una sola stanza, su tre letti. Cecco era di corporatura più esile dei fratelli, e anche di carattere pacifico, remissivo. Era da sempre il bersaglio degli scherzi dei fratelli e dei dispetti delle sorelle. Col passare del tempo, però, diventava sempre più difficile per lui sopportare sempre tutto. Così, quando non ne poteva più di ricevere cuscinate o di essere svegliato col solletico sotto i piedi dalla sorellina più piccola aizzata dagli altri, prendeva una coperta e saliva a dormire nel fienile, attraverso la botola che c’era proprio nella loro stanza. I fratelli stavano più comodi nel letto, e non lo tormentavano più.

A Cecco piaceva la solitudine, piaceva il profumo del fieno, piaceva la tranquilla luminosità delle stelle, se c’era bel tempo. E se invece pioveva, amava addormentarsi ascoltando i mille rumori dell’acqua che scorreva dal tetto, e lo scroscio della grondaia sul lastricato dell’aia. Gli piaceva anche il risveglio nella fresca brezza dell’alba, con la luce che schiariva il profilo delle vicine colline, rivelando le nere stanghe dei carri levate al cielo. Nessuno gli chiedeva conto di questa sua stranezza, che ormai era diventata un’abitudine, anche dopo l’età degli scherzi.

Aveva quindici anni, Cecco, e da tre aveva smesso di andare a scuola – per i contadini era un lusso – quando cominciò a pensare alla Adelina, la figlia del fattore. La vedeva qualche volta, quando tornava dai campi, la sera, mentre seduta su una seggiola accanto a una vecchia zia, imparava a ricamare, oppure mentre faceva giocare i nipoti del padrone, sempre sorridente, quieta. Cecco non sapeva niente dell’amore, sapeva solo che per l’Adelina sarebbe stato pronto a qualsiasi sacrificio, a qualsiasi sofferenza. Sapeva anche che la ragazza apparteneva a una sfera diversa, distante. Fin da piccolo era stato abituato a rispettare i “signori”, a non rivolgere mai loro la parola per primo, a rispondere sempre educatamente, e con il cappello in mano. Come avrebbe potuto “parlare” all’Adelina? Si accontentava di guardarla, quando era sicuro di non sembrare importuno, pronto a distogliere gli occhi prima che potessero incrociarsi con i suoi.

Qualche volta era comunque successo che si scambiassero uno sguardo, e gli era anche parso che Adelina sorridesse, brevemente, ma Cecco aveva sempre pensato che fosse un segno della sua gentilezza, quel sorriso. Venne l’età in cui tutti i giovanotti cercano di farsi avanti con le ragazze, la domenica in paese, prima e dopo la messa, ma Cecco restava in disparte. Gli sembrava che avrebbe mancato di rispetto all’Adelina, se avesse cercato di attaccare bottone con qualche ragazza. Le ragazze d’altra parte non sembravano molto interessate a lui, così selvatico, taciturno, mingherlino. Così Cecco preferiva stare con i bambini, per farli giocare, come aveva visto fare all’Adelina, attirandosi anche la derisione dei coetanei. Il tempo passava, ma Cecco non trovò mai il coraggio di avvicinare Adelina, di parlarle.

Era giunto quasi il momento del servizio militare, quando scoppiò la guerra. Cecco doveva partire, quella domenica, e non sapeva quando sarebbe tornato. Anche Adelina non lo sapeva. Cecco si presentò a casa del fattore, per salutare. Stava per girare sui tacchi per andarsene, quando Adelina si fece avanti, gli mise le mani sulle spalle, e lo baciò sulle guance, guardandolo negli occhi per un breve attimo, dopo averlo baciato. Cecco partì per la guerra portando nel cuore quello sguardo, che non l’avrebbe mai abbandonato.

La guerra portò Cecco in giro per il mondo, tra gelo, paura e fame. La voglia di vivere non abbandonò mai il soldatino, anche se il contatto con la famiglia, con il suo paese, era sempre più incerto. Due volte ricevette una cartolina da Adelina, la seconda con la veduta della chiesa del paese: una promessa, una risposta a una domanda mai posta? Cecco tenne duro, fece il suo dovere onorevolmente, sopportò anche la prigionia, e dopo cinque anni tornò a casa.

Adelina non c’era più, alla cascina. Interrogò sua madre, Cecco. La famiglia di Adelina avrebbe voluto che sposasse un uomo benestante, un commerciante di granaglie, di molti anni più vecchio, ma Adelina aveva rifiutato. Poco dopo si era ritirata in convento, a Bergamo, e tutti avevano lodato la sua scelta, la sua vocazione, che portava altra considerazione, ancora maggior rispetto alla sua famiglia. Cecco si rassegnò dolorosamente alla decisione di Adelina, interpretandola come una prova d’amore, come il desiderio di non far soffrire nessuno. A sua volta, ancora, pensò che rivolgere l’attenzione su altre ragazze sarebbe stato il tradimento di una silenziosa promessa, e così chiuse nel profondo del cuore i due baci, lo sguardo d’addio, le due cartoline, un sogno d’amore durato dieci anni.

Si dedicò sempre al lavoro, Cecco, e ai molti nipoti che i fratelli e le sorelle avevano la gioia di mettere al mondo, amandoli come se fossero figli suoi e di Adelina, con tanta pazienza e bontà che, per il resto della sua vita, diventò lo “Zio Cecco” di tutto il paese. Adelina era già la “Zia Suora” dei nipoti del fattore. Chi di voi non ha uno zio Cecco o una zia suora nella storia della sua famiglia?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *