Mihail

sciabola

Mihail

C’era una volta un villaggio nella regione del Don, quella parte di Russia abitata da un popolo fiero e coraggioso, i cosacchi del Don, appunto. Il nome del villaggio era Krajevo, non lontano dal capoluogo del circondario, la staniza Vescenskaja.

I giovani cosacchi facevano il servizio militare a cavallo, o meglio, tutti i giovani cosacchi ambivano fare il servizio militare a cavallo, ma, secondo l’antica tradizione, il cavallo e il corredo – sella, sciabola, coperta, perfino la divisa – tutto doveva essere acquistato dalla recluta, e portato all’esame dell’ufficiale della staniza, per l’accettazione. Se il cavallo e il corredo non erano ritenuti all’altezza del prestigio del reggimento della Vescenskaja, la recluta era rifiutata, e doveva fare il servizio militare in fanteria, un vero disonore, per un  cosacco del Don. Sì, perché c’erano cosacchi e cosacchi. C’erano anche quelli dell’Ural, quelli del Kuban, ma i cosacchi del Don si ritenevano i soli eredi dell’antica e gloriosa tradizione guerresca. Un giovane che non sapesse cavalcare da maestro, che non sapesse tagliare alla base un pioppo di due anni con un solo colpo obliquo di sciabola, o, addirittura, che non avesse fatto il servizio in cavalleria, rischiava di restare scapolo, tanta era la considerazione che le ragazze avevano per le virtù militaresche dei pretendenti.

Mihail era un giovane cosacco, alto, di pelle olivastra e occhi neri, bello tanto da essere il più conteso ai balli paesani. Ma Mihail era povero in canna. Il padre, Evgenij, era stato storpiato da una cannonata durante la guerra coi Turchi. Era già un miracolo che fosse riuscito a salvare la famiglia dalla miseria, accudendo i cavalli del possidente Kalojarskij, ma il benessere non abitava a casa di Mihail. La povertà non impediva a sua madre, Natalia, di aiutare chi era ancora più povero di loro. Ogni domenica mattina, mentre la vecchia Evdossia era alla funzione del pope, Natalia mandava il figlio a deporre poche patate o un cavolo sulla soglia della misera casupola di Evdossia, appena fuori del villaggio, sul sentiero che portava al grande fiume. In inverno aggiungeva anche qualche pezzo di legna da ardere. Evdossia sapeva da chi arrivava l’elemosina, ma non ringraziava mai, per rispettare il desiderio dei benefattori di non umiliarla.

Il servizio militare si avvicinava, ma il corredo di Mihail non era pronto. La sciabola del padre era ancora in buono stato, anche la sella e la coperta erano state preparate. Mancava la divisa con le liste rosse sui pantaloni e, soprattutto, il cavallo. Il possidente Kalojarskij stimava il suo stalliere storpio, ed era anch’egli un cosacco, anzi era un comandante di squadrone, quindi capiva benissimo il problema. Concesse allora a Evgenij di prendere dalla sua mandria un puledro sauro, con le zampe bianche, bello e docile, ma con qualche piccolo difetto al posteriore, e di crescerlo e addestrarlo alla guerra per Mihail.

Evgenij sapeva il fatto suo. Non riuscì a eliminare i difetti, ma il continuo allenamento e la buona alimentazione irrobustirono a dovere il cavallo, che finalmente fu consegnato all’impaziente Mihail. Potete immaginare con quanto orgoglio il giovane cosacco prese a scorrazzare per il villaggio, pavoneggiandosi con le ragazze, specialmente con Irina, la bella figlia del mercante Korjubin, che sembrava indifferente a tutte le profferte, a tutti i gesti di ammirazione ai quali era continuamente sottoposta.

Irina era anch’essa alta e slanciata, nera di capelli, pallida. Diversamente dalle coetanee, aveva studiato in città, era quindi istruita, e sapeva anche suonare il pianoforte. Korjubin aveva grandi progetti per lei. Pensava di maritarla al figlio di Kalojarskij, o a qualche nobile del circondario, e sorvegliava strettamente la bella figlia, anche se, finora, sembrava non ci fosse da preoccuparsi: Irina ignorava sistematicamente le attenzioni dei maschi. Mihail però aveva fatto breccia nel suo cuore, quando ancora era appiedato, e ora… ora Irina doveva lottare con se stessa per non tradirsi, seguendo con lo sguardo il bel Mihail che passava a galoppo leggero davanti al negozio paterno.

Venne la festa del fieno. Tutti gli anni, alla fine di maggio, terminata la raccolta del primo fieno, il villaggio si concedeva la prima vera festa dell’anno, con balli, divertimenti e gare di abilità. Mihail partecipò, per la prima volta, alla gara di sciabola da cavallo, la più importante. I cavalieri dovevano passare al galoppo tra una doppia fila di pali di pioppo da tre pollici. Menando fendenti a destra e a sinistra dovevano cercare di tagliare tutti i pali con la sciabola. L’impresa era riuscita soltanto a un capitano del reggimento Atamanskij, quello dei Cosacchi dello Zar, circa trent’anni prima, ed era ricordata come un evento memorabile.

Il premio era una divisa completa da cavaliere cosacco, tradizionalmente offerta dal mercante Korjubin. Mihail vedeva la vittoria come la sua unica possibilità di essere ammesso nel reggimento della Vescenskaja e, soprattutto, come l’occasione di presentarsi decorosamente a Irina. Si preparò a lungo. Il padre lo aiutò a colare piombo nel cavo della lama, per appesantire la sciabola e renderla terribilmente efficace. L’arma fu affilata accuratamente, il cavallo nutrito meglio che se fosse quello dello Zar in persona.

Mihail scelse di essere l’ultimo cavaliere, evitando di partecipare all’estrazione a sorte per l’assegnazione del turno. Entrò al passo nel campo di gara, serio, ignorando i lazzi e i fischi dei rivali. Si fermò brevemente davanti a Irina, salutandola con la sciabola davanti al viso, e provocando l’irritazione di suo padre, poi passò a un galoppo leggero, allontanandosi dalla corsia dei pali. Girò il cavallo con uno strappo delle redini e lo lanciò subito a un galoppo sfrenato, urlando terribilmente! La sciabola mulinava, scintillando al sole del tramonto, e i pali tremavano appena, prima di cadere diritti a infilzarsi nel terreno soffice, tagliati obliquamente, in modo netto. Mihail arrestò la sua corsa davanti a Irina, e nuovamente la salutò, dedicandole la splendida vittoria. Poi tornò a casa, al passo, seguito dal padre zoppicante, allegrissimo, con la bella divisa nuova sotto il braccio.

I rivali masticarono amaro, quel giorno. E anche il padre di Irina. Vedeva con preoccupazione crescere l’interesse della figlia per uno spiantato. Decise di provvedere a modo suo.

All’alba del giorno successivo, Evgenij si alzò per accudire le sue bestie, prima di andare alle scuderie padronali… Il povero sauro di Mihail giaceva morto a terra, avvelenato. Evgenij chiamò il figlio, che non disse parola. Era la fine di un sogno. Mihail si ritirò sul poggio erboso sopra il Don, disperato. Sedette per ore con la testa tra le mani, finché sentì una presenza accanto a sé. Si volse e riconobbe la vecchia Evdossia, che conduceva un misero asinello alla cavezza. Scosse il capo, sconsolato, e tornò a fissare il grande fiume, là sotto. Si sentì toccare brevemente sulla gamba, e quasi non voleva guardare ancora Evdossia, ma un forte battere di zoccoli sul terreno lo convinse. Come faceva un asinello a far tanto rumore?

Evdossia non era più Evdossia, era la luminosa, bellissima fata Aglaia, che reggeva le redini di uno splendido, irrequieto stallone nero, con una stella bianca in fronte, e gli occhi sbarrati sul nuovo padrone, col quale sarebbe stato ammesso nel glorioso reggimento Atamanskij dei Cosacchi dello Zar.

Poi, dopo l’onorato servizio, sarebbero tornati a Krajevo, e Mihail avrebbe preso Irina in sella per portarla alla casa paterna, dove avrebbero vissuto a lungo assieme, felici e contenti.

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