Meg degli aquiloni

Postino irlandese

Meg degli aquiloni

C’era una volta un villaggio di pescatori, Falruth. Un villaggio minuscolo, sul bordo di una scogliera nella contea di Donegal, in Irlanda, esposto ai venti e alle furiose, frequenti tempeste del Nord Atlantico. L’estate è breve, nel nord dell’Irlanda, l’ambiente severo, la vita dura, la gente chiusa e riflessiva.

Meg viveva nell’ultima casetta del villaggio, dalla parte opposta all’oceano, verso la brughiera. Era l’unica sorella rimasta nella casa dei genitori, che erano morti entrambi l’anno precedente. Accudiva i fratelli pescatori, i quali, induriti dal lavoro e dalle difficoltà della vita, non le dedicavano molte attenzioni. Meg aveva un ricordo bellissimo dei genitori, e non riusciva a trovare, nel semplice mondo che la circondava, niente che corrispondesse alla loro dolcissima memoria, tanto da chiudersi in se stessa, e disperare del futuro.

Il papà, Gabriel, aveva lasciato molti libri, libri che gli avevano consentito, quando era in vita, di evadere da Falruth e viaggiare con la fantasia, nutrendo il suo spirito e anche quello dei figli, ai quali raccontava le meraviglie del creato e le avventure di uomini coraggiosi. In particolar modo Meg aveva sempre accompagnato papà Gabriel nei suoi viaggi fantastici, a cavallo attraverso le foreste del Canada, oppure sfuggendo in treno all’inseguimento dei feroci Nasi Forati, oppure su una goletta, da un’isola della Polinesia all’altra, commerciando in stoffe colorate e perle nere. La goletta, la grande barca a vela, era la comune passione nascosta di Meg e papà. La barca dei loro sogni aveva lo stesso nome della mamma, Aislinn , che non partecipava alle loro fughe dalla realtà, ma che benevolmente li lasciava fuggire, orgogliosa del suo Gabriel, una benedizione del cielo come la dignitosa povertà che condividevano.

Meg intristiva lavando, stirando e rammendando i pesanti indumenti da marinaio dei fratelli. Parlava con poche persone, i vicini, il prete, il vecchio postino che arrivava in bicicletta dal porto, lontano qualche miglio, e non aveva più il fiato sufficiente per fare in sella la breve salita che portava a Falruth. Ma la posta era poca, non c’era nessuna fretta, così Ryan, il postino, arrivava spingendo a mano la bicicletta con la borsa della posta, e risaliva in sella quando aveva terminato il giro, e la borsa era vuota. La casa di Meg era la prima, sulla strada dal porto. Ryan era sempre contento, quando giungeva da Meg, perché era finita la parte più faticosa del suo giro. Si fermava sempre, anche se non aveva niente da consegnare. Ryan voleva bene a Meg, e aveva un buon ricordo di Aislinn e soprattutto di Gabriel: quanti libri gli aveva recapitato, quante fantasie si erano scambiati, quanto buonumore si erano regalati!

Un giorno, fermandosi da Meg, e bevendo il bicchier d’acqua che la ragazza non mancava mai di offrirgli, si accorse di dover fare qualcosa per la tristezza della figlia del vecchio amico Gab, glielo doveva! “Meg,” disse Ryan, “il tempo passa, ma non deve passare invano. Devi fare qualcosa, pensando ai tuoi vecchi, che ti renda serena, come io ricordo loro. Senti, ti affido un compito. Invecchiando si ritorna bambini, e come un bambino mi voglio divertire. Ti do quindici giorni di tempo per farmi ridere. Ci riuscirai, o non sei la figlia di Gabriel, perdio!”, e se ne andò.

Meg restò interdetta sul cancello dell’orto, con in mano il bicchiere vuoto. Ma già la tristezza era scomparsa dal suo viso. I fratelli la videro pensierosa, ma non triste, quella sera, e tutti i giorni seguenti la trovarono indaffarata, rientrando a casa, ma la stanchezza prevaleva sulla curiosità, e un buon sonno era tutto quanto desideravano.

Arrivò il famoso quindicesimo giorno. Un giorno di vento fresco e teso, con le nuvole che passavano basse, arrivando veloci dall’oceano. Ryan arrancava sbuffando per la salita, la sua borsa era stracolma, quel giorno. L’ombra delle nubi cedeva frequentemente alla luce del sole, per poi tornare subito a oscurare la strada che il postino misurava metro per metro, procedendo a testa bassa. Tornò il sole, questa volta animato da ombre strane, piccole, danzanti. Ryan pensò di avere qualche problema di circolazione, gliel’aveva detto il dottor O’Reilly di andarci piano con la birra… si fermò per tergersi il sudore, e sollevò lo sguardo. La meraviglia lo bloccò col fazzoletto sulla fronte: due grandi aquiloni oscillavano fremendo nel vento, con le code di anelli di carta svolazzanti che producevano quelle strane ombre che l’avevano preoccupato. Ricordò che Gabriel gliene aveva costruito uno per suo figlio Peter, tanti anni prima. Si riscosse e si affrettò verso la casa di Meg, dove erano legati gli aquiloni. Qui trovò radunati i venti bambini del villaggio, allegrissimi ed eccitati, con un bel cartello “Welcome Ryan!”

Meg, in quindici giorni, aveva insegnato a costruire aquiloni ai bambini, come papà Gabriel aveva insegnato a lei e, d’accordo col maestro di scuola, aveva organizzato un concorso per il miglior aquilone, proprio per quel giorno. Ryan doveva essere il giudice, e i premi li aveva nella borsa, libri che Meg aveva ordinato per corrispondenza, con i soldi raccolti casa per casa.

Appena Ryan si fu riposato a sufficienza, gli aquiloni furono lanciati, belli, brutti, dritti, storti. Qualcuno non volò, qualche altro si perse nel vento, ma Ryan non riuscì a non ridere, e Meg con lui, finalmente! Si era riappropriata della serenità dei genitori, affidando la sua tristezza, le sue speranze, i suoi sogni al magnifico volo degli aquiloni, tesi al cielo, ma ancorati a quella terra che tutti ci ospita, benevolmente.

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