Marsiglia…

carbonaiaMarsiglia…

C’era una volta un carbonaio. Il suo nome era Olimpio e abitava a Borgo Pace, un paesino alla confluenza dei torrenti Meta e Auro, nelle Marche. I torrenti si uniscono proprio sotto il ponte di Borgo Pace, e formano il fiume Metauro, che corre verso il mare Adriatico attraversando Mercatello e Urbania, passando sotto i colli sui quali è adagiata Urbino, e poi per Fossombrone giunge pigramente a Fano.

Olimpio preparava le carbonaie su per i monti verso l’Alpe della Luna, formando cumuli ovali di rami di grossezza uniforme, che ricopriva di terra e poi faceva carbonizzare con una combustione lenta e incompleta. Il fumo e i vapori sfuggivano da fori praticati nello strato di terra battuta, fino a quando Olimpio decideva di spegnere il fuoco nascosto ed estrarre il frutto del suo lavoro, il carbone vegetale che vendeva ai carrettieri dell’antica Via Flaminia. Era un lavoro che richiedeva fatica e pazienza… e che lasciava spazio ai pensieri e ai sogni.

Sulla Via Flaminia passavano carri, carrozze, cavalieri, pellegrini a piedi, e tutti sostavano a Borgo Pace, prima di valicare l’Appennino verso Roma o prima di scendere al mare. Così era facile trovare chi, davanti a un bicchiere di bianchello, prendesse a narrare le sue avventure, le sue speranze, le sue disgrazie anche. Olimpio ascoltava tutti i viaggiatori, da loro imparava come uno scolaro dal maestro, e liberava la sua immaginazione alla scoperta del mondo mai visto. Era soprattutto affascinato dai racconti di mare, di navi, di tempeste. Dentro di sé covava il desiderio di partire, andar per mare, vedere Marsiglia…

…Marsiglia, quel nome evocava un brulicare di gente di tutte le razze, magazzini colmi di merci preziose, odori misteriosi, grandi navi in attesa di avere i pennoni oscillanti coperti di vele e poi salpare verso l’orizzonte, verso l’Africa, le Americhe…

Un bel giorno Olimpio si decise, preparò un gran carico di carbone, sufficiente per un carro a quattro ruote, e, trovato l’acquirente, accompagnò il suo carbone fino al mare, a Fano. Non si aspettava che fosse così, il mare: fu il carrettiere a dirglielo: “Guarda il mare!”. A lui sembrava che fosse semplicemente una foschia, un gioco di luce all’orizzonte, quella linea biancastra, poi, guardando meglio, scoprì vele, e alberi di piccole navi… che delusione!

Ma Olimpio non era tipo da arrendersi subito. Scese al porto, dove tutto era una novità per lui, aggirandosi tra pescatori e mercanti, respirando quell’odore estraneo e forte. Provò anche a chiedere se c’era qualche nave in partenza per Marsiglia, suscitando l’ilarità più schietta. Gli spiegarono che lì c’erano solo barche, gozzi, tartane. L’imbarcazione più grande era la goletta di capitan Ioannidis, che faceva la spola tra i porti dell’Adriatico e quelli greci dell’Egeo, trasportando merce leggera e di valore, stoffe, spezie, uva sultanina, oggetti di artigianato, e anche qualche passeggero danaroso. Gliela indicarono, là in fondo al molo, vicino all’ingresso del porto. Olimpio si appressò al piccolo bastimento, e rimase a guardare col naso all’aria, studiando gli alberi e le grandi vele arrotolate, e la quantità di corde e carrucole. Sentì poi una voce che lo apostrofava:

“Cerchi un imbarco?”

Era proprio quello che cercava, Olimpio, ma s’impappinò: “Veramente…”

“Che sai fare?” tuonò capitan Ioannidis.

“Niente, sono un carbonaio…”

“Sai cucinare?”

“Beh, sì, un poco…”

“Mi serve un cuoco fino a Corinto”

“È lontano da Marsiglia?”

Capitan Ioannidis rispose diplomaticamente, sogghignando: “ È più vicino di Fano…”

Fu così che Olimpio partì per mare. Se la cavò con onore, come cuoco. Era abituato a prepararsi i pasti da solo, con gli stessi ingredienti che trovò a bordo: lardo, uova, patate, e l’uso del carbone di legna gli era familiare. Ma il mare si rivelò un elemento estraneo alle sue abitudini. Il lento oscillare delle pareti della cambusa gli provocava un senso di nausea, una continua inquietudine, che si attenuava soltanto quando poteva riposare un poco in coperta, osservando la costa mutevole, il volo dei gabbiani, le evoluzioni dei delfini. Non faceva per lui quella vita imprigionata: gli mancava lo spazio, la libertà dei boschi, quell’erba rassicurante sotto i piedi, la terra confortevolmente ferma. Avrebbe desiderato sbarcare al primo approdo, ma non voleva tradire la parola data. Strinse i denti fino al golfo di Corinto, dove il mare piatto mitigò la sua nausea, e il profilo dei monti tutt’intorno gli infuse una serena tranquillità. In vista di Corinto notò, a sinistra, una montagna isolata, che gli ricordò la sua Alpe della Luna, coperta com’era di boschi verdissimi. Capitan Ioannidis gli spiegò che quello era l’Elicona, abitato dalle Muse e dagli Dei.

La mitologia era un argomento nuovo per Olimpio, nonostante il suo nome da abitante dell’antica Grecia. Ma lui dell’antica Grecia non aveva mai sentito parlare. A lui, semplicemente, piacevano le montagne. Chissà se a Marsiglia c’erano montagne…

Sbarcò a Corinto, posando i piedi sulla terra con gran sollievo. Non riuscì a capire nulla di quello che la gente gli diceva. Girò gli occhi attorno, a disagio. Tutto gli era estraneo, tutto, tranne quella gran montagna che ancora si vedeva all’orizzonte, verso settentrione. Non esitò, Olimpio, si incamminò verso l’Elicona, col passo di chi sa dove andare. Al diavolo Marsiglia.

Camminò tutto il giorno, attorno al golfo di Corinto, e poi tutta la notte, una notte incantata, con una falce di luna che illuminava la strada in vista del mare, senza togliere luce alle stelle, nitide nel cielo terso. L’aria fresca era profumata dal mare, ma conteneva già qualche sentore di bosco, di muschio, che rinforzava man mano si avvicinava alla “sua” montagna. L’alba schiariva il cielo alle sue spalle e una brezza leggera si levava dalla rosata distesa d’acqua alla sua sinistra, quando giunse a un sentiero che si indovinava dirigersi verso le pendici del monte. Sedette per riposarsi un poco. Al di là del braccio di mare si distinguevano le colline del Peloponneso. Olimpio si sentiva a suo agio, in quell’angolo di mondo così lontano da Borgo Pace.

Il canto di un gallo lo riscosse, facendogli notare una piccola casa di contadini sul sentiero che aveva già intenzione di percorrere. Portò i suoi passi verso la casa, sperando di trovare di che rifocillarsi. Un uomo dai capelli bianchi, robusto, già aveva notato quello strano viaggiatore, sicuramente straniero, e lo attendeva sul varco della siepe di bosso che circondava la casa. Nessuno dei due uomini aveva timore dell’altro. Olimpio salutò per primo, ricevendo un sorriso e un cenno del capo: sembrava inevitabile che la gente ridesse alle sue parole. Mostrò le monete ricevute da capitan Ioannidis, e portò la mano alla bocca, senza altro risultato che far ridere sonoramente il buon contadino, che l’invitò a entrare con un gesto esplicito e cordiale.

Dimitrios, questo era il nome del contadino, chiamò la moglie Elena, e assieme a lei portò in tavola pane, formaggio fresco di capra, acqua e un vino bianco che si rivelò più forte del bianchello di casa. Olimpio cercò di spiegare le sue intenzioni, Dimitrios ed Elena cercarono di capirle, ma nessuno di loro fu certo di avere ben spiegato o ben capito. Il denaro di Olimpio fu rifiutato, così il carbonaio si congedò promettendo di ricambiare le cortesie. Stava per uscire, quando si accorse di avere qualcosa tra i piedi, gattini che si rincorrevano e che stava per calpestare… Trattenne i passi appoggiandosi alla parete, e assistette alla incursione di una ragazza che recuperò velocemente i gattini e uscì da dove era entrata, lanciandogli una breve occhiata curiosa.

“Era mia figlia Altea, non sta mai ferma. A presto, Olimpio!”

Olimpio salì sull’Elicona, esplorando boschi e sentieri. Trovò una piccola grotta, asciutta e ben esposta verso il mare, e trovò il legname adatto per ricavarne carbone. L’abitudine al lavoro non l’aveva abbandonato. In breve preparò una quantità sufficiente di carbone da poter pensare al commercio. Ne riempì una gerla e si diresse a casa di Dimitrios.

In vista della casa, Olimpio si fermò, per asciugarsi il sudore e riordinarsi un poco. Guardando nel giardino notò una ragazza alta e sottile, nella quale riconobbe Altea. Stava stendendo la biancheria appena lavata, e attorno a lei si rincorrevano i micetti che aveva quasi calpestato la volta precedente. Restò a contemplare la scena, vergognandosi un poco di farlo di nascosto… A un certo punto Altea mandò un grido di spavento, uno dei micetti era finito in una pozza d’acqua. In un attimo prese la bestiola fradicia tra le sue mani, e con un panno lo strofinò delicatamente, fino a rendere il pelo soffice e asciutto. Depose a terra il micio, invitandolo a raggiungere gli altri, ma questo non ne voleva sapere, continuava a starle appresso, cercando di strusciarsi sulle sue caviglie. Chissà perché, Olimpio lo invidiò.

Caricò la gerla sulle spalle e si presentò a Dimitrios, facendogli omaggio di quel combustibile inconsueto, per la Grecia. Quel giorno fu Olimpio a cucinare, per dimostrare la praticità del carbone di legna. Preparò rapidamente delle braciole di maiale e della verdura alla griglia, con grande ammirazione da parte di Elena e gran complimenti da Dimitrios. Altea gradì la novità, ma non ne fu tanto impressionata quanto i genitori. Quel giorno era un po’ disturbata, come ogni tanto accade alle donne, e si appartò subito dopo il pranzo, sedendosi in un angolo del giardino, con le braccia incrociate sotto il seno, aspettando di sentirsi meglio.

Dimitrios si strinse nelle spalle, guardando l’ospite, come chi non sa che farci, e andò ad accomodarsi sul sedile di pietra davanti alla casa, per digerire meglio le prelibatezze cucinate da Olimpio. Elena portò le stoviglie in cucina e ci rimase per rigovernare. Il carbonaio ricordò una canzone che sentiva tutte le notti dal timoniere della goletta di capitan Ioannidis, il quale la cantava per non addormentarsi; una canzone dolce, per lui senza significato, ma che aveva il potere di rasserenarlo, consegnandolo al sonno più tranquillo. Raggiunse Altea, sedendole accanto, e intonò la canzone, a mezza voce. Quando Altea si decise a muovere la testa verso di lui, Olimpio scoprì un dolce sorriso sulle sue labbra. Finì la canzone, e la ragazza lo ringraziò sfiorandogli una mano.

Olimpio si congedò, ma tornò sempre più spesso, portando il suo carbone alla strada costiera, con un asino, e poi con due, finché gli affari prosperarono tanto da consentirgli di chiedere Altea in sposa. Quello stesso giorno si sedette sul sedile di pietra davanti alla casa di Dimitrios, da dove si godeva una splendida vista del Golfo di Corinto, e ringraziò il Signore per aver desiderato di partire per Marsiglia. Altea e Olimpio vissero a lungo, felici e contenti.

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