Il Gazza

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Il Gazza

C’era una volta una piccola valle, sperduta nelle Alpi Orobie. Da circa trent’anni le miniere di ferro, che davano lavoro ai valligiani, erano state chiuse. La valle si era spopolata, e tutto era tornato allo stato selvaggio. A poco a poco, erano tornati gli animali che l’uomo aveva fatto scomparire: volpi, ghiri, vipere, e falchi, poiane, perfino qualche orso in cerca di avventure. Ma, soprattutto, erano ricomparse anche tre comunità di folletti: i Folletti di Sotto, che amavano il bosco di latifoglie, i Folletti di Sopra, che popolavano il bosco di conifere, e i terribili Folletti di Montagna, che vivevano nel territorio degli alti pascoli, delle rocce e dei nevai, rubando la casa alle marmotte e il cibo ai folletti dei boschi.

I rapporti tra i Folletti di Sopra e di Sotto, a parte il campanilismo per il quale si chiamavano a vicenda Büseccù (quelli di Sotto) e Scarligù (quelli di Sopra), erano civili, regolati da buone leggi e organizzati per l’uso in comune di tutti i servizi necessari a una buona convivenza.

Per esempio, il servizio postale era assicurato dai ghiri del PostaGhiro, con semplici tariffe: tre nocciole per lettere normali, cinque per raccomandate. Chi doveva inviare un messaggio si rivolgeva a un picchio, il quale, beccando sonoramente un albero cavo, convocava il ghiro più vicino, che arrivava in un baleno, nella prospettiva di papparsi almeno tre nocciole. Le spedizioni erano sicure, perché i ghiri riuscivano ad arrivare a destinazione correndo sui rami e saltando da un albero all’altro, evitando di scendere a terra, dove c’era sempre il rischio di fare brutti incontri.

La polizia, altro servizio pubblico, era formata da folletti armati di fionda a ghiande, che potevano indifferentemente essere assunti tra quelli di Sopra e quelli di Sotto. Chissà perché, però, i poliziotti avevano quasi tutti baffetti a spazzolino, molto in voga tra i Folletti di Sotto.

I problemi più gravi erano sempre causati dai Folletti di Montagna, i quali non rispettavano nessuna legge e si sentivano autorizzati a impadronirsi di qualsiasi cosa facesse loro comodo. Tra loro vinceva la forza: il più forte dei Folletti di Montagna era il Gazza. Di lui si sapeva solo che era originario dei boschi intorno a Gazzaniga e che ne era stato scacciato proprio perché violento e insofferente delle leggi. Ora viveva in montagna, carico d’odio per i pacifici folletti dei boschi. Lo si riconosceva perché portava una penna di gazza sul berretto. Nessuno però poteva dire di conoscerlo veramente, nessuno aveva mai avuto il coraggio di guardarlo negli occhi.

Un giorno, un folletto dirigente del PostaGhiro, tale Ambrogio, zelante ma chiacchierone, fu udito da un folletto di Montagna mentre confidava a un collega che l’indomani ci sarebbe stata una spedizione di pappa reale dall’Alveare di Frerola all’emporio dei Folletti di Sopra e che, data l’importanza, il peso e il valore della merce, il trasporto sarebbe stato effettuato dai folletti stessi, e la scorta affidata alla polizia. In poche ore il Gazza ne era già a conoscenza.

All’alba del giorno dopo il Gazza, con quattro dei suoi più fidati farabutti, si pose all’agguato nel punto in cui il sentiero verso il bosco di abeti era interrotto da un ruscello che, appena sotto, con una cascata si gettava direttamente nel torrente Parina. Per non destare sospetti si davano da fare a raccogliere fascine, cantando una canzone da boscaioli. Dopo un paio d’ore di ingrato lavoro (non avevano mai lavorato!), avvistarono un piccolo corteo, formato da due folletti-portatori, uno sbuffante e grasso folletto-poliziotto e, cosa imprevista, la bella direttrice dell’Alveare di Frerola, Melania, folletta-naturista appassionata e grande comunicatrice, che approfittava della spedizione per visitare i clienti dell’alta valle. Il Gazza ne fu sconcertato. Era disposto ad assestare una botta in testa a chiunque ma con le donne non sapeva che pesci pigliare. In ogni modo, sentendosi addosso gli occhi dei compari, ordinò loro bruscamente di continuare a far fascine, che ci avrebbe pensato lui.

Il gruppetto si avvicinava, con il poliziotto in testa e Melania in coda. Il poliziotto ansimava, e nemmeno si era accorto degli estranei: fu con sollievo che sentì il Gazza invitarlo a riposare e a bere un po’ d’acqua. Anche i portatori si fermarono, togliendo dalle spalle il bastone al quale stava appeso il prezioso involto. Un po’ staccata, sopraggiungeva sorridendo la direttrice, divertita dall’imprevisto incontro. Il Gazza, imbarazzato, le dava le spalle cercando di guadagnare tempo, ma fu apostrofato senza scampo da un “Checccarino! Come sta bene con quella penna di gazza!”. Contrariato da quella espressione che lo metteva in ridicolo, il Gazza si voltò, con l’intenzione di annientare la sfacciata con un urlaccio… e si trovò davanti la luna e le stelle, il vento e il mare, la terra e le montagne: mai aveva pensato esistesse una bellezza simile! Allocchito, stava a bocca semiaperta. Anche Melania, guardandolo, si sentì morire le parole in gola: quello non poteva essere uno spensierato boscaiolo. Lesse su quel viso abbronzato la sofferenza, la solitudine, la forza. Ne fu intimorita, provò un vago senso di paura. Chi erano e cosa ci facevano lì quegli strani folletti?

Il Gazza con uno sforzo riprese a parlare con l’agente, che si era seduto su un sasso ad asciugarsi il sudore. Era sempre il Gazza, e un’idea gli si affacciò alla mente. Dopo aver lodato lo zelo del poveretto, gli descrisse la strada fino all’emporio come una salita impervia, che lo avrebbe ridotto in fin di vita! Il disgraziato prese a compiangersi, fino a quando il Gazza si offrì di sostituirlo, dicendo che in tutta la valle nessuno avrebbe osato alzare un dito contro di lui (e aveva ben ragione). Melania intuiva un oscuro pericolo, ma non fece obiezioni.

Fu così che il poliziotto tornò a valle, scortando i folletti-boscaioli che imprecando tra i denti andavano a vendere le fascine, e Melania riprese il cammino con la sua pappa reale, accompagnata stavolta dal Gazza, che ancora aveva l’intenzione di appropriarsi del piccolo tesoro.

Non ci volle molto prima che il Gazza rivelasse la sua vera identità, disarmato dalla dolcezza di Melania che, superata la paura, seppe convincerlo a cambiar vita. Pare che l’odio del Gazza crollasse nel momento in cui si sentì chiamare per la prima volta da Melania col suo vero nome, Michele.

Michele e Melania, assieme, fecero prosperare l’Alveare di Frerola, con l’apertura della nuova filiale di Zambla Alta, specializzata in miele di fiori alpestri. Filiale affidata ai Folletti di Montagna, che avevano conservato l’ammirazione per il Gazza e che ora non erano più costretti a rubare per vivere. La polizia dei folletti fu sciolta, e Melania e Michele vissero a lungo felici e contenti.

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