Marsiglia…

carbonaiaMarsiglia…

C’era una volta un carbonaio. Il suo nome era Olimpio e abitava a Borgo Pace, un paesino alla confluenza dei torrenti Meta e Auro, nelle Marche. I torrenti si uniscono proprio sotto il ponte di Borgo Pace, e formano il fiume Metauro, che corre verso il mare Adriatico attraversando Mercatello e Urbania, passando sotto i colli sui quali è adagiata Urbino, e poi per Fossombrone giunge pigramente a Fano.

Olimpio preparava le carbonaie su per i monti verso l’Alpe della Luna, formando cumuli ovali di rami di grossezza uniforme, che ricopriva di terra e poi faceva carbonizzare con una combustione lenta e incompleta. Il fumo e i vapori sfuggivano da fori praticati nello strato di terra battuta, fino a quando Olimpio decideva di spegnere il fuoco nascosto ed estrarre il frutto del suo lavoro, il carbone vegetale che vendeva ai carrettieri dell’antica Via Flaminia. Era un lavoro che richiedeva fatica e pazienza… e che lasciava spazio ai pensieri e ai sogni.

Sulla Via Flaminia passavano carri, carrozze, cavalieri, pellegrini a piedi, e tutti sostavano a Borgo Pace, prima di valicare l’Appennino verso Roma o prima di scendere al mare. Così era facile trovare chi, davanti a un bicchiere di bianchello, prendesse a narrare le sue avventure, le sue speranze, le sue disgrazie anche. Olimpio ascoltava tutti i viaggiatori, da loro imparava come uno scolaro dal maestro, e liberava la sua immaginazione alla scoperta del mondo mai visto. Era soprattutto affascinato dai racconti di mare, di navi, di tempeste. Dentro di sé covava il desiderio di partire, andar per mare, vedere Marsiglia…

…Marsiglia, quel nome evocava un brulicare di gente di tutte le razze, magazzini colmi di merci preziose, odori misteriosi, grandi navi in attesa di avere i pennoni oscillanti coperti di vele e poi salpare verso l’orizzonte, verso l’Africa, le Americhe…

Un bel giorno Olimpio si decise, preparò un gran carico di carbone, sufficiente per un carro a quattro ruote, e, trovato l’acquirente, accompagnò il suo carbone fino al mare, a Fano. Non si aspettava che fosse così, il mare: fu il carrettiere a dirglielo: “Guarda il mare!”. A lui sembrava che fosse semplicemente una foschia, un gioco di luce all’orizzonte, quella linea biancastra, poi, guardando meglio, scoprì vele, e alberi di piccole navi… che delusione!

Ma Olimpio non era tipo da arrendersi subito. Scese al porto, dove tutto era una novità per lui, aggirandosi tra pescatori e mercanti, respirando quell’odore estraneo e forte. Provò anche a chiedere se c’era qualche nave in partenza per Marsiglia, suscitando l’ilarità più schietta. Gli spiegarono che lì c’erano solo barche, gozzi, tartane. L’imbarcazione più grande era la goletta di capitan Ioannidis, che faceva la spola tra i porti dell’Adriatico e quelli greci dell’Egeo, trasportando merce leggera e di valore, stoffe, spezie, uva sultanina, oggetti di artigianato, e anche qualche passeggero danaroso. Gliela indicarono, là in fondo al molo, vicino all’ingresso del porto. Olimpio si appressò al piccolo bastimento, e rimase a guardare col naso all’aria, studiando gli alberi e le grandi vele arrotolate, e la quantità di corde e carrucole. Sentì poi una voce che lo apostrofava:

“Cerchi un imbarco?”

Era proprio quello che cercava, Olimpio, ma s’impappinò: “Veramente…”

“Che sai fare?” tuonò capitan Ioannidis.

“Niente, sono un carbonaio…”

“Sai cucinare?”

“Beh, sì, un poco…”

“Mi serve un cuoco fino a Corinto”

“È lontano da Marsiglia?”

Capitan Ioannidis rispose diplomaticamente, sogghignando: “ È più vicino di Fano…”

Fu così che Olimpio partì per mare. Se la cavò con onore, come cuoco. Era abituato a prepararsi i pasti da solo, con gli stessi ingredienti che trovò a bordo: lardo, uova, patate, e l’uso del carbone di legna gli era familiare. Ma il mare si rivelò un elemento estraneo alle sue abitudini. Il lento oscillare delle pareti della cambusa gli provocava un senso di nausea, una continua inquietudine, che si attenuava soltanto quando poteva riposare un poco in coperta, osservando la costa mutevole, il volo dei gabbiani, le evoluzioni dei delfini. Non faceva per lui quella vita imprigionata: gli mancava lo spazio, la libertà dei boschi, quell’erba rassicurante sotto i piedi, la terra confortevolmente ferma. Avrebbe desiderato sbarcare al primo approdo, ma non voleva tradire la parola data. Strinse i denti fino al golfo di Corinto, dove il mare piatto mitigò la sua nausea, e il profilo dei monti tutt’intorno gli infuse una serena tranquillità. In vista di Corinto notò, a sinistra, una montagna isolata, che gli ricordò la sua Alpe della Luna, coperta com’era di boschi verdissimi. Capitan Ioannidis gli spiegò che quello era l’Elicona, abitato dalle Muse e dagli Dei.

La mitologia era un argomento nuovo per Olimpio, nonostante il suo nome da abitante dell’antica Grecia. Ma lui dell’antica Grecia non aveva mai sentito parlare. A lui, semplicemente, piacevano le montagne. Chissà se a Marsiglia c’erano montagne…

Sbarcò a Corinto, posando i piedi sulla terra con gran sollievo. Non riuscì a capire nulla di quello che la gente gli diceva. Girò gli occhi attorno, a disagio. Tutto gli era estraneo, tutto, tranne quella gran montagna che ancora si vedeva all’orizzonte, verso settentrione. Non esitò, Olimpio, si incamminò verso l’Elicona, col passo di chi sa dove andare. Al diavolo Marsiglia.

Camminò tutto il giorno, attorno al golfo di Corinto, e poi tutta la notte, una notte incantata, con una falce di luna che illuminava la strada in vista del mare, senza togliere luce alle stelle, nitide nel cielo terso. L’aria fresca era profumata dal mare, ma conteneva già qualche sentore di bosco, di muschio, che rinforzava man mano si avvicinava alla “sua” montagna. L’alba schiariva il cielo alle sue spalle e una brezza leggera si levava dalla rosata distesa d’acqua alla sua sinistra, quando giunse a un sentiero che si indovinava dirigersi verso le pendici del monte. Sedette per riposarsi un poco. Al di là del braccio di mare si distinguevano le colline del Peloponneso. Olimpio si sentiva a suo agio, in quell’angolo di mondo così lontano da Borgo Pace.

Il canto di un gallo lo riscosse, facendogli notare una piccola casa di contadini sul sentiero che aveva già intenzione di percorrere. Portò i suoi passi verso la casa, sperando di trovare di che rifocillarsi. Un uomo dai capelli bianchi, robusto, già aveva notato quello strano viaggiatore, sicuramente straniero, e lo attendeva sul varco della siepe di bosso che circondava la casa. Nessuno dei due uomini aveva timore dell’altro. Olimpio salutò per primo, ricevendo un sorriso e un cenno del capo: sembrava inevitabile che la gente ridesse alle sue parole. Mostrò le monete ricevute da capitan Ioannidis, e portò la mano alla bocca, senza altro risultato che far ridere sonoramente il buon contadino, che l’invitò a entrare con un gesto esplicito e cordiale.

Dimitrios, questo era il nome del contadino, chiamò la moglie Elena, e assieme a lei portò in tavola pane, formaggio fresco di capra, acqua e un vino bianco che si rivelò più forte del bianchello di casa. Olimpio cercò di spiegare le sue intenzioni, Dimitrios ed Elena cercarono di capirle, ma nessuno di loro fu certo di avere ben spiegato o ben capito. Il denaro di Olimpio fu rifiutato, così il carbonaio si congedò promettendo di ricambiare le cortesie. Stava per uscire, quando si accorse di avere qualcosa tra i piedi, gattini che si rincorrevano e che stava per calpestare… Trattenne i passi appoggiandosi alla parete, e assistette alla incursione di una ragazza che recuperò velocemente i gattini e uscì da dove era entrata, lanciandogli una breve occhiata curiosa.

“Era mia figlia Altea, non sta mai ferma. A presto, Olimpio!”

Olimpio salì sull’Elicona, esplorando boschi e sentieri. Trovò una piccola grotta, asciutta e ben esposta verso il mare, e trovò il legname adatto per ricavarne carbone. L’abitudine al lavoro non l’aveva abbandonato. In breve preparò una quantità sufficiente di carbone da poter pensare al commercio. Ne riempì una gerla e si diresse a casa di Dimitrios.

In vista della casa, Olimpio si fermò, per asciugarsi il sudore e riordinarsi un poco. Guardando nel giardino notò una ragazza alta e sottile, nella quale riconobbe Altea. Stava stendendo la biancheria appena lavata, e attorno a lei si rincorrevano i micetti che aveva quasi calpestato la volta precedente. Restò a contemplare la scena, vergognandosi un poco di farlo di nascosto… A un certo punto Altea mandò un grido di spavento, uno dei micetti era finito in una pozza d’acqua. In un attimo prese la bestiola fradicia tra le sue mani, e con un panno lo strofinò delicatamente, fino a rendere il pelo soffice e asciutto. Depose a terra il micio, invitandolo a raggiungere gli altri, ma questo non ne voleva sapere, continuava a starle appresso, cercando di strusciarsi sulle sue caviglie. Chissà perché, Olimpio lo invidiò.

Caricò la gerla sulle spalle e si presentò a Dimitrios, facendogli omaggio di quel combustibile inconsueto, per la Grecia. Quel giorno fu Olimpio a cucinare, per dimostrare la praticità del carbone di legna. Preparò rapidamente delle braciole di maiale e della verdura alla griglia, con grande ammirazione da parte di Elena e gran complimenti da Dimitrios. Altea gradì la novità, ma non ne fu tanto impressionata quanto i genitori. Quel giorno era un po’ disturbata, come ogni tanto accade alle donne, e si appartò subito dopo il pranzo, sedendosi in un angolo del giardino, con le braccia incrociate sotto il seno, aspettando di sentirsi meglio.

Dimitrios si strinse nelle spalle, guardando l’ospite, come chi non sa che farci, e andò ad accomodarsi sul sedile di pietra davanti alla casa, per digerire meglio le prelibatezze cucinate da Olimpio. Elena portò le stoviglie in cucina e ci rimase per rigovernare. Il carbonaio ricordò una canzone che sentiva tutte le notti dal timoniere della goletta di capitan Ioannidis, il quale la cantava per non addormentarsi; una canzone dolce, per lui senza significato, ma che aveva il potere di rasserenarlo, consegnandolo al sonno più tranquillo. Raggiunse Altea, sedendole accanto, e intonò la canzone, a mezza voce. Quando Altea si decise a muovere la testa verso di lui, Olimpio scoprì un dolce sorriso sulle sue labbra. Finì la canzone, e la ragazza lo ringraziò sfiorandogli una mano.

Olimpio si congedò, ma tornò sempre più spesso, portando il suo carbone alla strada costiera, con un asino, e poi con due, finché gli affari prosperarono tanto da consentirgli di chiedere Altea in sposa. Quello stesso giorno si sedette sul sedile di pietra davanti alla casa di Dimitrios, da dove si godeva una splendida vista del Golfo di Corinto, e ringraziò il Signore per aver desiderato di partire per Marsiglia. Altea e Olimpio vissero a lungo, felici e contenti.

L’Omino Michelin

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L’Omino Michelin

C’era una volta un Omino Michelin. Non sapete cos’è un Omino Michelin? Ma sì, quel pupazzo tutto bianco e tondo tondo che fa la pubblicità alle gomme, agli pneumatici… In Francia, dov’è nato, lo chiamano Bibendum. Ce ne sono animati, che corrono, saltano e rimbalzano, e altri, come il nostro, più tranquilli, che passano la vita appollaiati sopra la cabina di un autocarro, come portafortuna.

Il nostro Omino però, com’era successo anche a Pinocchio, era speciale: pensava, gioiva e soffriva come un essere umano. Solo che, al contrario di Pinocchio, non aveva il dono della parola, e così nessuno se n’era mai accorto.

L’Omino si era sentito vivo il giorno stesso in cui René si era comprato un autocarro Renault nuovo nuovo, con le gomme Michelin, ed era uscito in strada per la prima volta, suonando le grandi trombe cromate.

Il boato della tromba più grossa l’aveva svegliato dal suo sonno di gomma, e così, aprendo gli occhi spaventato, aveva visto il mondo per la prima volta. Passato lo spavento, però, aveva cominciato a interessarsi delle cose che vedeva e sentiva, belle e brutte, ma che sempre lo incuriosivano. Si era affezionato a René, il suo padrone, e aveva scoperto che René non era il suo vero nome: si chiamava Giulio, ma era tanto innamorato della Francia da trasformare alla francese tutto il suo piccolo mondo, a cominciare da se stesso. Aveva deciso di chiamarsi René da quando aveva conosciuto la sua ragazza, perché si era sentito rinascere a nuova vita (René vuol dire Renato, nato di nuovo). Poi, impegnando tutti i suoi risparmi e indebitandosi fino al collo, aveva cambiato il suo vecchio camioncino OM con un autocarro francese Renault, naturalmente tutto azzurro, che aveva battezzato Voilà, perché riusciva ad arrivare sempre in tempo dappertutto. E aveva voluto che le gomme fossero francesi, Michelin appunto. Così gli avevano regalato l’Omino da mettere in alto, seduto sopra la cabina, vicino alle trombe e all’antenna del baracchino (il baracchino è la radio che usano i camionisti per farsi compagnia).

La ragazza di René si chiamava Fiorella, ma lui la chiamava Fontanella, perché aveva la lacrima facile. Ogni tanto Fontanella, quando era libera dai lavori di casa, accompagnava René, che era sempre in viaggio e aveva poco tempo da passare con lei. Così l’Omino ascoltava tutti i discorsi e i progetti che facevano lungo la strada. René fantasticava, fantasticava a voce alta, e descriveva un futuro prospero e fortunato, e Fontanella era così contenta che piangeva continuamente di felicità. L’Omino si divertiva un mondo a sentirlo, perché René ogni volta ne inventava una nuova. Però l’Omino, che non aveva altro da fare, e quindi pensava giorno e notte, si rendeva conto che il tempo passava, ma la fortuna non arrivava, e che il gruzzolo dei due fidanzati cresceva troppo lentamente, e che di questo passo non avrebbero potuto comprarsi una casa e sposarsi… Cosa poteva fare un pupazzo di gomma per aiutare i suoi amici? L’Omino si preoccupava, e intanto registrava tutte le fantasticherie di René, tanto belle da sembrare fiabe. Ma René non era bravo a fare i conti, e ogni tanto qualcuno non lo pagava, ed era anche successo che gli rubassero tutta la merce dal camion, insomma la prosperità non arrivava mai!

Un bel giorno René portò Fontanella con sé per il trasloco di una grande libreria per bambini. Mentre i facchini caricavano casse e casse di libri, il libraio chiacchierava con René e Fontanella, spiegando che doveva lasciare il bel negozio sulla piazza principale perché era troppo costoso, e gli incassi non erano più quelli dei bei tempi, quando la televisione ancora non esisteva e i bambini andavano a letto presto, addormentandosi al racconto delle fiabe. Ora libri per bambini se ne vendevano sempre meno, perché i bambini si annoiavano alle vecchie storie, e poche se ne scrivevano di nuove. L’Omino sentì, e rileggendo nel suo cuore di gomma le mille meravigliose storie raccontate da René, capì in un lampo che René aveva sbagliato mestiere! Presto, doveva fare presto, questa era l’occasione che aspettava per aiutare il camionista sfortunato! Ricominciò a leggere di nuovo tutte le storie che aveva registrato, sempre più velocemente, e intanto il suo piccolo cuore di gomma si gonfiava, si gonfiava di commozione e felicità, finché BUM! … con un botto fortissimo l’Omino scoppiò di gioia, e le mille storie, scritte con l’inchiostro azzurro della bontà, scesero volteggiando come farfalle in testa al libraio, che le raccolse a una a una, scoprendo pieno di meraviglia che le fiabe si scrivevano ancora! Moderne, aggiornate, tecnologiche… le storie di René e Fontanella, tanto vere da essere verosimili, finalmente con i camion e le villette a schiera, altro che zucche semoventi e castelli di cristallo!

Dopo qualche mese René vendeva il suo autocarro Renault. Aiutato dal libraio, era diventato uno scrittore di fiabe, molte delle quali avevano per protagonista l’Omino Michelin. Ricco e famoso, vive e vivrà a lungo felice e contento con la sua Fontanella, che per prima leggerà sempre le sue storie, regolarmente piangendo di gioia.

Il Gazza

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Il Gazza

C’era una volta una piccola valle, sperduta nelle Alpi Orobie. Da circa trent’anni le miniere di ferro, che davano lavoro ai valligiani, erano state chiuse. La valle si era spopolata, e tutto era tornato allo stato selvaggio. A poco a poco, erano tornati gli animali che l’uomo aveva fatto scomparire: volpi, ghiri, vipere, e falchi, poiane, perfino qualche orso in cerca di avventure. Ma, soprattutto, erano ricomparse anche tre comunità di folletti: i Folletti di Sotto, che amavano il bosco di latifoglie, i Folletti di Sopra, che popolavano il bosco di conifere, e i terribili Folletti di Montagna, che vivevano nel territorio degli alti pascoli, delle rocce e dei nevai, rubando la casa alle marmotte e il cibo ai folletti dei boschi.

I rapporti tra i Folletti di Sopra e di Sotto, a parte il campanilismo per il quale si chiamavano a vicenda Büseccù (quelli di Sotto) e Scarligù (quelli di Sopra), erano civili, regolati da buone leggi e organizzati per l’uso in comune di tutti i servizi necessari a una buona convivenza.

Per esempio, il servizio postale era assicurato dai ghiri del PostaGhiro, con semplici tariffe: tre nocciole per lettere normali, cinque per raccomandate. Chi doveva inviare un messaggio si rivolgeva a un picchio, il quale, beccando sonoramente un albero cavo, convocava il ghiro più vicino, che arrivava in un baleno, nella prospettiva di papparsi almeno tre nocciole. Le spedizioni erano sicure, perché i ghiri riuscivano ad arrivare a destinazione correndo sui rami e saltando da un albero all’altro, evitando di scendere a terra, dove c’era sempre il rischio di fare brutti incontri.

La polizia, altro servizio pubblico, era formata da folletti armati di fionda a ghiande, che potevano indifferentemente essere assunti tra quelli di Sopra e quelli di Sotto. Chissà perché, però, i poliziotti avevano quasi tutti baffetti a spazzolino, molto in voga tra i Folletti di Sotto.

I problemi più gravi erano sempre causati dai Folletti di Montagna, i quali non rispettavano nessuna legge e si sentivano autorizzati a impadronirsi di qualsiasi cosa facesse loro comodo. Tra loro vinceva la forza: il più forte dei Folletti di Montagna era il Gazza. Di lui si sapeva solo che era originario dei boschi intorno a Gazzaniga e che ne era stato scacciato proprio perché violento e insofferente delle leggi. Ora viveva in montagna, carico d’odio per i pacifici folletti dei boschi. Lo si riconosceva perché portava una penna di gazza sul berretto. Nessuno però poteva dire di conoscerlo veramente, nessuno aveva mai avuto il coraggio di guardarlo negli occhi.

Un giorno, un folletto dirigente del PostaGhiro, tale Ambrogio, zelante ma chiacchierone, fu udito da un folletto di Montagna mentre confidava a un collega che l’indomani ci sarebbe stata una spedizione di pappa reale dall’Alveare di Frerola all’emporio dei Folletti di Sopra e che, data l’importanza, il peso e il valore della merce, il trasporto sarebbe stato effettuato dai folletti stessi, e la scorta affidata alla polizia. In poche ore il Gazza ne era già a conoscenza.

All’alba del giorno dopo il Gazza, con quattro dei suoi più fidati farabutti, si pose all’agguato nel punto in cui il sentiero verso il bosco di abeti era interrotto da un ruscello che, appena sotto, con una cascata si gettava direttamente nel torrente Parina. Per non destare sospetti si davano da fare a raccogliere fascine, cantando una canzone da boscaioli. Dopo un paio d’ore di ingrato lavoro (non avevano mai lavorato!), avvistarono un piccolo corteo, formato da due folletti-portatori, uno sbuffante e grasso folletto-poliziotto e, cosa imprevista, la bella direttrice dell’Alveare di Frerola, Melania, folletta-naturista appassionata e grande comunicatrice, che approfittava della spedizione per visitare i clienti dell’alta valle. Il Gazza ne fu sconcertato. Era disposto ad assestare una botta in testa a chiunque ma con le donne non sapeva che pesci pigliare. In ogni modo, sentendosi addosso gli occhi dei compari, ordinò loro bruscamente di continuare a far fascine, che ci avrebbe pensato lui.

Il gruppetto si avvicinava, con il poliziotto in testa e Melania in coda. Il poliziotto ansimava, e nemmeno si era accorto degli estranei: fu con sollievo che sentì il Gazza invitarlo a riposare e a bere un po’ d’acqua. Anche i portatori si fermarono, togliendo dalle spalle il bastone al quale stava appeso il prezioso involto. Un po’ staccata, sopraggiungeva sorridendo la direttrice, divertita dall’imprevisto incontro. Il Gazza, imbarazzato, le dava le spalle cercando di guadagnare tempo, ma fu apostrofato senza scampo da un “Checccarino! Come sta bene con quella penna di gazza!”. Contrariato da quella espressione che lo metteva in ridicolo, il Gazza si voltò, con l’intenzione di annientare la sfacciata con un urlaccio… e si trovò davanti la luna e le stelle, il vento e il mare, la terra e le montagne: mai aveva pensato esistesse una bellezza simile! Allocchito, stava a bocca semiaperta. Anche Melania, guardandolo, si sentì morire le parole in gola: quello non poteva essere uno spensierato boscaiolo. Lesse su quel viso abbronzato la sofferenza, la solitudine, la forza. Ne fu intimorita, provò un vago senso di paura. Chi erano e cosa ci facevano lì quegli strani folletti?

Il Gazza con uno sforzo riprese a parlare con l’agente, che si era seduto su un sasso ad asciugarsi il sudore. Era sempre il Gazza, e un’idea gli si affacciò alla mente. Dopo aver lodato lo zelo del poveretto, gli descrisse la strada fino all’emporio come una salita impervia, che lo avrebbe ridotto in fin di vita! Il disgraziato prese a compiangersi, fino a quando il Gazza si offrì di sostituirlo, dicendo che in tutta la valle nessuno avrebbe osato alzare un dito contro di lui (e aveva ben ragione). Melania intuiva un oscuro pericolo, ma non fece obiezioni.

Fu così che il poliziotto tornò a valle, scortando i folletti-boscaioli che imprecando tra i denti andavano a vendere le fascine, e Melania riprese il cammino con la sua pappa reale, accompagnata stavolta dal Gazza, che ancora aveva l’intenzione di appropriarsi del piccolo tesoro.

Non ci volle molto prima che il Gazza rivelasse la sua vera identità, disarmato dalla dolcezza di Melania che, superata la paura, seppe convincerlo a cambiar vita. Pare che l’odio del Gazza crollasse nel momento in cui si sentì chiamare per la prima volta da Melania col suo vero nome, Michele.

Michele e Melania, assieme, fecero prosperare l’Alveare di Frerola, con l’apertura della nuova filiale di Zambla Alta, specializzata in miele di fiori alpestri. Filiale affidata ai Folletti di Montagna, che avevano conservato l’ammirazione per il Gazza e che ora non erano più costretti a rubare per vivere. La polizia dei folletti fu sciolta, e Melania e Michele vissero a lungo felici e contenti.

La trota di Pùlfero

Casa Skof

La trota di Pùlfero

C’era una volta un torrente, grande abbastanza da essere chiamato Fiume Natisone, ma tanto piccolo che la sua acqua bastava a malapena a far vivere qualche centinaio di temoli e trote, le quali comunque stavano benissimo in quelle acque limpide e fresche. Costeggiando il paese di Pùlfero l’acqua scorreva lenta e tranquilla, e proprio lì, poco a valle del ponte di ferro e della casa Škof, viveva una trotella giovane giovane, apparentemente uguale alle altre, ma dotata di un potere straordinario, che soltanto lei possedeva in Italia. In ogni paese del mondo esiste un fiume, un lago o un mare con un pesce dotato dello stesso potere, è risaputo. Qualcuno ha fatto tanto parlare di sé da finire in una fiaba. Tutti avrete sentito parlare del più celebre, il famoso “Pesciolino d’Oro” della Russia.

Questo straordinario potere consiste nella capacità di realizzare i desideri degli uomini. Siccome c’è un limite a tutto, anche per i pesci magici, solo tre desideri potevano divenire realtà, per ognuno che li esprimesse.

Un giorno la nostra trotella stava pisolando all’ombra di alcune piante acquatiche, quando fu destata dall’eco di singhiozzi che l’acqua attutiva… Ancora insonnolita, si avvicinò lentamente alla riva e mise fuori il muso dal pelo dell’acqua: una giovane donna piangeva senza ritegno, sicura di essere sola. Sentendosi infine osservata, sollevò la testa e si accorse della nostra trotella. Il fatto che un pesce la guardasse era un fatto tanto straordinario che cessò immediatamente di singhiozzare. La trota non poteva parlare, ovviamente, ma guardò la donna in modo tale che questa percepì una sua amicizia, una sua solidarietà, e si lasciò andare a confidarle le sue pene, inframmezzando le parole ancora con qualche sospirone.

La donna raccontò di non sapere perché fosse triste, ma che spesso le veniva da piangere, e allora si allontanava dagli altri, per nascondere la sua sofferenza. Parlando liberamente con la trota, disse che forse avrebbe voluto passare la vita con un uomo ricchissimo, e così non avrebbe più dovuto preoccuparsi di nulla, chissà.

La trota saltò con un guizzo fuori dall’acqua, e poi scomparve.

La donna si riscosse, asciugò le lacrime e tornò alla sua casa, ma non la trovò più. Al suo posto c’era ora un palazzo d’oro, luminoso, grande e bellissimo: sulla soglia fu accolta da un uomo elegante, che la salutò con un’aria molto distinta.

Dopo una settimana la giovane donna tornò a piangere al torrente, finché la trota non ricomparve col muso fuori dal pelo dell’acqua. Questa volta, parlando con la trota, disse che le preoccupazioni erano scomparse, e che ogni cosa le era offerta senza che la dovesse chiedere, e che aveva gioielli e denaro da non sapere più dove metterlo, ma che ancora era triste. Forse avrebbe voluto passare la vita con un uomo bellissimo, e così sarebbe stata finalmente felice, chissà.

La trota saltò con un guizzo fuori dall’acqua, e poi scomparve.

La donna si asciugò le lacrime, volse le spalle al torrente e tornò al suo palazzo, ma non lo trovò più. Al suo posto c’era una bellissima villa di marmo rosa, circondata da splendide aiuole in fiore: sulla soglia fu accolta da un uomo giovane e bellissimo, che le rivolse la parola con una grazia davvero straordinaria.

Dopo una settimana la giovane donna tornò a piangere al torrente, finché la trota non ricomparve col muso fuori dal pelo dell’acqua. La donna disse alla trota: “Ho capito che sei tu a realizzare i miei desideri, ma ho anche capito che i miei desideri non corrispondono a ciò di cui ho in realtà bisogno. Tu che vivi così semplicemente, ti prego, fammi vivere come non ho mai desiderato”.

La trota saltò con un guizzo fuori dall’acqua, e poi scomparve.

La donna rimase sola con se stessa, nel silenzio più profondo, finché decise di fare ritorno. Trovò, dov’era sempre stata, la sua vecchia casa, scoprendola come non l’aveva mai vista, immersa nella luce e nei suoni della natura. Riscoprì le voci degli animali, lo stormire delle foglie, i piccoli rumori e gli odori che l’avevano affascinata da bambina, e che aveva quasi dimenticato. Dormì profondamente quella notte.

Fu la luce del giorno a destarla, come se fosse stata creata apposta per lei. Si svegliò accogliendo un dono, scoprendo il divenire della speranza. S’incamminò per il mercato di Cividale, la città che si incontra scendendo da Pùlfero lungo il Natisone. Rivide i compaesani che conosceva da sempre, e fu come se li vedesse veramente per la prima volta. Trovò naturale fermarsi a scambiare qualche parola con tutti, anche con Omero, il postino con il quale in passato aveva scambiato più sguardi che parole, senza un perché.

Dopo una settimana tornò con Omero sulla riva del torrente, a osservare le trote. La trota magica era scomparsa, insieme con i desideri ingannevoli. Le altre trote non si accorsero di loro, che ormai si erano accorti uno dell’altra e avevano scoperto, uno nell’altra, e dentro se stessi, un amore così grande da vivere per sempre felici e contenti.