Ritorno a San Michele

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Municipio di San Michele al Tagliamento, 1° ottobre 2016

Ritorno a San Michele

(45°46’31.1”N 12°59’31.1”E)

Piero Ambrogio Pozzi

Il romanzo di Ernest Hemingway Across the River and Into the Trees era uscito nel settembre del 1950. Nel febbraio del 1965, più di tre anni dopo la morte di Ernest, Mondadori pubblicava nella collana Medusa la versione italiana, col titolo Di là dal fiume e tra gli alberi. La versione francese usciva in maggio da Gallimard. Finché era in vita, Hemingway ne aveva impedito la pubblicazione o la sceneggiatura in italiano e francese[1] per proteggere Adriana Ivancich, la sua ispiratrice principale e modello fisico per il personaggio della protagonista, Renata. Il pubblico, assecondato dalla concorde ottusità di giornalisti, critici, studiosi e traduttori, aveva identificato nei comportamenti di Renata quelli di Adriana, subito perseguitata da maldicenze irresponsabili, che ancora durano.

Per la versione italiana il libro era stato affidato a Fernanda Pivano, che già aveva tradotto altre opere di Hemingway, in particolare Addio alle armi e Il vecchio e il mare, dopo un inizio di carriera favorito dal rapporto con Cesare Pavese. Per meglio comprendere le disavventure italiane degli scritti di Hemingway è necessario qualche richiamo alla sua storia di traduttrice.

Nel 1943, nel pieno della guerra, Einaudi aveva pubblicato l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, nella prima e ormai leggendaria traduzione della Pivano. A quei tempi Fernanda era in stretto rapporto con Cesare Pavese, che già le aveva chiesto di sposarlo e che ancora gliel’avrebbe chiesto, invano[2]. Con la sua costante e capace presenza Pavese ebbe una importanza fondamentale in quella traduzione. La tesi di laurea di Iuri Moscardi, Cesare Pavese e la traduzione di Spoon River di Fernanda Pivano, premiata a Santo Stefano Belbo nel 2012, chiarisce che Pavese ebbe modo di intervenire ripetutamente nel lavoro della Pivano in sede di correzione e revisione stilistica, e che l’ultima parola sulla versione italiana fu sua. Questa la motivazione del premio: “Tesi interessante ed originale, che affronta un tema poco indagato, se non del tutto trascurato, dalla critica accademica. Si tratta di una disamina attenta ed accurata, esaustiva e ampiamente articolata che, con cura filologica e con documenti inoppugnabili, evidenzia il poderoso intervento di Pavese nella traduzione di Spoon River operata dalla Pivano. Lo scrittore interviene, infatti, con abilità e competenza, non solo su evidenti errori di lessico, ma anche sulla struttura e sulle scelte stilistiche tanto che davvero la traduzione può essere definita «frutto di un lavoro a quattro mani».” È probabile che Pavese abbia rinunciato a comparire come traduttore o curatore del libro, con l’evidente e generosa intenzione di lanciare la carriera della persona che allora amava. Al tempo della morte di Cesare Pavese, nell’agosto del 1950, Fernanda Pivano era ormai affermata come la traduttrice ufficiale di Hemingway.

Addio alle armi aveva conferito a Pivano un’aureola di coraggio e competenza: si diceva che la Gestapo l’avesse arrestata dopo aver rinvenuto presso l’editore Einaudi di Torino il contratto di traduzione del romanzo che offendeva l’onore dell’esercito italiano, travolto dagli austro-tedeschi a Caporetto durante la prima Guerra Mondiale. Pivano stessa racconta invece, in Leggende americane[3], di come corse all’Albergo Nazionale, allora sede della Gestapo, per scagionare il fratello Franco, fermato per equivoco. Per cavarsela le bastò negare ogni addebito, né si capisce di che cosa si sarebbero dovuti offendere i tedeschi, che a Caporetto avevano vinto. Ad ogni modo Pivano non fu mai arrestata. Einaudi non pubblicò Addio alle armi ma cedette i diritti a Mondadori, che stampò la sua versione nel 1949.

Pivano aveva poi tradotto Il vecchio e il mare, uscito in Italia nel 1952, l’opera che avrebbe portato Hemingway al Premio Pulitzer e al Nobel, aggiungendo ulteriore lustro alla propria fama di americanista ed entrando nella indiscussa considerazione dell’establishment culturale italiano. La sua traduzione, malamente o mai revisionata da Mondadori, conteneva e contiene infelici scelte di traduzione, mai contestate prima delle mie segnalazioni, per quanto mi è noto.

La resa di Addio alle armi era stata di migliore qualità, credo dovuta al fatto che già esistevano due traduzioni dello stesso libro, quella del 1945 di Bruno Fonzi, stampata abusivamente a Roma da Jandi Sapi, e quella del 1946 di Dante Isella, Giansiro Ferrata e Puccio Russo, sempre per Mondadori. Isella era un filologo e traduttore, poi critico letterario e accademico della Crusca, Ferrata uno scrittore, traduttore e critico letterario, poi direttore della collana I Meridiani, Russo un traduttore storico di Mondadori. Cito dalla rivista QB della Fondazione Mondadori:

La prima edizione di Addio alle armi viene pubblicata nel giugno 1946, con una tiratura di 5934 copie, nella elegante collana “Il Ponte” (il prezzo di copertina è di 500 lire), ed è presentata a Hemingway come «a new collection […] which collects the best names in the international literary field». La traduzione è stata preparata «con devozione» da Giansiro Ferrata, Puccio Russo e Dante Isella a Friburgo, nel periodo dell’internamento in Svizzera. Le illustrazioni sono di Renato Guttuso.[4]

Pivano conosceva la traduzione di Fonzi, per averla giudicata “bella[5]. Quella di Isella, Ferrata e Russo era stata pubblicata dalla sua stessa casa editrice, ma non la trovo direttamente citata da Pivano. Così parla di una terza, pubblicata in Svizzera: “molto ricalcata su quella francese, voglio dire con lo stesso fraseggiamento di quella francese[6]: evidentemente si riferisce alla stessa traduzione Isella-Ferrata-Russo, uscita a Lugano presso la Ghilda del Libro, anch’essa nel 1946. Aveva dunque disponibili per la consultazione due versioni italiane e una francese, tre solidi riferimenti.

Perché Mondadori commissionò la versione Pivano, quando già aveva in catalogo la Isella-Ferrata-Russo? Perché Hemingway aveva potuto concordare le caratteristiche che dovevano avere i volumi delle sue opere soltanto dopo la pubblicazione italo-svizzera di Addio alle armi del 1946, e gli accordi diretti con Alberto Mondadori comprendevano la scelta del traduttore, che Hemingway fece cadere avventatamente su Pivano. Questo vale anche per Di là dal fiume e tra gli alberi, come è evidente dalla lettera del 23 marzo 1950 da bordo dell’Île-de-France, dove in più Hemingway, che aveva appena salutato Adriana a Le Havre, si riserva la scelta del disegnatore della copertina[7].

* *  *

L’attesa versione di Di là dal fiume e tra gli alberi, pubblicata senza aver subito alcuna seria revisione, fu desolante, piena della stessa varietà di errori che Cesare Pavese aveva corretto nell’Antologia di Spoon River[8]. Ma Pavese ormai non c’era più, e probabilmente nelle redazioni di Mondadori Fernanda non era amata: si possono sospettare malevole omissioni nella cura per la stampa, oppure lo staff aveva paura di inimicarsela segnalandone le pecche. Soltanto dopo 45 anni l’edizione in brossura Oscar è stata “ristampata” (tra virgolette), emendata occultamente degli errori più evidenti da un oscuro redattore che ha probabilmente attinto alle segnalazioni che avevo direttamente inviato o al mio Diario di traduzione apparso a puntate nel 2005 su Intramel, il vecchio benemerito blog di Giuseppe Iacobaci. Al Diario erano seguiti diversi altri articoli e schede su Le Reti di Dedalus, Biblit e l’Enciclopedia delle Donne online. Non sono note precedenti iniziative per riparare il guasto o per mettere in discussione il mito di Fernanda Pivano. Immagino che proprio per salvare il mito di “Nanda” – e il folto catalogo delle sue pubblicazioni – Mondadori non abbia preso in considerazione nuove traduzioni per Il vecchio e il mare e Di là dal fiume. Questa, o qualsiasi altra ragione, anche il rispetto della scelta contrattuale di Pivano come traduttrice fatta a suo tempo dall’inconsapevole Hemingway, fanno comunque torto a uno dei protagonisti della letteratura del Novecento.

La nuova copertina si distingue anche per il soggetto fotografico scelto, una triste immagine in bianco e nero di un pensionato che butta becchime ai piccioni sul molo di San Marco, con lo sfondo dell’Isola di San Giorgio Maggiore; un’assurdità firmata da ben tre professionisti, per presentare un romanzo di Amore, Onore e Morte!

Molte sviste sono state solo rappezzate, altre sono rimaste, una delle più comiche addirittura messa in quarta di copertina, come citazione dal capitolo 38: “…c’è sempre un tale silenzio quando muore un pesciolino rosso.” Una frase triste, fondamentalmente sciocca, che uno immagina come richiamo pregnante al contenuto del libro. Invece è soltanto la sprovveduta traduzione di parte del Supremo Segreto dell’immaginario Ordine Cavalleresco di Brusadelli, così rivelato dal suo fondatore, il colonnello Cantwell, per l’investitura di Renata: “Love is love and fun is fun. But it is always so quiet when the gold fish die.” Non si tratta di un pesciolino rosso, ma di pesci rossi al plurale, in greve ma sottile allegoria. Una frase a doppio senso che si può tradurre al singolare per licenza poetica, per la rima, ma con articolo determinativo, per esempio così: “L’amore è amore e lo spasso è spasso. Ma c’è sempre tanta pace quando il pesce rosso giace.” Pare che il doppio senso non sia evidente nemmeno ai madrelingua, sottile com’è. È lo stesso Hemingway a certificarlo nell’immediato commento di Renata all’investitura: – “I am very proud and happy to be a member of the Order,” the girl said. “But it is, in a way, a rather rough order.”“Sono molto fiera e felice di essere un membro dell’Ordine,” disse la ragazza. “Però, in un certo senso, è un ordine piuttosto rozzo.”

La traduzione di Di là dal fiume nell’edizione rilegata dei Meridiani è tuttora quella originale di Fernanda Pivano, che ha impedito al pubblico italiano, il più aperto alla comprensione della narrazione, di goderla appieno. I personaggi e le ambientazioni risultanti dalla versione italiana del minuzioso lavoro di Hemingway non sono riconoscibili. I più fortunati, come me che l’ho ritradotto di mia iniziativa, avrebbero potuto scoprire in una traduzione decente il filo di vicende personali, perché Hemingway ha scritto Di là dal fiume rischiando, ma insieme augurandosi, di essere compreso oltre l’intreccio grazie alla cifrata ma sincera rappresentazione di se stesso nel colonnello Cantwell, trascrizione di una vita privata sofferta, pregna di amore inespresso.

* *  *

L’inizio del capitolo 13 è un concentrato di elementi cifrati. L’episodio dell’amore in gondola sotto la coperta militare si sovrappone nel ricordo all’incontro con Marlene Dietrich nel 1934 su uno scafo più grande, il nero transatlantico Paris, con lo stesso champagne Perrier-Jouët nel secchiello del ghiaccio.[9] L’uscita sulla nera gondola comincia – guarda caso – con Cantwell che invita Renata a immaginare che si parta per una gita in carrozza al Bois de Boulogne – a Paris. Davvero un riferimento stravagante nella città che più ama, Venezia, tanto affascinante di suo da non farne venire in mente nessun’altra, normalmente. Credo dunque che si tratti di un ammiccamento a Marlene. Questa ipotesi è avvalorata dalla dedica di una fotografia di Marlene: “Papa – te lo scrivo su una fotografia così che tu non lo possa perdere tanto facilmente. Ti amo senza riserve. Ciò esclude che mi possa arrabbiare, offendere, ecc. ecc. Comprende Plein Pourvoir [fornitura completa in francese] per te riguardo me stessa. E adesso come la mettiamo, signori?”.[10] Ed è anche confortata da una lettera a Marlene del settembre 1949, poco prima che finisse la stesura di Di là dal fiume:

“Daughter, cerca per favore di stare in contatto d’ora in avanti perché sto ultimando un libro che dovrebbe essere completo tra circa tre settimane. Penso che ti piacerà moltissimo. Se ne hai piacere ti darò una copia carbone del manoscritto. Tu ci sei dentro e non c’è dentro nessun altro perché è tutto inventato. Ma è inventato bene come so fare io.”.[11]

Evidentemente Ernest non è del tutto sincero con lei, ma credo che Marlene sia davvero presente, e non può essere che lì. L’episodio, ai capitoli 13 e 14, si stacca nettamente dal resto del romanzo, introdotto da un pretesto inverosimile: la cena a due dei capitoli 11 e 12 vede svuotarsi una bottiglia di Capri bianco, una di Valpolicella e due di champagne Roederer, senza che nessuno dei due accusi traccia di ebbrezza. Vino preceduto da tre Montgomery a testa all’Harry’s Bar, praticamente gin puro. Il pretesto narrativo vale a esaurire la scorta di champagne Roederer in fresco al piccolo ristorante del Gritti, fuori stagione turistica, per far comparire quella bottiglia di Perrier-Jouët, che accompagna la coppia in gondola. Un cambio di scena etilico, con un’altra Renata. Un cambio di scena che è anche occasione per un raffinatezza letteraria. Il capitolo 13 ha nelle prime righe una citazione dalla poesia La Tigre, dai Canti dell’Esperienza, di William Blake. Questo l’incipit del capitolo:

[Mia traduzione] Uscirono sull’imbarcadero dalla porta laterale dell’albergo, e il vento li investì. La luce proveniente dall’albergo splendeva sul nero della gondola e rivelava il verde dell’acqua. È bella come un buon cavallo o come una barca da corsa, pensò il colonnello. Perché non ho mai osservato prima una gondola? Quale occhio o mano ha foggiato una simile abbrunata armonia?

Ecco la prima strofa della poesia di Blake:

[Mia traduzione] Tigre! Tigre! che bruci luminosa

Nelle foreste della notte,

Quale occhio o mano immortale

Ha saputo foggiare la tua tremenda armonia?

La nera gondola è dapprima assimilata a un buon cavallo o a una barca da corsa, e si può supporre che il riferimento sia ancora alla bruna Adriana, che Ernest chiamava Great Black Horse, il Gran Cavallo Nero. Ma subito Hemingway passa alla citazione di Blake, evocando una luminosa tigre che brucia nelle foreste della notte. Sono convinto che la sua intenzione cambi alla biondissima Marlene, che brucia felina nel buio delle sale cinematografiche e nelle notturne foreste del desiderio maschile, lei che è un sex symbol per definizione: per due capitoli palpiterà sotto la mano rovinata del colonnello Cantwell, in una scena che trasmette al lettore una tensione erotica incompatibile con l’ancora segreta femminilità di una nobile diciottenne educata rigidamente nella religione cattolica, dedita a opere di carità e mai ancora innamorata, per quanto sia bella ed esuberante come Adriana.

La citazione di Blake non risulta colta da nessun critico o biografo, finora; tanto meno come cifra o messaggio in bottiglia. Nemmeno Adriana, che scrive poesia, ne parla mai. Marlene, avvisata con quel Tu ci sei dentro…, l’avrà colta sicuramente. Adriana avrà invece notato quell’elisabettiano dark-ed col trattino, di dark-ed symmetry, reso bisillabico dal trattino come fearful, perché proprio lei aveva spiegato a Ernest che nel XVII secolo la peste aveva messo a lutto le gondole, fino allora di diversi colori e riccamente ornate.[12]

E poi, così recita la penultima strofa de La Tigre:

[Mia traduzione] Al dardeggio delle stelle,

Che di lacrime rigavano il cielo,

Sorrise a vedere l’opera sua?

Lui che fece l’Agnello ha fatto anche te?

Chissà se, citando La Tigre per Marlene, Hemingway non avrà anche pensato ad Adriana in questa penultima strofa, e in quella che è la poesia sorella di Blake, cioè L’Agnello, nei Canti dell’Innocenza. Tigre e agnello, esperienza e innocenza…

Chi ti ha fatto, Agnellino?

Lo sai tu chi ti ha fatto?

* *  *

Nel capitolo 6, passando in motoscafo sul Canal Grande davanti alla Casetta Rossa di Gabriele d’Annunzio, il colonnello Cantwell esorta Jackson, il suo autista, a leggere il Notturno, l’opera che ha sicuramente influenzato e informato Hemingway nella scrittura del suo romanzo. Ebbene, nel Notturno troviamo la Sirenetta, figlia di D’Annunzio e di Maria Anguissola Gravina contessa di Ramacca, che prepara i cartigli, le strisce di carta sulle quali il Vate scrive una sola riga di testo per volta, costretto com’è al buio dalle bende in seguito a un incidente aereo.[13] La Sirenetta poi trascrive le strisce, con una funzione liberante la scrittura del padre simile a quella di Adriana sulla scrittura di Ernest. Il nome di battesimo della Sirenetta è Eva Renata Adriana! Hemingway non può non notare la coincidenza, che diventa ispirazione: l’archetipo della donna diventa la Renata del romanzo, che è poi la sua Adriana, il suo frutto proibito. Sia il Colonnello che Ernest chiamano rispettivamente Renata e Adriana Daughter, figlia. La citazione del Notturno è una testimonianza cifrata del debito a Gabriele d’Annunzio; testimonianza di gratitudine, e non solo, per Adriana. Citando il Notturno Hemingway consente al lettore di scoprire la chiave del mistero di quel nome, Renata.

Si può verificare che il Notturno ha una struttura molto vicina a quella di Di là dal fiume. Come dice Elena Ledda nella prefazione all’edizione Garzanti del libro di d’Annunzio, “…l’opera sembra fondata su una sorta di sovrapposizione fantastica e allucinatoria di tre piani temporali che vicendevolmente si scambiano: il presente della scrittura e della malattia, il passato recente degli episodi di guerra, il passato remoto dei ricordi d’infanzia […]. E pochi ma essenziali sono gli elementi attorno ai quali si sviluppa questa narrazione frammentata: la morte, la guerra, la cecità, la donna.”. Basta sostituire alla cecità la malattia cardiaca, e il canovaccio è identico. Oltre alla struttura, anche l’ambientazione è straordinariamente simile: d’Annunzio infermo lascia fluire i suoi ricordi di guerra, vita e morte steso sul letto della Casetta Rossa, il colonnello Cantwell prossimo a morire lascia scorrere pensieri simili steso su un letto del vicino[14] Hotel Gritti, nel sestiere di San Marco, a Venezia. E spesso parlano degli stessi campi di battaglia, sul Carso, sul Pasubio, nel Basso Piave; o di sorella Morte, che per Cantwell è Thanatos, il fratello del Sonno.

Non bastasse, è noto come il giovanissimo d’Annunzio fosse attratto dalle “gemme ereditarie”[15] delle nobildonne romane, e che lui stesso, nella maturità, fu destinatario del dono di smeraldi come talismani dalla sua compagna Eleonora Duse. Anche il Colonnello riceve smeraldi-talismano, gemme ereditarie, da Renata. Un dono troppo singolare per non essere ispirato alla biografia dannunziana.

Già nel 1985 la voce isolata della scomparsa Adeline Tintner[16] aveva rivelato molte delle coincidenze che riporto a proposito di d’Annunzio. Le mie concordi osservazioni valgono a confutare i paralleli tra Di là dal fiume e La morte a Venezia di Thomas Mann, affermati in particolare da Carlos Baker[17], per una più credibile ispirazione tutta italiana.

* *  *

In Di là dal fiume si decifra il grande amore italiano di Hemingway: la vicenda del colonnello e di Renata si apre e si chiude nel punto del primo incontro di Ernest e Adriana, le Quattro Strade di Latisana[18], oggi noto come l’incrocio di Pascotto, a cinquecento metri in linea d’aria dalla villa Ivancich di San Michele al Tagliamento.

La grande Buick del colonnello, proveniente da est, da Trieste, si materializza a Latisana nel punto dove era arrivata da nord, da Codroipo, la grande Buick di Ernest, e da lì, proseguendo verso Venezia, parte l’azione del romanzo, al capitolo 3:

[Mia traduzione] Fecero una curva e attraversarono il Tagliamento su un ponte provvisorio. C’era verde lungo gli argini e c’erano uomini a pescare lungo la riva opposta, dove l’acqua correva profonda. Stavano riparando il ponte saltato in un ringhio di martelli pneumatici, e settecento metri più in là si vedevano gli edifici sfondati e le dipendenze di quella che una volta era una villa costruita dal Longhena , ora distrutta, là dove i bombardieri medi avevano sganciato il loro carico.

L’ispirazione è chiarissima, la vicenda parte dal luogo dell’incontro di Ernest con Adriana: dall’ultimo lembo del Friuli il colonnello entra nel Veneto passando il Tagliamento, vede la villa distrutta di Renata e, tuffandosi lungo la strada nei ricordi di gioventù sul fronte del Piave e del Sile, entra per tre giorni nella sua vita, come in un sogno, che abbandona staccandosi dal Veneto alla fine del terzo giorno, alla fine della caccia in valle alle anatre, nelle botti.

La fine del sogno del colonnello è sullo sfondo di questo vostro territorio. Secondo la mia ricostruzione dei suoi immaginari spostamenti, dal casone di Valle Grande, a nord di Caorle, il colonnello accompagna sulla Buick il barone Alvarito (personaggio ispirato a Nanuk Franchetti) alla casa padronale di San Gaetano, a tre chilometri e mezzo di distanza; poi, passando per Sindacale e Lugugnana, raggiunge a San Michele la statale 14 per Trieste. Nei capitoli 43-44 di Di là dal fiume c’è una sovrapposizione di immagini: è la casa padronale di San Gaetano quella che corrisponde alla distanza di sicurezza indicata dal colonnello (6 miglia, 10 chilometri dagli obiettivi militari più vicini); si trova infatti a circa sedici chilometri sia dalla stazione di Portogruaro che dai ponti sul Tagliamento, ma è ancora la villa bombardata di San Michele a corrispondere alla descrizione del libro, essendo “appena a monte” di Latisana (just above[19]) se facciamo riferimento al centro della città, il campanile del duomo, e al corso del fiume.

Una sovrapposizione e una regressione temporale, secondo quella che è la mia convinzione: la villa è descritta con grandi cancelli e il vialetto inghiaiato, com’era prima che arrivassero i bombardieri alleati. La guerra è rimossa, per rimuoverne le sciagure e gli effetti, per l’ideale epilogo con la donna della sua vita, nella sua casa.

È da lì che Cantwell può riprendere immediatamente la strada per Trieste. Ripassa il Tagliamento, entra in Latisana, arriva alle Quattro Strade e fa svoltare a sinistra verso nord, verso Codroipo, sulla strada che aveva portato Ernest da Adriana, “la vecchia strada che conosceva tanto bene” (the old road that he knew so well[20]):

‘Gira a sinistra,’ disse il colonnello.

‘Non è la strada per Trieste, signore,’ disse Jackson.

Vanno verso Codroipo. Senza un’apparente ragione, il colonnello cita una frase del generale confederato Stonewall Jackson, quella che dà il titolo al libro:

“No, no, attraversiamo il fiume e andiamo a riposarci all’ombra degli alberi.”[21]

È una citazione di comodo, uno specchietto per i lettori-allodola, perché non leggano il messaggio per Adriana. Il fiume c’è davvero, è il Tagliamento, e oltre il Tagliamento, tra gli alberi, c’è la villa di Renata, il riposo proibito. Il colonnello fa fermare l’auto, si trasferisce sul sedile posteriore della grande Buick, dove c’è il ritratto di Renata, e muore. Il trasferimento al sedile posteriore segue la citazione, gli fa raggiungere Renata in immagine e l’immaginata ombra degli alberi oltre il fiume.

Poco dopo Jackson inverte la marcia, … facing south toward the road juncture that would put him on the highway that led to Trieste[22] […fronte a sud verso il crocevia che l’avrebbe messo sulla statale che portava a Trieste… mia traduzione]

Le Quattro Strade, “the road juncture”. Non junction o intersection o crossing, ma juncture, che secondo la definizione del New Oxford American Dictionary non è un incrocio ma “a particular point in events or time”. Il punto particolare, la chiave del romanzo e della vita dell’autore. Il crocevia, dove la storia era cominciata, vede così il ritorno da Codroipo della grande Buick, come se potesse cominciare una nuova desiderata storia. E forse avrebbe potuto, nel settembre del 1950, all’epoca dell’uscita di Across the River. Adriana stava per imbarcarsi sulla nave che l’avrebbe portata da lui, a Cuba, il 27 ottobre. Lo scandalo scoppiato in Italia proprio in seguito alla pubblicazione di Across the River l’avrebbe fatta andar via il 7 febbraio 1951. Ernest e Adriana si sarebbero rivisti solo nel 1954, a Venezia, a Percoto e a Nervi. Ma Adriana sarebbe rimasta nel cuore di Ernest fino alla morte, e oltre.

Copertina edizione tedesca Across the River

Una piccola “visione” personale: la copertina dell’edizione tedesca di Across the River, disegnata da Adriana, ha due gelsi in primo piano, il piccolo teso verso il grande, forse una donna e un uomo, sullo sfondo della laguna dove è rimasto solo il campanile di Torcello sulla sua isola. Laguna come tempio, esseri umani trasformati in gelsi come in un mito greco, nella tensione a un abbraccio impossibile…

* *  *

Poche, le poesie di Hemingway. Una tra le più lunghe, rivelatrice, l’ha scritta per Adriana quando ha capito di dover rinunciare a lei. È l’ottantasettesima delle 88 poesie tradotte per Mondadori da Vincenzo Mantovani che, fuorviato da alcune arbitrarie note di Nicholas Gerogiannis alla raccolta originale e dalle chiacchiere sempre nell’aria, l’ha completamente travisata, scambiando l’annuncio della stesura del capolavoro di Ernest, Il vecchio e il mare, per lo sbrigativo congedo a una ninfetta italiana…

Lines to a Girl 5 Days After Her 21st Birthday (Versi a una ragazza per 5 giorni dopo, il 21° compleanno, come se all’originale mancasse una virgola, secondo una mia personale interpretazione) è una poesia rigorosamente autobiografica, che riverbera la condizione creativa ed emozionale di Ernest e Adriana al culmine del soggiorno cubano di Adriana, a cavallo tra il 1950 e il 1951. Il titolo è stato tradotto Versi per una ragazza 5 giorni dopo il suo 21esimo compleanno. La poesia però è stata scritta prima del compleanno, il 30 o il 31 dicembre 1950, in coerenza con la data dell’originale, perché Adriana compì il suo 21° anno il 4 gennaio del 1951. Già allora erano giunte a Cuba notizie dello scandalo sollevato in Italia dalla pubblicazione di Across the River, sebbene ancora non tradotto in italiano. Le malelingue, in particolar modo veneziane, avevano riconosciuto in Adriana la Renata che nel romanzo faceva l’amore in gondola con l’attempato colonnello Cantwell, evidente alter ego di Ernest. Hemingway non aveva fatto molto per impedire un simile equivoco, conseguenza di un celato cameo di Marlene Dietrich nel romanzo, una dedica in ricordo del flirt che aveva avuto con lei a bordo del Paris, ricordato prima. Ne avrebbe portato il rimorso fino alla tomba.

Diversamente dalle altre poesie di Hemingway, in questa tutte le parole del primo verso hanno l’iniziale maiuscola: Ernest non scrive mai nulla a caso, e le maiuscole devono portare un significato. Potrebbero segnalare al lettore che si tratta appunto di una poesia diversa dalle precedenti, una poesia che segna un inizio, un po’ come i capilettera degli antichi testi miniati; e potrebbero essere un richiamo alle fatidiche Quattro Strade e alla Quarta Dimensione creativa di Ernest. Le quattro iniziali formano inoltre l’acronimo BTTP, Back To The Past, ritorno al passato, spesso accennato in tutta l’opera dedicata ad Adriana, a partire da Across the River. Anche i titoli di Across the River and Into the Trees e The Old Man and the Sea portano quattro iniziali maiuscole.

La composizione apre sull’imminente e amaro ritorno a Venezia di Adriana, poi accenna ai suoi maligni coetanei perditempo, giovani brocchi che crescono a fieno nelle stalle, mentre lei, spirito aperto (che Ernest chiama il Gran Cavallo Nero), corre libera sui prati. Di seguito Ernest invita la ragazza a rivivere il tempo dell’armonia a Venezia e in laguna e, nella chiusa, si sostituisce ad Adriana per stimolare se stesso a scrivere l’opera più bella, quella che ora può scrivere, forte della carica d’amore e dolore. Ecco la poesia come potrebbe essere diversamente tradotta. La voce di Adriana è sottolineata:

Back To The Palace
And home to a stone
She travels the fastest
Who travels alone
Back to the pasture
And home to a bone
She travels the fastest
Who travels alone –
Back to all nothing
And back to alone
She travels the fastest
Who travels alone
But never worry, gentlemen
Because there’s Harry’s Bar
Afderas on The Lido
In a low slung yellow car
Europeo’s publishing
Mondadori doesn’t pay
Hate your friends
Love all false things
Some colts are fed on hay
Wake up in the mornings
Venice still is there
Pigeons meet and beg and breed
Where no sun lights the square.
The things that we have loved are in the gray lagoon
All the stones we walked on
Walk on them alone
Live alone and like it
Like it for a day
But I will not be alone, angrily she said.
Only in your heart, he said. Only in your head.
But I love to be alone, angrily she said.
Yes, I know, he answered
Yes I know, he said.
But I will be the best one. I will lead the pack.
Sure, of course, I know you will. You have a right to be.
Come back some time and tell me. Come back so I can see.
You and all your troubles. How hard you work each day.
Yes I know he answered.
Please do it your own way.
Do it in the mornings when your mind is cold
Do it in the evenings when everything is sold.
Do it in the springtime when springtime isn’t there
Do it in the winter
We know winter well
Do it on very hot days
Try doing it in hell.
Trade bed for a pencil
Trade sorrow for a page
No work it out your own way
Have good luck at your age.
         Finca Vigía, Cuba, December 1950
Di Ritorno Al Palazzo
Con una pietra sul cuore
Va come il vento
Chi viaggia da sola
Di ritorno sui prati
Col gelo nel cuore
Va come il vento
Chi viaggia da sola –
Di ritorno al gran nulla
Di nuovo da sola
Va come il vento
Chi viaggia da sola
Ma niente paura, signori
Che c’è l’Harry’s Bar
Le Afdere al Lido
Fiondate su spider gialle
L’Europeo pubblica, pubblica
Mondadori non paga
Odiate gli amici
Amate tutte le falsità
Qualcuno cresce a fieno da puledro
Si sveglia al mattino
Venezia è sempre là
Con i piccioni che accattano in frotta e fan razza
Dove non c’è sole a schiarare la piazza.
Quel che abbiamo amato è nella laguna grigia
Cammina da sola
Su tutte le pietre che abbiamo calcato
Vivi da sola e fa’ che ti piaccia
Che ti piaccia per quel giorno
Ma non sarò sola, disse in collera.
Soltanto nel cuore, disse lui. Nella testa.
Lo sai che mi piace star sola, disse in collera.
Sì, la risposta, lo so
Sì lo so, disse lui.
Sarò la migliore, però. La prima del branco.
Certo che sì, lo sarai. Di diritto.
Torna a raccontarmi, una volta. Torna, fatti vedere.
Con tutti i tuoi guai. Com’è duro il lavoro tuo d’ogni giorno.
Sì, la risposta, lo so.
Ti prego fallo come sai.
Fallo al mattino a mente fresca.
Fallo di sera quando tutto è sistemato.
Fallo in primavera quando la primavera non c’è
Fallo d’inverno
Lo conosciamo bene l’inverno
Fallo in canicola
Cerca di farlo all’inferno.
Il letto cambialo con una matita
Cambia il dolore in un foglio
No, dagli la forma che sai
E buona fortuna con l’età che hai.
 
    Traduzione di Piero Ambrogio Pozzi

Il Palazzo del primo verso (Back To The Palace) non è, a differenza dall’interpretazione attestata per Palace, l’albergo Gritti Palace. È invece la dimora del “ramo veneziano della famiglia”[23] – come Ernest definiva gli Ivancich – ora Palazzo Rota-Ivancich, in calle del Rimedio, a due passi da Piazza San Marco.

Il secondo verso (And home to a stone) non può essere inteso come nella versione italiana (Tra le lenzuola), se non con l’intenzione di associare una allusione lasciva all’arbitraria interpretazione di Palace per Albergo. Tutta la traduzione mondadoriana corrente è una successione di invenzioni, errori, cambi di genere e numero che sembrano soltanto scelte per compiacere il gossip.

Quei due versi che ritornano, Va come il vento / Chi viaggia da sola, sono una citazione al femminile da una poesia di Rudyard Kipling, I vincitori (He travels the fastest / Who travels alone), per consolare Adriana nell’imminente separazione: la sua creativa intelligenza avrà campo libero verso il successo. Con la poesia per la maggior età di Adriana, Ernest rinnova il dono per il Natale del 1950 appena trascorso, una moneta d’oro messicana con impressa una Vittoria alata. Assieme, un augurio e una profezia: la scrittura de Il vecchio e il mare, con quel protagonista, Santiago, specchio dell’innocenza e della semplicità di Adriana, avrebbe portato entrambi alla vittoria del Premio Nobel, due anni più tardi. Lui lo scrittore, lei la musa e autrice della straordinaria copertina dove il mare di Cuba si fonde col cielo. Quel libro è il capolavoro espresso dalla White Tower Incorporated, la società Torre Bianca, il cui statuto firmato col sangue da Ernest, Adriana e Gianfranco, fratello maggiore di Adriana e amico fraterno di Ernest, è sepolto in una bottiglia nel giardino della Finca, presso la Torre Bianca della ragione sociale. La Torre Bianca, la turris eburnea priva di telefono dove Ernest e Adriana si isolavano su piani diversi, a scrivere e disegnare nella loro quarta dimensione.

Alla quarta dimensione, rivelata da Ernest a Gianfranco, e da lui ricordata nel suo libro Da una felice Cuba a Ketchum[24], appartengono le opere di Ernest e di Adriana, create trasfigurandosi in una esistenza parallela, dove non corrono distanze. Questo è uno dei concetti chiave affrontati nel mio e-book Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana, che il Comune di San Michele ha voluto stampare su carta perché restasse nel patrimonio del vostro territorio: un saggio che ho scritto sulla traccia del libro di Adriana La Torre Bianca, basandomi su nuove traduzioni di Hemingway e su tutte le fonti verificate che ho reperito nell’arco degli anni 2003-2016.

Il titolo ha un’origine precisa, spiegata nel capitolo omonimo della Torre Bianca. Adriana aveva raccolto le sue poesie in un libro, da pubblicare nella prestigiosa collana Lo Specchio di Mondadori, e aveva chiesto a Ernest di suggerirle un titolo per quel libro. In una lettera, tra le centinaia che Ernest scrisse ad Adriana, ne arrivò una lunga lista. Una delle ultime proposte, nella lista, era Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana.

Le proposte ricambiavano un altro aiuto dalla socia, il disegno per la copertina di The Old Man and the Sea. Nelle parole di Adriana ed Ernest, dalla Torre Bianca:

Eppure non era stato difficile creare quella copertina. Avevo soltanto riprodotto quello che avevo visto quel giorno con Papa, quando avevamo guardato l’Oceano insieme. Il villaggio di pescatori sulla baia di Cojimar e l’azzurro del mare che all’orizzonte si confondeva e univa con l’azzurro del cielo così da sembrare senza confini e in quella solitudine azzurra da qualche parte, lontano, c’era il Vecchio ma non lo si vedeva.

Non era tanto importante vedere con gli occhi, quanto guardare con il cuore. Guardare in alto, le cose dello spirito senza però perdere di vista la realtà di quaggiù. Guardare il cielo e la terra. Sì, ecco il titolo per il mio libro: “Ho guardato il cielo e la terra”.

Anche “Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana” era un buon titolo, avevo pensato. Ma più adatto per un romanzo che per delle poesie. Sarebbe il giusto titolo per la nostra storia, partner, per quella storia che non scriverò mai, perché nessuno vi crederebbe: “Qualcuno penserà questo e qualcuno penserà quello e soltanto tu e io sapremo e saremo morti.” [25]

Ad Adriana io ho creduto e mi sono fidato anche di Ernest. Ho cercato nei loro scritti: quella storia si è lasciata trovare e l’ho restituita alla luce, col suo giusto titolo. Ora possiamo tutti saperne qualcosa.

[1] Lettera del 2 marzo 1961 a A.E. Hotchner, in Dear Papa, Dear Hotch, The Correspondence of Ernest Hemingway and A.E. Hotchner. Columbia, Missouri: University of Missouri Press (2005): 308.

[2] Lajolo, Davide. Il “vizio assurdo”, storia di Cesare Pavese. Milano: Il Saggiatore (1960).

[3] Pivano, Fernanda. Leggende americane. Milano: Bompiani (2011): 39.

[4] «Crazy for you». Hemingway e Mondadori, «Publishing all your works»: i contratti, QB, rivista online della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, n. 14, Marzo 2011.

http://www.fondazionemondadori.it/qb/article.php?issue_id=53&article_id=250

[5] Pivano, Fernanda. Leggende americane. Cit.: 40.

[6] Pivano, Fernanda. Leggende americane. Cit.: 40.

[7] http://www.fondazionemondadori.it/qb/download.php?attachment_id=1236.

[8] Per esempio tear per year, haired per eyed, beside per besides, e interi versi fraintesi. V. tesi di Iuri Moscardi citata nel testo.

[9] Lettera del 2 aprile 1945 al Colonnello Charles T. Lanham. Hemingway, Ernest. Selected Letters 1917-1961, edited by Carlos Baker. London: Panther Books (1985): 580-581. Hendrickson, Paul. Hemingway’s Boat: Everything He Loved in Life, and Lost, 1934-1961. London: The Bodley Head. (2012): 25-26.

[10] Lettera dell’11 settembre 1950 al Generale Charles T. Lanham. Hemingway, Ernest. Selected Letters 1917-1961. Cit.: 716. Si noti che Hemingway amava usare la frase “How do you like it now, Gentlemen?” nelle occasioni più disparate, senza spiegarne il significato né l’origine. La frase è presente nella parodia del 1671 The Rehearsal, del secondo Duca di Buckingham, George Villiers.

[11] Lettera del 26 settembre 1949. Hemingway, Ernest. Selected Letters 1917-1961. Cit.: 677.

[12] Ivancich Biaggini, Adriana. La Torre Bianca. Milano: Mondadori (1980): 40.

[13] D’Annunzio, Gabriele. Notturno. Milano: Garzanti Editore (1995): cfr. nota 3 a p. 5.

[14] 150 metri, sulla stessa riva del Canal Grande, di fronte alla Ca’ Venier dei Leoni (Museo Guggenheim) e a Ca’ Dario.

[15] Cfr. gli enormi smeraldi di Donna Isotta Cellesi, in d’Annunzio, Gabriele. Il piacere. Milano: Garzanti Editore (2007): Libro Primo, 5.

[16] Tintner, Adeline R. “The Significance of D’Annunzio in Across the River and into the Trees.” Hemingway Review 5.1 (Fall 1985): 9-13.

[17] Baker, Carlos. Hemingway: The Writer as Artist. Princeton: Princeton UP (1972): 267.

[18] Ivancich Biaggini, Adriana. La Torre Bianca. Cit.: 7. Identifico le Quattro Strade nell’attuale Piazzale Osoppo, all’incrocio di Via Vittorio Veneto, Via Egregis Gaspari, Via Guglielmo Marconi e Via Vendramin.

[19] Hemingway, Ernest. Across the River and Into the Trees, Arrow Books. London (1994): 220.

[20] Hemingway, Ernest. Across the River and Into the Trees. Cit.: 223.

[21] Hemingway, Ernest. Across the River and Into the Trees. Cit.: 224.

[22] Hemingway, Ernest. Across the River and Into the Trees. Cit.: 225.

[23] Lettera del 3 luglio 1956 ad Harvey Breit. Hemingway, Ernest. Selected Letters 1917-1961. Cit.: 861.

[24] Ivancich, Gianfranco. Da una felice Cuba a Ketchum, Edizioni della Laguna, Mariano del Friuli (2008): 120.

[25] Ivancich Biaggini, Adriana. La Torre Bianca. Cit.: 292.

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