Fredo delle pigne

abeti rossiFredo delle pigne

C’era una volta, e c’è ancora, una grande foresta. Una bellissima foresta di abeti rossi, tutti perfettamente diritti e con i rami disposti regolarmente. Al tempo della nostra storia la foresta era protetta dalle severe leggi della Serenissima Repubblica di Venezia. I preziosi abeti potevano essere abbattuti soltanto per l’Arsenale della Serenissima, dove erano utilizzati per costruire maestosi vascelli, che portavano la bandiera di San Marco negli angoli più lontani del mondo.

Per far rispettare le leggi, guardie a cavallo percorrevano tutti i giorni i sentieri della foresta, ed erano guai grossi per i malcapitati che si facevano sorprendere ad abbattere un albero: erano subito frustati nella piazza del paese che sorgeva lungo il fiume, all’ingresso della valle. Chi era sorpreso per la seconda volta finiva sulla forca, senza possibilità di grazia.

Nella foresta dunque vivevano soltanto i boscaioli dell’Arsenale e pochissime altre persone. Una di queste era Alfredo, che era chiamato “Fredo delle pigne” a causa di una sua curiosa occupazione, nota a tutti ma per tutti inspiegabile. Fredo raccoglieva le pigne degli abeti, con gran cura e seguendo segretissimi criteri, ma nessuno aveva mai capito che cosa ne facesse. Il terzo giorno di ogni mese, all’alba, usciva dalla sua vecchia baita al centro della foresta e si incamminava in una direzione sempre diversa, portando con sé un bastone, una gerla e un sacco. Tornava al tramonto e, chissà perché, la gerla e il sacco erano sempre vuoti.

Il capitano delle guardie sospettava che Fredo tagliasse illegalmente gli alberi, anzi, ne era sicuro, ma non era mai riuscito a sorprenderlo con l’ascia in mano, e tutti gli alberi vicini al luogo dell’incontro erano sempre belli e sani. Il povero capitano soffriva di questo, anzi, gli era perfino venuta un’ulcera allo stomaco per la rabbia, e così un giorno decise che l’avrebbe seguito in tutti i suoi movimenti, a costo di scoppiare.

Il nostro, anche se ruvido e sospettoso, era un capitano in gamba, e conosceva tutti i trucchi per passare inosservato. Il giorno che partì sulle tracce di Fredo, era vestito con una divisa color del bosco, aveva scarpe di pezza e si era strofinato la faccia col succo di certe bacche che tingevano tutto di marrone.

All’alba Fredo uscì dalla baita, puntò a terra il bastone verticalmente e osservò la direzione dell’ombra. Esitò un poco, pensieroso come se facesse mentalmente dei calcoli, e poi partì risolutamente, costringendo il povero capitano a correre affannosamente da un albero all’altro, sempre in punta di piedi come i gatti. Ma Fredo non sospettava di nessuno, e badava solo a tenere costante la direzione di partenza. Camminò per tre ore ininterrottamente, quindi si fermò, bevve dalla sua fiasca e mangiò la polenta fredda e il formaggio che aveva con sé. Il capitano, ansimante come un cane, poté finalmente dissetarsi e riposare un po’, poi si mise all’agguato, scrutando se arrivasse qualche complice… ma non succedeva niente.

Il Fredo aveva estratto il sacco dalla gerla e raccoglieva le pigne, scegliendole con gran cura, soppesandole e misurandole con una forcella di legno, e mettendo nel sacco soltanto quelle assolutamente perfette. Dopo un’ora e mezza il sacco era pieno. Fredo bevve ancora un po’ d’acqua e si mise di nuovo in cammino, questa volta più lentamente, sotto il peso delle pigne. Il capitano lo seguiva ora con maggior facilità, e con minori precauzioni, perché sapeva che Fredo non avrebbe potuto girarsi di scatto. Sembrava che la direzione fosse quella per la baita, e invece, cammina, cammina, cammina… arrivato sotto l’albero più grande e antico della foresta, Fredo gli girò intorno tre volte all’indietro, scandendo sui suoi passi la formula magica “Mago-Mero-Maga-Nella, pigne-per-la-catenella… Maga-Nella-Mago-Mero, n’ho-portato-un-sacco-intero!”

“Ssschiantachetincantaaa!”

Sotto gli occhi dell’esterrefatto capitano, il maestoso abete si aprì scricchiolando, rivelando il gran castello bianco di Mago Mero e Maga Nella, che non trasformavano il piombo in oro né avvelenavano le mele, come fanno di solito maghi e streghe, ma invece…

…Mago Mero costruiva dei preziosi orologi con la carica a pigne (che dovevano essere assolutamente dello stesso peso e dimensione) e con uccellini articolati che cantavano le ore e cinguettavano i quarti. Maga Nella dava agli uccellini meccanici ogni volta una voce diversa, che soltanto lei sapeva riprodurre, dopo aver ascoltato nell’incanto dell’alba di ogni mattino le melodie delle creature della foresta, perdendosi nella loro dolcezza e commuovendosi fino alle lacrime.

Da tempo immemorabile Mago Mero e Maga Nella costruivano gli orologi, che regalavano ai re buoni, ai poeti e ai musicisti. Uno, piccolino, l’avevano regalato anche a Fredo, in segno di gratitudine. L’orologio di Fredo fu poi rubato e venduto a un artigiano della Foresta Nera, che cercò di riprodurlo, riuscendo a farlo funzionare solo con pigne di ferro (pigne come quelle di Fredo erano introvabili) e con cigolanti uccellini che riuscivano solo a fare “cucù, cucù…”. Una ben misera cosa, eppure la Foresta Nera è diventata famosa per quegli orologi.

La nostra foresta non è famosa (io lo so dov’è e come si chiama, ma non ve lo posso dire), non è famosa ma è unica al mondo. Il capitano, chiederete voi? Ebbene, il capitano era un soldato, e aveva giurato di proteggere la foresta. Commosso dalla rivelazione prodigiosa, da allora lasciò in pace Fredo e, per tener fede al suo giuramento, non fece mai parola con nessuno di quel che aveva visto e sentito, portando il suo segreto nella tomba dopo una vita lunga e onorata.

Nella foresta dei bellissimi abeti rossi, Mago Mero e Maga Nella vissero, vivono e vivranno sempre felici e contenti.

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