La leggenda dell’Albatro

La leggenda dell’Albatro

C’era una volta l’Oceano. Nell’acqua la vita pulsava, guizzava, fremeva; migliaia di creature popolavano le onde e le profondità dell’abisso, molte più di quelle che sopravvivono ai nostri giorni, decimate dalla pesca spietata e dall’inquinamento. Nel cielo sopra l’Oceano non si scorgeva nulla, solo nubi, cumuli altissimi, strati che sembravano velare la luna e le stelle, cirri che si inseguivano da una estremità all’altra del vastissimo orizzonte. E lui, il maestoso Albatro, signore del vento e delle tempeste.

L’uomo non aveva ancora imparato a navigare, quindi nulla galleggiava sulla vastità dell’Oceano, nulla su cui posarsi, e nessun uccello poteva avventurarsi lontano dalla terraferma, senza rischiare di non far più ritorno. Nessuno, tranne l’Albatro, perché l’Albatro non era un uccello.

Nel cuore dell’Asia viveva un popolo felice, un popolo di nomadi senza re, senza leggi e senza tribunali, che si sostenevano con la caccia e con la pastorizia, vagando nelle vaste terre comprese tra il deserto dell’ovest e le altissime montagne dell’est, tra le foreste del nord e l’Oceano del sud. Non conoscevano la scrittura e non sapevano quindi leggere: le loro storie erano narrate dagli anziani davanti ai fuochi che restavano accesi per tutta la notte, quando le tribù migranti si incontravano. Era un popolo di giovani che sapevano ascoltare i vecchi, e tutti, giovani e vecchi, rispettavano le leggi non scritte della lealtà e dell’onestà.

In una di queste tribù viveva una ragazza, di nome Alina, bella e semplice, che si occupava modestamente di tutte le faccende che la madre e il padre le assegnavano. Alina amava la solitudine, e talvolta si allontanava dall’accampamento per ascoltare indisturbata i suoni e le voci della natura, per contemplare i colori della steppa e della foresta. Alina tesseva straordinari tappeti, riproducendo un mondo che lei soltanto sapeva riconoscere. Amava anche ascoltare le storie degli anziani, e sognava di incontrare, un giorno, un uomo come quelli che sentiva esaltare nelle incantate notti di veglia attorno al fuoco.

L’uomo a lei destinato dalla sorte si chiamava Omar e, come lei, amava ascoltare le antiche storie, alle quali si entusiasmava. Tanto che, quando le veglie finivano e la gente si ritirava nelle tende, prendeva a correre intorno, immaginando di cavalcare chissà quali focosi destrieri, finché, spossato, si lasciava cadere sull’erba, e spalancava gli occhi per vedere quante più stelle poteva. Si immaginava allora di incontrare, un giorno, una donna che avesse negli occhi la luce delle stelle.

Un giorno, le tribù di Omar e Alina si incontrarono a Samarcanda, che allora era solo un mercato di cavalli, tappeti e sale. Alina con la madre portò i suoi tappeti al mercato, Omar con suo padre due puledri nati l’anno prima. Mentre tappeti e puledri cambiavano padrone, con animatissime e lunghe discussioni, Omar e Alina restarono a guardarsi per tutto il tempo.

Da due anni imperversava la siccità, e l’acqua, solitamente abbondante, nell’ultimo mese era quasi scomparsa. Le poche sorgenti non disseccate erano ormai contese tra le varie tribù: l’odio nasceva anche tra quella gente pacifica. Le tribù di Omar e Alina diventarono nemiche nel volgere di pochi giorni, mentre i due giovani, che sembravano vivere in altro mondo, si innamoravano.

Omar voleva presentarsi al padre di Alina per chiederla in sposa ma, appena ne ebbe parlato in famiglia, incontrò una fierissima opposizione. Gli fu proibito di rivedere Alina, come ad Alina fu negata ogni possibilità di incontrare nuovamente Omar. A quel tempo nessuno osava sfidare l’autorità degli anziani, ma Omar e Alina erano così innamorati che decisero, guidati dal destino, di fuggire verso sud, verso il sole, verso l’Oceano. I due giovani si incontrarono in un boschetto di acacie. Alina era fuggita a piedi, Omar sul grande cavallo grigio che aveva avuto in dono per i suoi sedici anni, l’età virile. Il tempo di stringersi forte, poi si accorsero di essere inseguiti dai parenti. Omar balzò a cavallo, prese Alina tra le braccia e spronò. Cavalcarono ininterrottamente per tre giorni e tre notti, fino a sperare di non essere più raggiunti, ma il generoso cavallo grigio, sfinito, in vista dell’Oceano crollò a terra e morì. Omar e Alina si presero per mano e continuarono la corsa verso l’azzurro orizzonte, mentre gli inseguitori si facevano più vicini.

Giunsero infine sull’alta scogliera, ansimanti e disperati. Omar volse le spalle alla terra, all’odio che lo inseguiva, e aprì le braccia verso l’Oceano, gridando la sua disperazione. Alina lo abbracciava strettamente, guardando muta sopra la sua spalla i parenti inferociti che accorrevano per bastonarli e lapidarli. Nessuno dei due giovani aveva paura, assieme avrebbero accettato tutto.

L’Oceano ascoltò commosso l’invocazione di Omar, ammirò il disperato amore di Alina, e… quando gli inseguitori arrivarono a cento passi dalla scogliera, furono costretti a fermarsi da un grande prodigio, che avveniva sotto i loro occhi. Alina e Omar diventarono lentamente un corpo solo, le loro anime si fusero, le braccia aperte di Omar si ricoprirono di bianche penne: nasceva l’Albatro che, con un grido altissimo, si sollevò velocemente nel vento, con ali tanto grandi da poter volare senza muoverle. Quando la sua ombra raggiunse gli uomini che guardavano a bocca aperta, l’Albatro inclinò lievemente le ali, e fu spinto maestosamente dal vento verso l’Oceano, che l’aveva creato, portando l’amore dei due ragazzi verso l’unione eterna.

Non fu il solo prodigio: le due tribù, vinte dal dolore e dal rimorso, si rappacificarono. La storia dell’Albatro è ancora narrata dagli anziani, nelle veglie notturne intorno al fuoco, in qualche parte delle terre dell’Asia, tra nord e sud, tra est e ovest.

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