La leggenda dell’Albatro

La leggenda dell’Albatro

C’era una volta l’Oceano. Nell’acqua la vita pulsava, guizzava, fremeva; migliaia di creature popolavano le onde e le profondità dell’abisso, molte più di quelle che sopravvivono ai nostri giorni, decimate dalla pesca spietata e dall’inquinamento. Nel cielo sopra l’Oceano non si scorgeva nulla, solo nubi, cumuli altissimi, strati che sembravano velare la luna e le stelle, cirri che si inseguivano da una estremità all’altra del vastissimo orizzonte. E lui, il maestoso Albatro, signore del vento e delle tempeste.

L’uomo non aveva ancora imparato a navigare, quindi nulla galleggiava sulla vastità dell’Oceano, nulla su cui posarsi, e nessun uccello poteva avventurarsi lontano dalla terraferma, senza rischiare di non far più ritorno. Nessuno, tranne l’Albatro, perché l’Albatro non era un uccello.

Nel cuore dell’Asia viveva un popolo felice, un popolo di nomadi senza re, senza leggi e senza tribunali, che si sostenevano con la caccia e con la pastorizia, vagando nelle vaste terre comprese tra il deserto dell’ovest e le altissime montagne dell’est, tra le foreste del nord e l’Oceano del sud. Non conoscevano la scrittura e non sapevano quindi leggere: le loro storie erano narrate dagli anziani davanti ai fuochi che restavano accesi per tutta la notte, quando le tribù migranti si incontravano. Era un popolo di giovani che sapevano ascoltare i vecchi, e tutti, giovani e vecchi, rispettavano le leggi non scritte della lealtà e dell’onestà.

In una di queste tribù viveva una ragazza, di nome Alina, bella e semplice, che si occupava modestamente di tutte le faccende che la madre e il padre le assegnavano. Alina amava la solitudine, e talvolta si allontanava dall’accampamento per ascoltare indisturbata i suoni e le voci della natura, per contemplare i colori della steppa e della foresta. Alina tesseva straordinari tappeti, riproducendo un mondo che lei soltanto sapeva riconoscere. Amava anche ascoltare le storie degli anziani, e sognava di incontrare, un giorno, un uomo come quelli che sentiva esaltare nelle incantate notti di veglia attorno al fuoco.

L’uomo a lei destinato dalla sorte si chiamava Omar e, come lei, amava ascoltare le antiche storie, alle quali si entusiasmava. Tanto che, quando le veglie finivano e la gente si ritirava nelle tende, prendeva a correre intorno, immaginando di cavalcare chissà quali focosi destrieri, finché, spossato, si lasciava cadere sull’erba, e spalancava gli occhi per vedere quante più stelle poteva. Si immaginava allora di incontrare, un giorno, una donna che avesse negli occhi la luce delle stelle.

Un giorno, le tribù di Omar e Alina si incontrarono a Samarcanda, che allora era solo un mercato di cavalli, tappeti e sale. Alina con la madre portò i suoi tappeti al mercato, Omar con suo padre due puledri nati l’anno prima. Mentre tappeti e puledri cambiavano padrone, con animatissime e lunghe discussioni, Omar e Alina restarono a guardarsi per tutto il tempo.

Da due anni imperversava la siccità, e l’acqua, solitamente abbondante, nell’ultimo mese era quasi scomparsa. Le poche sorgenti non disseccate erano ormai contese tra le varie tribù: l’odio nasceva anche tra quella gente pacifica. Le tribù di Omar e Alina diventarono nemiche nel volgere di pochi giorni, mentre i due giovani, che sembravano vivere in altro mondo, si innamoravano.

Omar voleva presentarsi al padre di Alina per chiederla in sposa ma, appena ne ebbe parlato in famiglia, incontrò una fierissima opposizione. Gli fu proibito di rivedere Alina, come ad Alina fu negata ogni possibilità di incontrare nuovamente Omar. A quel tempo nessuno osava sfidare l’autorità degli anziani, ma Omar e Alina erano così innamorati che decisero, guidati dal destino, di fuggire verso sud, verso il sole, verso l’Oceano. I due giovani si incontrarono in un boschetto di acacie. Alina era fuggita a piedi, Omar sul grande cavallo grigio che aveva avuto in dono per i suoi sedici anni, l’età virile. Il tempo di stringersi forte, poi si accorsero di essere inseguiti dai parenti. Omar balzò a cavallo, prese Alina tra le braccia e spronò. Cavalcarono ininterrottamente per tre giorni e tre notti, fino a sperare di non essere più raggiunti, ma il generoso cavallo grigio, sfinito, in vista dell’Oceano crollò a terra e morì. Omar e Alina si presero per mano e continuarono la corsa verso l’azzurro orizzonte, mentre gli inseguitori si facevano più vicini.

Giunsero infine sull’alta scogliera, ansimanti e disperati. Omar volse le spalle alla terra, all’odio che lo inseguiva, e aprì le braccia verso l’Oceano, gridando la sua disperazione. Alina lo abbracciava strettamente, guardando muta sopra la sua spalla i parenti inferociti che accorrevano per bastonarli e lapidarli. Nessuno dei due giovani aveva paura, assieme avrebbero accettato tutto.

L’Oceano ascoltò commosso l’invocazione di Omar, ammirò il disperato amore di Alina, e… quando gli inseguitori arrivarono a cento passi dalla scogliera, furono costretti a fermarsi da un grande prodigio, che avveniva sotto i loro occhi. Alina e Omar diventarono lentamente un corpo solo, le loro anime si fusero, le braccia aperte di Omar si ricoprirono di bianche penne: nasceva l’Albatro che, con un grido altissimo, si sollevò velocemente nel vento, con ali tanto grandi da poter volare senza muoverle. Quando la sua ombra raggiunse gli uomini che guardavano a bocca aperta, l’Albatro inclinò lievemente le ali, e fu spinto maestosamente dal vento verso l’Oceano, che l’aveva creato, portando l’amore dei due ragazzi verso l’unione eterna.

Non fu il solo prodigio: le due tribù, vinte dal dolore e dal rimorso, si rappacificarono. La storia dell’Albatro è ancora narrata dagli anziani, nelle veglie notturne intorno al fuoco, in qualche parte delle terre dell’Asia, tra nord e sud, tra est e ovest.

Conferenze

Diploma Coloquio 2011.jpg13° Coloquio Internacional Ernest Hemingway

“Trabajos relacionados con su vida y obra”

Relazione di Piero Ambrogio Pozzi

L’Avana, Cuba, 16 giugno 2011

La storia di Ernest e Adriana nelle metafore di

“Across the River and Into the Trees” e “The Old Man and the Sea”

Buongiorno.

Vi parlerò di un saggio che ho scritto, un saggio che è anche una storia, dal titolo Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana.

Il fiume è il Tagliamento, che in Italia fa da confine tra le regioni del Veneto e del Friuli, la laguna è quella di Venezia, l’isola lontana è Cuba. Sono gli scenari principali della vicenda di Ernest Hemingway e di una ragazza della nobiltà veneziana che è stata con lui, soprattutto nello spirito, dal dicembre del 1948 fino alla morte: Adriana Ivancich Biaggini.

Quando la incontra sotto la pioggia, Ernest è diretto alla Valle di San Gaetano, presso Caorle, per una caccia alle anatre. La incontra alle Quattro Strade di Latisana, sulla riva sinistra del Tagliamento: il punto esatto dove inizierà, e dove si concluderà, il romanzo che avrebbe poi scritto, Across the River and Into the Trees.

Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana è uno dei titoli suggeriti da Ernest in persona per una raccolta di poesie di Adriana, poi intitolata Ho guardato il cielo e la terra. Ad Adriana quel titolo piace, ma preferirebbe darlo alla storia sua e di Ernest, che non scriverà mai perché, nelle sue parole, nessuno vi crederebbe.

Quella storia, che mi è capitato di ricostruire e commentare dopo tanti anni, al posto di Adriana, è impressa nelle metafore e nelle immagini degli ultimi due libri pubblicati da Ernest, Across the River and Into the Trees e The Old Man and the Sea.

Perché Ernest ha deciso di lasciarne traccia nelle sue opere, anziché vivere la storia fino in fondo? Per numerose ragioni:

  • Quando incontra Adriana lei ha diciott’anni, trenta meno di lui, e appartiene a una classe sociale legata a rigide tradizioni.
  • Adriana è cattolica credente, non preparata a un matrimonio civile con un uomo che sarebbe al quarto divorzio.
  • Adriana non è in cerca di notorietà, né gli ha mai lasciato intendere di essere disponibile a una relazione. Gli vuole molto bene, ma non è innamorata di lui e da lui non si aspetta nulla.
  • Ernest fantastica a lungo di legarsi ad Adriana, ma alla fine non se la sente di compromettere irrimediabilmente il matrimonio con la fedele e maltrattata Mary, che gli dà stabilità, quando in una vita trasfigurata, parallela, nascosta, Adriana è già sua, non gli chiede niente e lo aiuta a compiersi come scrittore.

Adriana è senza dubbio la donna della sua vita, il suo “ultimo e vero e solo amore”, oltre che la sua musa. Tutti i suoi amici veri, Charles Scribner, Charles Lanham, Bernard Berenson, e soprattutto Edward Hotchner, lo sanno. Lo comprende anche la moglie Mary, che definisce il suo sentimento per Adriana una cosa sagrada, o almeno così riferisce Ernest. Nel suo libro di memorie del 1967, intitolato Papa Hemingway, Hotchner è reticente sull’argomento; ma dal successivo Dear Papa, Dear Hotch, il carteggio tra Hemingway e Hotchner curato nel 2005 da Albert J. DeFazio – dopo ch’è cessato il dovere di discrezione con la vedova scomparsa nel 1986 – emerge la principale testimonianza pubblica di quella storia tanto privata. Una testimonianza non necessaria, però, se il lettore volesse cercare la storia in ciò che Ernest ha di più caro, la sua scrittura: “la prosa per la quale ho lavorato tutta la vita, una prosa che si leggesse facilmente, in semplicità, che sembrasse concisa pur avendo tutte le dimensioni del mondo visibile e del mondo che sta nello spirito d’un uomo.”

Ecco, il mondo che sta nello spirito, spesso inesprimibile o segreto, Ernest l’ha voluto manifestare a qualcuno con metafore, immagini, allusioni che non sono immediatamente accessibili al lettore comune, ma si trovano incastonate in entrambi i libri. Solo la persona amata le può cogliere, o chi sia avvisato della loro presenza, o chi possa intuirle e rivelarle sulla base di studio e sensibilità. La mia personale chiave d’accesso è stata la lettura del libro autobiografico di Adriana, La torre bianca, pubblicato nel 1980, che ha facilitato il riconoscimento delle tracce lasciate da Ernest. La torre bianca del titolo è quella ancora esistente nel giardino della Finca Vigía, dove Ernest scrive The Old Man and the Sea e Adriana le sue poesie, e disegna. Una turris eburnea antiscocciatori, priva di telefono, simbolo anche della loro società quasi segreta, la White Tower Incorporated, fondata firmandone lo statuto col sangue.

Ernest e Adriana sono soci in affari, sono bookmakers, una parola dal doppio senso: cooperano nel realizzare libri, ma soprattutto scommettono, giocano segretamente d’azzardo con la vita. L’azzardo è appunto che il gioco resti nascosto, e nascosto è rimasto finora, per più di sessant’anni. Certamente la scoperta non fa più male a nessuno.

Confidandosi con Gianfranco Ivancich, fratello di Adriana, eroe di guerra e partigiano, socio direttivo della White Tower e amico per sempre, Ernest parla di una quarta dimensione. La storia con Adriana si svolge in questa dimensione, che è la stessa delle sue opere e di quelle di Adriana, limpida poetessa. Ernest e Adriana si incontrano nel mondo, a Venezia, a Cortina, a Parigi; e per più di quattro mesi vivono uno accanto all’altra, nella Finca di San Francisco de Paula, a Cuba. Ma vivono uniti per tutta la vita, e oltre, nella quarta dimensione della loro scrittura, quella che persiste nei libri, mentre il privato contatto epistolare cessa nel 1955, altri sette anni dopo il loro primo incontro. È la quarta dimensione di Hemingstein, il personaggio nato dalla fusione di Hemingway e Frankenstein, protagonista del racconto Black Horse, scritto per Adriana e mai pubblicato. Ernest è in perenne travaglio per tenere in vita questa sua creatura, Hemingstein, il suo alter ego in situazioni di fantasia, finché non si trova impotente contro la malattia e gli elettroshock. Allora cerca con insistenza la morte, fino a trovarla.

In una pagina di The Old Man and the Sea, con gli occhi di Santiago, Ernest vede nel cielo di Cuba, verso oriente, verso Venezia, Rigel, la stella più luminosa di Orione. Ernest, buon marinaio, sa perfettamente che non può essere vista in quella stagione, ma Rigel è una delle metafore di Adriana, che echeggia Santiago con una delle sue poesie:

Tramontate pure, o stelle

Nascondetevi nei vostri cieli

Saprei trovarvi

– se lo volessi –

È una metafora anche il warbler che si posa sulla sagola tesa, vicino alla mano di Santiago: un uccellino che come Adriana corre il pericolo di finire preda dei falchi, innocente bersaglio dei malvagi. Warbler è anche chi canta con voce di soprano, fatalmente donna: Adriana è la donna, e possiede il canto della poesia. Lo strappo del pesce sulla sagola fa volare via il warbler e provoca una profonda ferita nella mano destra di Santiago, come lo strappo del destino separa Adriana da Ernest dopo aver lasciato un profondo segno nella sua mano di scrittore.

E come Santiago, anche Ernest è andato too far out, troppo al largo, troppo lontano. Ha spinto troppo lontano la penna nello scrivere di Renata: all’inizio del 13° capitolo di Across the River and Into the Trees, nel pensiero del colonnello Cantwell, Ernest paragona una nera gondola, simbolo di Venezia, a un buon cavallo, e non può sfuggire che Ernest chiamava Adriana Black Horse, Cavallo Nero. Disgraziatamente, e soltanto in questa occasione, Ernest cambia poi il soggetto della metafora, per dedicare i capitoli 13° e 14°, i più scabrosi, a Marlene Dietrich, velatamente avvisata dell’omaggio prima dell’uscita del libro. Ernest nasconde nella sua scrittura un richiamo al transatlantico Paris, e ricorre a una raffinatezza letteraria, con una esplicita e scandita citazione della poesia The Tyger di William Blake, per evocare un episodio vissuto con Marlene nel 1934 a bordo della nave francese: la tigre della poesia di Blake, che brucia luminosa nelle foreste della notte, è un chiaro riferimento alla biondissima attrice che suscita desideri nel buio delle sale cinematografiche. Naturalmente pubblico e critica non colgono l’immagine, non colgono lo scarto, e identificano Adriana anche nella giovanissima ragazza che fa l’amore in gondola col maturo colonnello: lo scandalo rovinerà la sua vita. Per proteggere tardivamente Adriana Ernest impedisce che il libro venga tradotto in Italia, e nega che il comportamento di Renata sia quello di Adriana, ma non ha il coraggio di sciogliere pubblicamente il segreto gioco letterario, per non complicarsi la vita con Mary e con la stessa Marlene. Adriana sopporta ignara il sacrificio. Questo resterà un grande rimorso per Ernest.

La straordinaria metafora della tigre è la più elaborata del romanzo, e contribuisce a separare dalla narrazione i due capitoli dell’amore sensuale in gondola. Il resto, scritto sulla traccia del Notturno dello scrittore e poeta italiano Gabriele D’Annunzio, che suggerisce anche il nome della protagonista, Renata, è tutto per Adriana: un canto all’amore spirituale, all’onore del combattente, alla Morte. Un libro che si legge con la città di Venezia negli occhi, mai inventata, passando per immagini perfettamente concordi con quelle della Torre Bianca, tanto da sembrare osservate e registrate dalla stessa persona.

The Old Man and the Sea è scritto interamente per Adriana, anche nei numeri, a cominciare dall’84 dell’incipit. Come Santiago dopo ottantaquattro giorni riprende a catturare pesci, così Ernest dopo ottantaquattro mesi, esattamente sette anni, riprende a catturare parole. La vena narrativa si era inaridita nella tragedia della seconda guerra mondiale, dopo che gli Stati Uniti vi erano entrati nel dicembre del 1941. Sette anni dopo, nel dicembre del 1948, Ernest incontra Adriana, e il racconto rinasce proprio dalle rovine della guerra: le rovine di Villa Mocenigo, la casa di Adriana a San Michele, distrutta dai bombardamenti alleati, che rispetto a Latisana è across the river and into the trees, sulla riva destra del Tagliamento, tra alberi secolari.

Oltre all’84, altri numeri citati in The Old Man and the Sea sono l’85 e l’87. I sonetti di Shakespeare con lo stesso numero possono benissimo essere letti pensando ad Adriana. In realtà Shakespeare si rivolgeva a un giovane uomo, ma l’inglese non cambia se Ernest si vuol rivolgere a una giovane donna. Ernest ama tanto quei sonetti da farseli leggere da Mary quand’è malato…

La parola usata per concludere la battaglia di Santiago con gli squali è remedy, e si può immaginarlo Ernest a batterla sulla sua Royal, in solitudine: “Sapeva adesso di essere battuto definitivamente e senza rimedio…” “Senza rimedio” è una frase che ripeteva spesso in italiano o in spagnolo, “No hay remedio”, alludendo alla mancanza della casa veneziana di Adriana, in Calle del Rimedio. È davvero solo, ora, mentre completa la storia di Santiago. La battaglia per tenersi vicino Adriana è ormai persa. Se ne sarebbe ricordato nel discorso di accettazione del Nobel: “Scrivere al meglio è una vita solitaria.”

L’ultima parola di The Old Man and the Sea è lions, i leoni del sogno di Santiago. Anche Ernest sogna sempre leoni, i leoni di San Marco, simbolo di Venezia, pensando al ramo veneziano della sua famiglia. Come testimonia Mary in How it Was, il suo libro di memorie del 1976, Gianfranco e la famiglia Ivancich ricevono da Ernest il manoscritto di The Old Man and the Sea, in dono, mentre certi uomini d’affari di New York lo avrebbero pagato a peso d’oro. È impossibile non riconoscere in Adriana la destinataria del dono, anche se Mary non vuole ammetterlo.

Il tempo ha reso preziose la discrezione e la nobiltà di Adriana, insieme con le altre sue qualità mai dissolte, perché Ernest le ha immortalate nei suoi ultimi lavori.

“Qualcuno penserà questo e qualcuno penserà quello e soltanto tu e io sapremo e saremo morti”, scrive Adriana, citando Ernest.

Sono morti da tempo, ormai, ma la quarta dimensione della scrittura di Ernest Hemingway è più forte dell’oblio: resiste e si lascia leggere finché, pensando a questo e a quello, magari con la fortuna di vivere gli stessi sentimenti dei protagonisti, si riesce a capire, a sapere. Non è vero, come dice qualche professore, che su Hemingway non c’è più niente da scoprire. Bisogna rileggere, con attenzione e senza paura di andare troppo al largo. C’è sempre la Patrona di Cuba, la Virgen del Cobre, a riportarci a casa.

13° Coloquio Internacional Ernest Hemingway

“Trabajos relacionados con su vida y obra”

Ponencia de Piero Ambrogio Pozzi

Traducción de Liliana Piastra

La historia de Ernest y Adriana en las metáforas de

“Al otro lado del río y entre los árboles” y “El viejo y el mar”

Buenos días.

Les hablaré de un ensayo que he escrito, un ensayo que es también una historia, cuyo título es El Río, la Laguna y la Isla Lejana.

El río es el Tagliamento, que en Italia marca el confín entre las regiones del Véneto y del Friuli, la laguna es la de Venecia, la isla lejana es Cuba. Son los escenarios principales en los que se desarrolla la historia de Ernest Hemingway y de una joven de la nobleza veneciana que estuvo a su lado, sobre todo con el espíritu, desde diciembre de 1948 hasta su muerte: Adriana Ivancich Biaggini.

Cuando la conoce bajo la lluvia, Ernest está yendo al Valle de San Gaetano, cerca de Caorle, a una batida de patos. Coinciden en las Quattro Strade de Latisana, en la orilla izquierda del Tagliamento: el punto exacto en el que arrancará, y finalizará, la novela que luego escribiría, Al otro lado del río y entre los árboles.

El Río, la Laguna y la isla Lejana es uno de los títulos que Ernest en persona sugiere para una recopilación de poesías de Adriana, que luego se titularía Ho guardato il cielo e la terra (He mirado el cielo y la tierra). A Adriana el título le gusta, pero preferiría ponérselo a la historia suya y de Ernest, que nunca escribirá porque, según sus propias palabras, nadie la creería.

Esa historia, que me ha tocado reconstruir y comentar, en lugar de Adriana, al cabo de tantos años, está grabada en las metáforas y en las imágenes de los dos últimos libros publicados por Ernest, Al otro lado del río y entre los árboles y El viejo y el Mar.

¿Por qué Ernest, en vez de vivir la historia hasta el fondo, decidió dejar rastro de ella en sus obras? Por varias razones:

  • Cuando conoce a Adriana ella tiene dieciocho años, treinta menos que él, y pertenece a una clase social vinculada a rígidas tradiciones.
  • Adriana es católica creyente, no está preparada para casarse por lo civil con un hombre con cuatro divorcios en su haber.
  • Adriana no busca notoriedad, ni le da a entender jamás que estuviera dispuesta a entablar una relación. Le tiene mucho cariño, pero no está enamorada ni espera nada de él.
  • Ernest fantasea largo y tendido con la idea de unirse a Adriana, pero a la postre no tiene el valor de comprometer irremediablemente su matrimonio con la fiel y maltratada Mary, que le da estabilidad, cuando en una vida transfigurada, paralela, oculta, Adriana ya es suya, no le pide nada y le ayuda a realizarse como escritor.

Adriana es sin duda la mujer de su vida, su  “último y único y verdadero amor” (your last and true and only love), además de ser su musa. Todos sus amigos de verdad, Charles Scribner, Charles Lanham, Bernard Berenson, y sobre todo Edward Hotchner, lo saben. También se da cuenta su esposa, Mary, que considera su sentimiento por Adriana una cosa sagrada, o eso es lo que cuenta Ernest. En su libro de memorias de 1967, titulado Papa Hemingway, Hotchner se muestra reticente sobre este tema; pero en Dear Papa, Dear Hotch, una recopilación del carteo entre Hemingway y Hotchner coordinada en 2005 por Albert J. DeFazio – cuando ya no ha lugar a la discreción por respeto a su viuda, fallecida en 1986 – sale a relucir el principal testimonio público de una historia tan privada. Un testimonio innecesario, no obstante, si el lector quisiera buscar la historia en lo que a Ernest le resulta más querido, su escritura: “la prosa para la que he trabajado toda la vida, una prosa que se leyera fácilmente, con sencillez, que pareciera concisa, aun teniendo todas las dimensiones del mundo visible y del mundo que alberga el espíritu del hombre.”

He aquí que ese mundo que alberga el espíritu, a menudo inexpresable o secreto, Ernest ha querido manifestárselo a alguien con metáforas, imágenes, alusiones que no son inmediatamente accesibles al lector común, sino que se encuentran engastadas en ambos libros. Únicamente puede captarlas la persona amada, o quien esté al tanto de su existencia, o quien las pueda intuir e revelar a base de estudio y sensibilidad. Mi clave de acceso personal ha sido la lectura del libro autobiográfico de Adriana, La torre bianca, publicado en 1980, que me ha ayudado a reconocer las pistas dejadas por Ernest. La torre blanca del título es la misma que aún se halla en el jardín de la Finca Vigía, donde Ernest escribe El viejo y el mar y Adriana sus poesías, y dibuja. Una turris eburnea antipelmazos, sin teléfono, símbolo además de su sociedad casi secreta, la White Tower Incorporated, que se fundó firmando los estatutos con sangre.

Ernest y Adriana son socios en negocios, son bookmakers, una palabra que tiene un doble sentido: cooperan en la realización de libros, pero, sobre todo, apuestan, mantienen en secreto un juego de azar con la vida. El azar es justamente que el juego permanezca oculto, y así ha permanecido hasta ahora, durante más de sesenta años. Desde luego, el haberlo descubierto ya no le hace daño a nadie.

Sincerándose con Gianfranco Ivancich, hermano de Adriana, héroe de guerra y partisano, socio directivo de la White Tower y amigo para siempre, Ernest habla de una cuarta dimensión. La historia con Adriana se desarrolla en esa dimensión, que es la misma de sus obras y de las de Adriana, límpida poetisa. Ernest y Adriana se encuentran por el mundo, en Venecia, en Cortina, en París; y durante más de cuatro meses viven uno junto al otro, en la Finca de San Francisco de Paula, en Cuba. Pero viven unidos de por vida, y aún más allá, en la cuarta dimensión de su escritura, la que persiste en los libros, mientras que el contacto epistolar privado se interrumpe en 1955, a los siete años de su primer encuentro. Es la cuarta dimensión de Hemingstein, el personaje nacido de la fusión entre Hemingway y Frankenstein, protagonista del cuento Black Horse, escrito para Adriana y jamás publicado. Ernest se afana constantemente para mantener vivo a esta criatura suya, Hemingstein, su alter ego en situaciones fantásticas, hasta sentirse impotente contra la enfermedad y los electroshock. Entonces busca insistentemente la muerte, hasta que la encuentra.

En una página de El viejo y el mar, en el cielo de Cuba, hacia oriente, hacia Venecia, Ernest, con los ojos de Santiago, ve Rigel, la estrella más luminosa de Orión. Ernest, buen marinero, sabe perfectamente que en esa estación no se puede ver, pero Rigel es una de las metáforas de Adriana, que hace eco a Santiago con una de sus poesías:

Poneos si queréis, oh estrellas,

Escondeos en vuestros cielos

Sabría encontraros

– si quisiera –

También es una metáfora el warbler que se posa en el sedal tenso, junto a la mano de Santiago: un pajarito que, al igual que Adriana, corre el peligro de ser presa de los gavilanes, objetivo inocente de los malvados. Warbler es también el que canta con voz de soprano, fatalmente mujer: Adriana es la mujer y posee el canto de la poesía. El tirón del pez en el sedal hace que el warbler se eche a volar y causa una herida profunda en la mano derecha de Santiago, igual que el zarandeo del destino separa a Adriana de Ernest tras haber dejado una profunda marca en su mano de escritor.

Y, al igual que Santiago, Ernest también ha ido too far out, demasiado mar adentro, siente haberse alejado tanto. Ha llevado la pluma demasiado lejos al escribir sobre Renata: al principio del capítulo 13 de Al otro lado del río y entre los árboles, a través del pensamiento del coronel Cantwell, Ernest compara una góndola negra, símbolo de Venecia, con un buen caballo, y a nadie se le escapa que Ernest llamaba a Adriana Black Horse, Caballo Negro. Lamentablemente, y tan sólo en esta ocasión, Ernest cambia luego el tema de la metáfora, para dedicar los capítulos 13 y 14, los más escabrosos, a Marlene Dietrich, a la que avisa disimuladamente de este regalo suyo antes de que salga el libro. Ernest oculta en su escritura una alusión al trasatlántico Paris, y recurre a un refinamiento literario, con una explícita y marcada cita de la poesía The Tyger de William Blake, para evocar un episodio vivido con Marlene en 1934 a bordo de la nave francesa: el tigre de la poesía de Blake, luz llameante en los bosques de la noche, es una clara referencia a la rubísima actriz que suscita deseos en la oscuridad de las salas cinematográficas. Naturalmente el público y la crítica no captan la imagen, no captan la diferencia, e también identifican a Adriana en la jovencísima chica que hace el amor en la góndola con el maduro coronel: el escándalo le arruinará la vida. Para proteger, aunque tarde, a Adriana, Ernest impide que el libro se traduzca en Italia, y niega que el comportamiento de Renata sea el de Adriana, pero no tiene el valor de desvelar públicamente el juego literario secreto, para no complicarse la vida con Mary y con la misma Marlene. Adriana, que no está al tanto, soporta el sacrificio. Ernest tendrá ya siempre un gran remordimiento por ello.

La extraordinaria metáfora del tigre es la más elaborada de toda la novela, y contribuye a separar de la narración los dos capítulos del amor sensual en la góndola. Lo demás, escrito en función del Nocturno del escritor y poeta italiano Gabriele D’Annunzio, que sugiere incluso el nombre de la protagonista, Renata, es todo para Adriana: un canto al amor espiritual, al honor del combatiente, a la Muerte. Un libro que se lee con la ciudad de Venecia en los ojos, jamás inventada, pasando por imágenes perfectamente acordes con las de la Torre Bianca, tanto que parece como si las hubiese observado y registrado la misma persona.

El viejo y el mar se escribió íntegramente para Adriana, incluso en los números, empezando por el 84 de la introducción. Igual que Santiago vuelve a pescar peces tras ochenta y cuatro días, Ernest, tras ochenta y cuatro meses, exactamente siete años, vuelve a capturar palabras. Su vena narrativa se había secado con la tragedia de la segunda guerra mundial, tras la entrada de los Estados Unidos, en diciembre de 1941. Siete años más tarde, en diciembre de 1948, Ernest conoce a Adriana, y la narración renace justamente de las ruinas de la guerra: las ruinas de Villa Mocenigo, la casa de Adriana en San Michele, destruida por los bombardeos aliados, que respecto a Latisana está al otro lado del río y entre los árboles, en la orilla derecha del Tagliamento, entre árboles centenarios.

Además del 84, otros números que se citan en El viejo y el mar son el 85 y el 87. Los sonetos de Shakespeare con ese mismo número se pueden leer perfectamente pensando en Adriana. En realidad Shakespeare se dirigía a un joven, pero, si Ernest quiere dirigirse a una joven, el inglés no cambia. A Ernest le gustan tanto esos sonetos que, cuando está enfermo, le pide a Mary que se los lea…

La palabra utilizada como cierre de la lucha de Santiago con los tiburones es remedy, y podemos imaginar a Ernest tecleándola en su Royal, en soledad: “Ahora sabía que estaba finalmente derrotado y sin remedio…” “Senza rimedio” es una frase que solía repetir en italiano o en español, “No hay remedio”, haciendo alusión a la falta de la casa veneciana de Adriana, en la Calle del Rimedio. Ahora, mientras termina la historia de Santiago, está verdaderamente solo. La lucha para mantener a Adriana cerca de él ya está perdida. Se acordaría de ello en el discurso de aceptación del premio Nóbel: “Escribir de la mejor manera posible es una vida solitaria.”

La última palabra de El viejo y el mar es lions, los leones del sueño de Santiago. Ernest también sueña siempre con leones, los leones de San Marcos, símbolo de Venecia, pensando en la rama veneciana de su familia. Como atestigua Mary en How it Was, su libro de memorias de 1976, Ernest regala el manuscrito de El viejo y el mar a Gianfranco y a la familia Ivancich, pese a que algunos hombres de negocios de Nueva York lo habrían pagado a peso de oro. Es imposible no reconocer en Adriana a la destinataria del regalo, aunque Mary no quiera reconocerlo.

El tiempo ha hecho que la discreción y la nobleza de Adriana, junto con sus demás cualidades, que jamás se disiparon, adquieran más valor, porque Ernest las inmortalizó en sus últimos trabajos.

“Habrá quien piense esto y habrá quien piense aquello y sólo tú y yo lo sabremos, y estaremos muertos”, escribe Adriana, citando a Ernest.

Hace ya tiempo que murieron, pero la cuarta dimensión de la escritura de Ernest Hemingway es más fuerte que el olvido: resiste y se deja leer hasta que, pensando en esto y en aquello, quizás con la suerte de vivir los mismos sentimientos de los protagonistas, se logra entender, saber. No es cierto, como dice algún profesor, que sobre Hemingway ya no se puede descubrir nada. Hay que releer, prestando atención y sin miedo a meterse demasiado mar adentro. Siempre está la Patrona de Cuba, la Virgen del Cobre, para llevarnos de nuevo a casa.

La traduzione italiana diLines to a Girl 5 Days After Her 21st Birthday

La traduzione italiana di

Lines to a Girl 5 Days After Her 21st Birthday

Le poesie di Ernest Hemingway sono poche e poco note. Ernest ne scrisse una per Adriana Ivancich, la ragazza veneziana della quale era innamorato; gliela dedicò da uomo distrutto ma non sconfitto[i], quando capì di dover rinunciare a lei. È l’ottantasettesima delle 88 poesie[ii] tradotte per Mondadori da Vincenzo Mantovani che, fuorviato da arbitrarie note di Nicholas Gerogiannis alla raccolta originale[iii] e dalle chiacchiere che imperversavano fin dal primo incontro di Ernest e Adriana nel dicembre del 1948, l’ha completamente travisata, scambiando un presagio del capolavoro di Ernest, Il vecchio e il mare, per lo sbrigativo congedo a una invadente ragazza italiana.

Copertina Complete Poems.jpg

Lines to a Girl 5 Days After Her 21st Birthday

Back To The Palace

And home to a stone

She travels the fastest

Who travels alone

Back to the pasture                                                            5

And home to a bone

She travels the fastest

Who travels alone –

Back to all nothing

And back to alone                                                             10

She travels the fastest

Who travels alone

But never worry, gentlemen

Because there’s Harry’s Bar

Afderas on The Lido                                                         15

In a low slung yellow car[1]

Europeo’s publishing

Mondadori doesn’t pay

Hate your friends

Love all false things                                                          20

Some colts are fed on hay

Wake up in the mornings

Venice still is there

Pigeons meet and beg and breed

Where no sun lights the square.                                    25

The things that we have loved are in the gray lagoon

All the stones we walked on

Walk on them alone

Live alone and like it

Like it for a day                                                                  30

But I will not be alone, angrily she said.

Only in your heart, he said. Only in your head.

But I love to be alone, angrily she said.

Yes, I know, he answered

Yes I know, he said.                                                           35

But I will be the best one. I will lead the pack.

Sure, of course, I know you will. You have a right to be.

Come back some time and tell me. Come back so I can see.

You and all your troubles. How hard you work each day.

Yes I know he answered.                                                 40

Please do it your own way.

Do it in the mornings when your mind is cold

Do it in the evenings when everything is sold.

Do it in the springtime when springtime isn’t there

Do it in the winter                                                             45

We know winter well

Do it on very hot days

Try doing it in hell.

Trade bed for a pencil

Trade sorrow for a page                                                  50

No work it out your own way

Have good luck at your age.

Finca Vigía, Cuba, December 1950

Copertina Poesie d'amore del '900Copertina 88 poesie 150 dpi

Versi per una ragazza 5 giorni dopo il suo 21esimo compleanno

Tornato al Palace

Tra le lenzuola

Viaggia più in fretta

Chi viaggia sola

Tornato al pascolo                                                              5

Col cuore in gola

Viaggia più in fretta

Chi viaggia sola…

Tornato a tutto il niente

E alla mia vita sola                                                            10

Viaggia più in fretta

Chi viaggia sola

Ma signori, niente paura

Perché c’è l’Harry’s Bar

Al Lido passa Afdera                                                         15

Sul suo basso giallo car

L’Europeo pubblica

Mondadori non paga

Odia gli amici

Ama tutto ciò ch’è falso                                                    20

Qualche puledro di fieno s’appaga

Ti svegli la mattina

Venezia è sempre là

I piccioni si cercano e s’accoppiano

Dove la piazza è nell’oscurità.                                         25

Le cose che abbiamo amato sono nel grigio della laguna

Tutti i sassi tra cui si fa la spola

D’ora in avanti camminaci da sola

Vivi pure da sola se ti piace

Ti piacerà per una giornata                                             30

Ma io non sarò sola, lei disse, incavolata.

Solo in cuor tuo, rispose. Solo nella tua mente.

Ma mi piace star sola, ribattè lei, furente.

Sì, lo so, disse lui

Sì, lo so, disse.                                                                     35

Ma sarò la migliore. In testa al branco.

Sì sì, lo so. Ne hai tutto il diritto.

Un giorno torna a dirmelo. Mostrami ciò che hai scritto

Tu e tutti i tuoi problemi. Non fai che lavorare.

Sì lo so rispose lui.                                                             40

Tu fa’ come ti pare

Fallo la mattina a mente fresca

Fallo la sera prima che tu esca.

In primavera, fallo, quando la primavera non è giunta

Fallo d’inverno                                                                   45

Lo conosciamo, l’inverno,

Fallo nei giorni più caldi

Cerca di farlo all’inferno.

Scambia il letto con una matita

Baratta con un foglio la tua pena                                   50

No, va’ pure per la tua strada

Ragazza, e buona fortuna.

Traduzione di Vincenzo Mantovani

Lines to a Girl 5 Days After Her 21st Birthday (Versi a una ragazza per 5 giorni dopo, il 21° compleanno, come se all’originale mancasse una virgola, secondo una mia personale interpretazione) è una poesia rigorosamente autobiografica, che rispecchia la condizione creativa ed emozionale di Ernest al culmine del soggiorno cubano di Adriana, a cavallo tra il 1950 e il 1951. Il titolo è stato tradotto Versi per una ragazza 5 giorni dopo il suo 21esimo compleanno. La poesia però è stata scritta prima del compleanno – il 30 o il 31 dicembre 1950 in coerenza con la data dell’originale – perché Adriana compì il suo 21° anno, a quei tempi la maggiore età, il 4 gennaio del 1951. Già allora erano arrivate a Cuba notizie dello scandalo sollevato in Italia dalla pubblicazione dell’ultimo romanzo di Ernest, Across the River and Into the Trees, sebbene ancora non tradotto in italiano. Le malelingue, in particolar modo veneziane, avevano riconosciuto in Adriana la Renata che nel romanzo faceva l’amore in gondola con l’attempato colonnello Cantwell, evidente alter ego di Ernest.

Hemingway non aveva fatto molto per impedire l’equivoco, conseguenza del cameo di Marlene Dietrich che aveva celato nei capitoli 13 e 14 dello stesso romanzo, una dedica in ricordo del flirt che aveva avuto con lei nel 1934 a bordo del Paris, un transatlantico francese sulla rotta Le Havre – New York. Ne avrebbe portato il rimorso fino alla tomba.

Diversamente dalle altre poesie di Hemingway, in questa le quattro parole del primo verso hanno l’iniziale maiuscola: Ernest non scrive mai nulla a caso, e le maiuscole devono portare un significato. Potrebbero segnalare al lettore che si tratta appunto di una poesia diversa dalle precedenti, una poesia che segna un inizio, un po’ come i capilettera degli antichi testi miniati; e potrebbero essere un richiamo alle fatidiche Quattro Strade di Latisana, l’incrocio del primo incontro con Adriana, e alla Quarta Dimensione creativa di Ernest, evocata in un colloquio con l’amico fraterno Gianfranco Ivancich, fratello maggiore di Adriana.[iv] Le quattro iniziali formano inoltre l’acronimo BTTP, Back To The Past, ritorno al passato, spesso accennato in tutta l’opera dedicata ad Adriana, a partire da Across the River. Anche i titoli di Across the River and Into the Trees e The Old Man and the Sea portano quattro iniziali maiuscole.

La composizione apre sull’imminente amaro ritorno a Venezia di Adriana, che è di conseguenza il soggetto femminile del primo verso Back To The Palace, non maschile come nella traduzione corrente. Il Palace non è, come interpretato disinvoltamente da Gerogiannis e da Mantovani, l’albergo Gritti Palace. È invece la casa di Adriana, un palazzo vero, disegnato dal Sansovino e dimora del “ramo veneziano della famiglia”, come Ernest definiva gli Ivancich.[v] Quello che ora è il Palazzo Ivancich-Rota, a due passi da Piazza San Marco[vi].

Il secondo verso And home to a stone non può essere inteso Tra le lenzuola, se non con l’intenzione di associare con una traduzione arbitraria una allusione all’arbitraria interpretazione di Palace per Albergo. È impensabile che il traduttore non conoscesse il significato di stone. La congiunzione iniziale and indica che il soggetto è lo stesso del primo verso, quindi è Adriana stessa a custodire dentro di sé una metaforica pietra; sul cuore?

Quei due versi che troviamo poi, replicati, She travels the fastest / Who travels alone, sono una citazione al femminile da una poesia di Rudyard Kipling, The Winners, I vincitori (He travels the fastest / Who travels alone), per consolare Adriana dell’imminente separazione: la sua creativa intelligenza avrà campo libero verso il successo. Con questa poesia per la maggior età di Adriana, Ernest rinnova il dono per il Natale del 1950 appena trascorso, una moneta d’oro messicana con impressa una Vittoria alata. Assieme, un augurio e una profezia: la scrittura de Il vecchio e il mare, con quel protagonista, Santiago, specchio dell’innocenza e della semplicità di Adriana, avrebbe portato entrambi alla vittoria del Premio Nobel, due anni più tardi. Lui lo scrittore, lei la musa e autrice della straordinaria copertina dove il mare di Cuba si fonde col cielo. Quel libro è il capolavoro della White Tower Incorporated, la società Torre Bianca, il cui statuto firmato col sangue da Ernest, Adriana e Gianfranco, è sepolto in una bottiglia nel giardino della Finca, presso la Torre Bianca della ragione sociale.[vii] La Torre Bianca, la turris eburnea priva di telefono dove Ernest e Adriana si isolavano su piani diversi, a scrivere e disegnare nella loro quarta dimensione.

Il pasture del quinto verso va spiegato. Ricordato che il soggetto continua a essere femminile e continua a essere Adriana, a quale pascolo dovrà mai tornare? Pasture è contrapposto al successivo hay del verso 21, il fieno ordinario di cui si nutrono al chiuso alcuni colts coetanei di Adriana, giovani brocchi perditempo. Come noto da lettere di Hemingway, lei è The Great Black Horse, il Gran Cavallo Nero, spirito libero. Probabilmente Hemingway si era ispirato a Bucefalo, il cavallo grande e nero che solo Alessandro Magno aveva saputo domare. Chi avesse domato Adriana sarebbe stato re del mondo. Quindi non si deve pensare a un pascolo di mandrie e greggi, ma a liberi prati, il campo libero all’intelligenza e alla creatività del Gran Cavallo Nero.

Oltre alla pietra del secondo verso, Adriana custodisce un altrettanto inerte e freddo bone, un osso. Tradurre il sesto verso And home to a bone con Col cuore in gola è almeno fuori registro.

Il decimo verso And back to alone non contiene alcun possessivo: la traduzione E alla mia vita sola attribuisce pervicacemente il ritorno all’autore e non ad Adriana. Come risulta da La Torre Bianca, il libro da lei scritto, Adriana tendeva davvero a isolarsi per le sue poesie e i suoi disegnetti, sorda alle sollecitazioni della madre a condurre una vita normale.[viii]

Il verso 15 cita Afderas al plurale, riferendosi ad Afdera Franchetti – conoscente di Adriana Ivancich poi moglie di Henry Fonda – e alle donne del suo tipo: “…meglio essere di notte su un caccia senza altimetro e a corto di benzina che essere tirato in storie simili da donnette fuori di testa.” [ix] Le storie sono quelle diffuse per esempio dal settimanale L’Europeo, citato al verso 17.

Il verso 16 richiama un tipo di automobile in voga tra i giovani dell’alta società veneziana nei primi anni ’50, come poteva essere la MG TC Roadster o la Triumph 1800 Roadster gialla. Non capisco la scelta di non tradurre la parola car.

Al verso 17 continua il riferimento ad Afdera Franchetti, che aveva rilasciato una fantasiosa intervista all’Europeo, sostenendovi di essere l’amante di Papa Hemingway e di aver ispirato il personaggio di Renata in Across the River and Into the Trees, insieme con Adriana.

Il soggetto di Hate your friends del verso 19 e del successivo Love all false things è probabilmente da riferire ai gentlemen del verso 13, va dunque al plurale.

Il verso 20 Some colts are fed on hay è problematico, comunque sono i colts, i puledri, a svegliarsi al mattino nell’immutabile Venezia, immutati dal vivere nel loro ambiente chiuso, nutrendosi a fieno come in una stalla. Si veda la contrapposizione con lo spirito di Adriana, libera sui prati del verso 5.

Le stones del verso 27 non sono sassi tra cui si fa la spola, e immagino che Mantovani intenda il tradizionale “struscio”, le “vasche” della provincia italiana. A Venezia si fa il “liston” in Piazza, ma questa è soprattutto città dove perdersi e ritrovarsi tra le innumerevoli calli, nello stupore di infiniti scorci. Il concetto è ben espresso altrove da Hemingway.[x] Le stones sono le onnipresenti pietre squadrate della pavimentazione pubblica, i masegni di trachite euganea sui quali Ernest e Adriana camminavano anche senza meta nei giorni felici delle visite di Ernest a Venezia; felici anche nella invernale gray lagoon del verso 26.

Da quel verso la composizione assume la forma di colloquio, con la voce di Adriana dal verso 31. Il verso 36, But I will be the best one. I will lead the pack, richiama ancora l’immagine del Gran Cavallo Nero, il capo del branco.

Il verso 41, Please do it your own way, con quel do corsivo che è un commosso appello a fare quello che entrambi sanno, e che interpreto come il capolavoro nelle corde e nel cuore di Ernest, non può essere banalizzato e svilito ignorando il please e traducendolo Tu fa’ come ti pare. Ernest scriverà Il vecchio e il mare, come lui sa fare, his own way. La predizione è registrata nella Torre Bianca, nel capitolo Cojimar, proprio al tempo in cui fu scritta la poesia.

Il verso 43, Do it in the evenings when everything is sold, ha la fantasiosa traduzione Fallo la sera prima che tu esca. Quel sold probabilmente si riferisce alla conclusione della routine giornaliera.

Appare fuori luogo l’acida interpretazione degli ultimi versi da parte di Mantovani che, secondo me, sbaglia ancora soggetto quando non sono presenti i pronomi he o she, ignora la ripetizione di your own way al verso 51, infila una ragazza dove non c’è barattandola con la parola age dell’ultimo verso e trasforma la chiusa in un invio “a quel paese”, con la voce di Ernest che non si fa incantare da una smorfiosa in cerca di notorietà. Una chiusa che invece, con la voce affettuosa di Adriana, invita Ernest a creare l’opera più bella, quella che ora saprà come scrivere his own way, forte della carica d’amore e dolore della forzata separazione.

In conclusione, tutta la traduzione corrente è una successione di invenzioni arbitrarie, errori, cambi di genere e numero che sembrano soltanto scelte per compiacere il gossip. È davvero incomprensibile come la poesia in una tale traduzione, dove d’amore non c’è traccia, abbia potuto essere inserita anche nella raccolta mondadoriana Poesie d’amore del Novecento.[xi]

Qui sotto una mia proposta di nuova traduzione, che può essere definita a labour of love, offerta in spirito di servizio a una plausibile verità, per Ernest e Adriana. La voce di Adriana è sottolineata.

Versi a una ragazza per 5 giorni dopo, il 21° compleanno

Di Ritorno Al Palazzo

Con una pietra sul cuore

Va come il vento

Chi viaggia da sola

Di ritorno sui prati                                                              5

Col gelo nel cuore

Va come il vento

Chi viaggia da sola –

Di ritorno al gran nulla

Di nuovo da sola                                                                10

Va come il vento

Chi viaggia da sola

Ma niente paura, signori

Che c’è l’Harry’s Bar

Le Afdere al Lido                                                                15

Fiondate su spider gialle

L’Europeo pubblica, pubblica

Mondadori non paga

Odiate gli amici

Amate tutte le falsità                                                         20

Qualcuno cresce a fieno da puledro

Si sveglia la mattina

Venezia è sempre là

Con i piccioni che accattano in frotta e fan razza

Dove non c’è sole a schiarare la piazza.                        25

Quel che abbiamo amato è nella laguna grigia

Cammina da sola

Su tutte le pietre che abbiamo calcato

Vivi da sola e fa’ che ti piaccia

Che ti piaccia per quel giorno                                          30

Ma non sarò sola, disse in collera.

Soltanto nel cuore, disse lui. Nella testa.

Lo sai che mi piace star sola, disse in collera.

Sì, la risposta, lo so

Sì lo so, disse lui.                                                                35

Sarò la migliore, però. La prima del branco.

Certo che sì, lo sarai. Di diritto.

Torna a raccontarmi, una volta. Torna, fatti vedere.

Con tutti i tuoi guai. Com’è duro il lavoro tuo d’ogni giorno.

Sì, la risposta, lo so.                                                           40

Ti prego fallo come sai.

Fallo al mattino a mente fresca.

Fallo di sera quando tutto è sistemato.

Fallo in primavera quando la primavera non c’è

Fallo d’inverno                                                                    45

Lo conosciamo bene l’inverno

Fallo in canicola

Cerca di farlo all’inferno.

Il letto cambialo con una matita

Cambia il dolore in un foglio                                           50

No, dagli la forma che sai

E buona fortuna con l’età che hai.

Traduzione di Piero Ambrogio Pozzi

[1] Translator’s note: Mr. H must be insane. They do not have cars on The Lido.

A piè di pagina sul testo originale. In realtà si tratta di una nota dell’Autore: “Il signor H. deve essere matto. Non ci sono automobili al Lido.” Le automobili al Lido c’erano anche nel 1950, però (ndr).

[i] Destroyed but not defeated, in Ernest Hemingway, The Old Man and the Sea, The Reprint Society, London 1953, ritradotto per coerenza.

[ii] Ernest Hemingway, 88 poesie, a cura di Vincenzo Mantovani, Oscar Mondadori, Milano 1993.

[iii] Ernest Hemingway, Complete Poems, edited by Nicholas Gerogiannis, University of Nebraska Press, Lincoln NE 1992.

[iv] Gianfranco Ivancich, Da una felice Cuba a Ketchum, Edizioni della Laguna, Mariano del Friuli 2008, p. 120.

[v] Lettera del 3 luglio 1956 ad Harvey Breit. Ernest Hemingway. Selected Letters 1917-1961, Edited by Carlos Baker, Panther Books, London 1985, p. 861.

[vi] Si trova in Calle del Rimedio, Castello 4421, 45°26’09.6”N 12°20’26.2”E.

[vii] Adriana Ivancich, La Torre Bianca, Mondadori, Milano 1980, p.184.

[viii] Adriana Ivancich, La Torre Bianca, cit., p. 227.

[ix] Lettera del 13 ottobre 1950 a A.E. Hotchner, in Albert J. DeFazio III, edited by, Dear Papa, Dear Hotch, The Correspondence of Ernest Hemingway and A.E. Hotchner, University of Missouri Press, Columbia, Missouri 2005, pp. 81-82.

[x] Ernest Hemingway, Across the River and Into the Trees, Arrow Books, London 1994, cap. 21.

[xi] Poesie d’amore del Novecento, a cura di Paola Dècina Lombardi, Oscar Mondadori, Milano 2000.

La prossima volta pubblicherò il testo della conferenza tenuta al 13° Coloquio Internacional Ernest Hemingway, all’Avana, nel giugno 2011:

La storia di Ernest e Adriana nelle metafore di Across the River and Into the Trees e The Old Man and the Sea

Anche nel magnifico testo spagnolo di Liliana Piastra:

La historia de Ernest y Adriana en las metáforas de Al otro lado del río y entre los árboles y El viejo y el mar

Nota biografica?

Nota biografica?

Per lo scopo del mio particolare studio la biografia pubblica di Ernest Hemingway ha scarso interesse e, volendo, la si può esplorare tra le innumerevoli risorse in rete. Quel che non è ancora noto a tutti è il cambiamento interiore di Hemingway, esploso dopo l’incontro con Adriana Ivancich alle Quattro Strade di Latisana, il 10 dicembre 1948, e dissimulato nella sua dimensione privata di Hemingstein, quella che definiva quarta dimensione. Trovo quindi opportuno definire un piccolo schema temporale, all’interno del quale potrete poi collegare gli spunti dalla storia di Ernest e Adriana che andrò pubblicando.

Adriana + Ernest     600 dpi.jpg

Cronologia del secondo dopoguerra, quadro della storia di Ernest Hemingway e Adriana Ivancich

8 maggio 1945: Fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa. Ernest è a Cuba

14 marzo 1946: Sposa Mary Welsh

Fine agosto 1946: A Casper, Wyoming, poi a Sun Valley, Idaho

Dicembre 1946: A Cuba, fino a settembre 1947

Settembre 1947: A Sun Valley, Idaho, fino a febbraio 1948

Febbraio 1948: A Key West, Florida e poi a Cuba, fino  a settembre 1948

7 settembre 1948: Partenza per l’Italia per la prima volta dal 1927, sulla Jagiello

Fine settembre 1948: In Italia. Stresa, Como, Bergamo, Cortina (Villa Aprile), Venezia, Torcello

Venerdì 10 dicembre 1948: Primo incontro di Ernest e Adriana, alle Quattro Strade di Latisana

Sabato 11 dicembre 1948: Caccia alle anatre a San Gaetano presso Caorle, con Adriana

Fine di aprile 1949: Partenza dall’Italia

Giugno 1949: A Cuba, fino a novembre 1949

Metà novembre 1949: Qualche giorno a New York, poi imbarco per la Francia

Dicembre 1949: Nel sud della Francia con i Viertel

Gennaio 1950: Capodanno a Nervi con Mary, poi a Venezia per due mesi. Tiro alle statue con Nanuk Franchetti a San Trovaso. Invitato in Calle del Rimedio, dressed in blue. Invito a Cuba per Adriana e la madre Dora

Marzo 1950: A Parigi. Incontri con Adriana

22 marzo 1950: Partenza da Le Havre per gli Stati Uniti sull’Île-de-France, salutato da Adriana

Aprile 1950: A New York e poi a Cuba, fino a giugno 1953

7 settembre 1950: Esce Across the River and Into the Trees

27 ottobre 1950: Adriana arriva a Cuba sulla motonave Luciano Manara

30-31 dicembre 1950: Scrive per Adriana la poesia Lines to a Girl 5 Days After Her 21st Birthday

4 gennaio 1951: 21° compleanno di Adriana, a Cuba

Gennaio 1951: Comincia a scrivere The Old Man and the Sea

7 febbraio 1951: Adriana parte da Cuba

28 giugno 1951: A Memphis muore Grace, la madre di Ernest

1° ottobre 1951: Muore a Los Angeles Pauline Pfeiffer, seconda moglie di Ernest

11 febbraio 1952: Muore a New York Charles Scribner III, editore di Ernest

1° settembre 1952: Esce The Old Man and the Sea, prima su Life e poi come libro

Fine giugno 1953: Arriva a Le Havre, accolto da Gianfranco Ivancich, poi a Parigi per pochi giorni

Luglio 1953: A Pamplona, Spagna

Agosto 1953: A Parigi e poi a Marsiglia. Partenza per Mombasa sul Dunnottar Castle

Settembre 1953: Safari in Africa, fino a marzo 1954

23-24 gennaio 1954: Doppio incidente aereo in Africa

10 marzo 1954: Partenza da Mombasa per Venezia sulla motonave Africa

26 marzo 1954: Arrivo a Venezia, da Adriana

Primi di maggio 1954: Partenza in macchina da Venezia per Madrid, con Hotchner

9 maggio 1954: A Nizza, Francia

Primi di giugno 1954: Ultimo incontro con Adriana a Nervi, partenza per Cuba sulla motonave Francesco Morosini, con scalo a Napoli

Luglio 1954: A Cuba, fino ad agosto 1956

11 dicembre 1954: L’ambasciatore John Cabot legge a Stoccolma il discorso di accettazione del Premio Nobel

Settembre 1955: Ultima lettera ad Adriana

Metà settembre 1955: Ernest riscrive il testamento per l’ultima volta, a favore di Mary

Fine agosto 1956: Partenza da New York per l’Europa sull’Île-de-France. A Parigi

Fine settembre 1956: A Madrid, fino a novembre 1956

Febbraio 1957: A Cuba, fino a settembre 1958

Settembre 1958: A Ketchum, Idaho, fino a febbraio 1959

22 aprile 1959: A New York. Pochi giorni dopo, partenza per Algeciras sulla Constitution

Estate 1959: In Spagna

21 luglio 1959: Ernest festeggia il 60° a La Consula presso Malaga, presente Gianfranco

Primi di ottobre 1959: A Parigi

Novembre 1959: A New York, poi a Cuba, poi a Ketchum, Idaho

Gennaio 1960: A Ketchum, Idaho

Febbraio 1960: A Cuba per l’ultima volta, fino a luglio 1960

25 luglio 1960: Lascia definitivamente Cuba

Agosto 1960: A La Consula, e Madrid, Spagna, fino a ottobre 1960

Ottobre 1960: A Ketchum, Idaho

30 novembre 1960: Alla Clinica Mayo di Rochester, Minnesota, fino al 22 gennaio 1961

24 gennaio 1961: A Ketchum, Idaho, fino a maggio 1961

Maggio 1961: Alla Clinica Mayo di Rochester, Minnesota, fino alla fine di giugno

30 giugno 1961: A Ketchum, Idaho

2 luglio 1961: Ernest si suicida a Ketchum

6 luglio 1961: Funerale di Ernest a Ketchum, presente Gianfranco

Cronologia basata su La torre bianca di Adriana Ivancich, Hemingway, Selected Letters 1917-1961 a cura di Carlos Baker, Hemingway Women di Bernice Kert, Dear Papa, Dear Hotch, corrispondenza tra Ernest Hemingway e Aaron Edward Hotchner, a cura di Albert J. DeFazio

Tradurre Emily – Appunti sulla vita che cambia (4)

Tradurre Emily – Appunti sulla vita che cambia

Quarta e ultima puntata: Compagni di strada

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Straordinaria è anche la narrazione, la continuità che rappresenta il dramma personale, la vita in ospedale psichiatrico (efficiente, decoroso, ma fornito di sbarre), le relazioni che vi nascono, spesso come specchio della società esterna. E sempre l’intimo è contrapposto all’interpersonale, all’indesiderato, al violento:

The logs snapped, and darted glints of fire into the room, and fell back from the grating. Viciously the flames leaped up the chimney. The logs settled underneath like piles in the undertow. Great scorching strength came from the fire and she leaned her face to it and her cheeks grew scarlet burned. No one spoke to her and there was no one there she knew. The fire was her peace, she was of it and alone and still. It snapped and bit and hacked the tender kindling.

A loud harsh metal clanging and a clack of heels gone fast dripping down the corridor. Into the room and before the fire spread Letty mountain breasted and her legs like veals hung up for market. With sudden jerk her great backside she plunged upon the floor. That’s a good fire screamed upon the listlessness of warmth and sunken clay.

 I ciocchi scoppiettavano, e scagliavano luccichii di fuoco nella stanza, o a ricadere respinti dalla grata. Le fiamme si slanciavano irrequiete su per il camino. I ceppi posavano nel fuoco come pali d’ormeggio nella risacca. Dal fuoco veniva un gran calore ardente e lei vi protendeva il viso mentre le guance si affocavano di scarlatto. Nessuno le parlava e non c’era nessuno che conoscesse là. Il fuoco era la sua pace, gli apparteneva ed era sola ed era tranquilla. Scoppiettava e mordeva e divorava la tenera legna secca.

Un forte dissonante clangore metallico e un crepitare di tacchi veloci picchiettanti giù per il corridoio. Letty dalle tette come montagne e con le gambe simili a vitelli appesi al mercato si espanse dentro la stanza e davanti al fuoco. Con un brusco sussulto abbatté il suo enorme posteriore sul pavimento. Che bel fuoco urlò all’impassibilità di calore e refrattari sommersi.

 Be’, un giorno ve lo potrete leggere tutto, spero. È stato notato che The Shutter of Snow anticipa di sedici anni The Snake Pit di Mary Jane Ward, di trentadue One Flew Over the Cuckoo’s Nest di Ken Kesey. È un testo precursore di una dei Modernisti di Hayford Hall, è considerato un classico a tutti gli effetti, molti corsi universitari ne prescrivono la lettura, è oggetto di studio accademico (Sophie Blanch, Sandra Chait, Thomas Foster, Miriam Fuchs, Christina Milletti, Kylie Valentine, e altri). Da noi è perfettamente sconosciuto.

Il 2002 e il 2003 passano con riletture, correzioni ortografiche, discussioni. Soprattutto con Rosalba, la ex-bibliotecaria del mio paese. Chiamiamola “quinta revisione”. Comincio a proporre Emily agli editori (Adelphi, Einaudi), ma smetto subito. Non voglio correre il rischio di bruciarla, con la mia goffaggine, tanto più che sono presto assorbito da una impresa che fa impallidire quella della traduzione del Manto: la traduzione dell’opera poetica di Emily, trentasei cartelle di titoli!

Il 2003 è un anno cardine. Da due anni sono pensionato, avendo tuttavia conservato un rapporto di consulenza interna all’azienda, per preparare la mia successione. Ma ora chiudo i rapporti col mondo metalmeccanico. Scrivo all’Università del Delaware. Entro in contatto virtuale con Rebecca Johnson Melvin, bibliotecaria delle Special Collections, e le chiedo di copiarmi delle poesie di Emily:

Hello Piero,

I have received your email and now have a student who is copying the requested poems for you. I also have some news that I hope will be of help with you on your projects. We had another visiting researcher, Jeffrey Rudick, who is also interested in Emily Coleman’s poetry. With his permission, I am relaying information on how to contact him. He said he is eager to hear what other researchers have to say about a critical selection of the poetry.

Jeffrey Rudick, studioso di Emily! Rebecca mi mette in contatto anche con Joseph Geraci, letterato, amico e curatore testamentario di Emily. Così mi scriveva Jeffrey:

I’d love to hear sometime how you and Emily met. I knew her only the last five years of the lifetime that ended in ‘74, and what a character she was! Joseph met me at Bard College, where I was completing quite a tempestuous first year and was in sore need of a fat breath of fresh air. Living at the Catholic Worker Farm only three miles up the Hudson River from Bard, they both amply provided that, both spiritually AND artistically! Joseph and I loved her (and still do) dearly. I was rather shocked about five years ago to learn that no collection (or even Selection) of her poetry had emerged in English book form. I swore to myself then and there that I’d try to do whatever I could to remedy that as soon as I could stay in Baltimore long enough to find the needed time in Newark, Delaware. Until five years ago I had no idea her work was in the archives there. So this past winter I began to add what I could to the process of bringing her poetry to light over here and in England.

Jeffrey farà per me quello che io non avrei mai potuto, col fondo cassa che mi ritrovo: scartabellare nell’archivio di Newark, fare selezioni, fotocopiarle. Con Joseph combiniamo un trio che copre il globo. Io – in Italia – trascrivo i manoscritti su file di Word; Jeffrey – in Israele, o in Canada, o negli Stati Uniti – corregge le trascrizioni; Joseph – in Olanda – controlla e critica severamente. Poi io traduco e discuto via mail ogni passaggio dubbio con Jeffrey… con reciproco delirio e con copia per conoscenza a Joseph. Sempre sotto strettissimo copyright, imposto da Joseph. A lavoro concluso, le raccolte sono depositate presso le Special Collections, a disposizione degli studiosi. Ci sono molte poesie liriche, alcune satiriche, la gran parte… mistiche! Sì, perché la vita di Emily ha avuto un altro cambiamento di rotta, vent’anni dopo l’esperienza in ospedale psichiatrico, il divorzio e una lunga serie di sfrenate anticonformistiche vicissitudini sentimentali: la corrispondenza con Jacques e Raissa Maritain dal 1942 e la conversione al cattolicesimo nel 1943. Una fede appassionata, anomala e insofferente delle gerarchie ecclesiastiche… tanto da tenere costantemente sulle spine la badessa del convento benedettino di Stanbrook, nel Sussex, che la ospitò nella foresteria per undici anni assieme al suo Bonny, un gatto nero senza coda.

A tutt’oggi (2017) ho completato quattro raccolte:

. La tempesta si avvicina – Tutte le poesie, e qualche prosa, già pubblicate su riviste letterarie

. Mani quiete – Le poesie chiave del percorso umano, letterario e religioso di Emily, molte inedite

. Una via – La seconda selezione di Jeffrey. Poesie mistiche e profane, a conflitto. Tutte inedite

. Da Kansas City, Missouri – La terza selezione, spedita da Kansas City. Una corposa raccolta di poesie della maturità di Emily. Tutte inedite

Ho in corso la traduzione di una notevole opera poetica, The Life of Jesus and Mary, trasposizione in versi dei quindici Misteri del Rosario: ancora una riscrittura dei Vangeli, come annunciato nel Manto di neve.

Il percorso di ricerca e traduzione è lungo, accidentato, con tempi imprevedibili. Sulla via trovo il tempo di divertirmi con Hemingway (si veda il primo Diario di Intramel – non più accessibile in rete ma registrato e disponibile ai curiosi), e di tradurre una poesia di Joseph e due raccolte di Jeffrey, Senso segreto e La speranza del tuono, ora unificate e destinate alla pubblicazione negli Stati Uniti con il titolo Clarity of Thunder. Due poesie di Jeffrey mi fanno guadagnare il Premio Città di Forlì del 2005. Due di Emily me lo fanno riguadagnare nel 2010. Provo a mandare a Crocetti un articolo su Emily e Jeffrey, maestra e allievo: nemmeno mi rispondono, ma sicuramente avrò sbagliato indirizzo.

Tutto questo mi cambia la vita, mi cambia il carattere. Resto marito, padre, nonno, amico. Ma dopo viene Emily, con la pazienza dei grandi. Ha tutto il tempo che vuole, e non molla.

Aspettando…

IL LIBERATORE

Chiavi che girano

        ciottolando nelle sciolte serrature

              aprendo nel fondo le porte

che si richiudono

come premature ore della morte

le pareti sono bianche

e la fila dei letti guarda fissa

tutte le sbarre andare su e giù

e nessuna di esse portar fuori

              e occhi balzanti

                     e membra rigide

                seguono il tlac delle chiavi

sono forte ora

e spaccherò quelli che portano le chiavi

                 con piccoli martelli

                 minuscoli martelli

                 che tu farai per me

                        e nasconderai nella minestra

spaccherò la testa a tutti

                 e li deporrò in file ordinate

              e alte sventoleremo le chiavi

              e spalancheremo un milione di porte

e tutte noi danzeremo nella neve

e quella povera donna nel bozzolo a spirale

si scalderà una bambola di legno contro il vestito

                 e sporgerà i capelli nel fuoco

la grata sarà tolta d’attorno al fuoco

       e la donna e le chiavi ci andranno dentro

              tutte noi

                     ci

                            danzeremo

                                   dentro

Citazioni da The Shutter of Snow: Copyright © Estate of Emily Holmes Coleman 2007

Traduzioni: Copyright © Piero Ambrogio Pozzi 2007

L’archivio delle opere di Emily Holmes Coleman si trova presso:

University of Delaware Library – Special Collections

181 South College Avenue – Newark, Delaware 19717-5267

http://www.lib.udel.edu