Tradurre Emily – Appunti sulla vita che cambia (3)

Tradurre Emily – Appunti sulla vita che cambia

Terza di quattro puntate: Visioni

cereus

Pausa per aspettare altre note di Jenny, una copia del dizionario Chambers e i commenti di alcuni lettori-pilota, poi parte la quarta revisione, quella concentrata sulle visioni… Nel Manto di neve (il titolo che ho scelto) ci sono discontinuità narrative che coincidono con le inevitabili alienazioni, le salutari fughe dal presente indotte dalla insopportabile tensione del reale. Ciò che accade in una clinica psichiatrica, ma anche nella vita di tutti i giorni, quando la disperazione ci assale, quando non riusciamo a reggere il confronto col prossimo… e qui anch’io mi sono perso, staccandomi dalla realtà, spesso aspettando la notte per riprendere in mano la traduzione. Momenti magici, dove ho sentito il contatto con Emily, ho percepito le sue sensazioni, ho goduto la capacità di renderle su carta. Non voglio dire con questo che la mia traduzione sia l’ottimo. Semplicemente e soggettivamente ho trovato una gratificante corrispondenza tra le due lingue, ho fissato emozioni condivisibili ora anche dagli italiani: una cosa che prima non c’era.

Un pensiero mi raggiunge, un pensiero ricorrente: come essere ragionevolmente certi di aver colto il senso di un passaggio? Quante volte ho provato a esporre un dubbio su Biblit, la lista dei traduttori letterari… Spesso la cosa era rapidamente risolta da qualche colistaio con la mente più fresca, o di maggior sapienza, ma altrettanto spesso l’incertezza restava. Ho sempre pensato che per Il manto di neve sarebbe indispensabile una revisione particolare, come particolare, speciale è il libro, e che il revisore ideale dovrebbe essere capace di interagire col traduttore, e che assieme dovremmo essere aperti ad accettare ed elaborare reciproche critiche. A dir la verità, saprei già a chi affidare la revisione. Ma esisterà un editore in grado di capire la necessità di conservare l’unità della traduzione di questo libro particolare, dove un intervento di revisione imposto al traduttore potrebbe rovinare il sottile tessuto narrativo, che ha già una sua omogeneità nella traduzione? Dal mio punto di vista, ogni testo che abbia una dignità letteraria dovrebbe essere tradotto e rivisto lasciando che sia il traduttore a decidere la soluzione finale, in ogni caso.

Superato l’inciso, torniamo alla storia. Siamo all’inizio del 2002, e la traduzione del Manto non può ancora essere considerata conclusa, dopo un anno e mezzo. Il tormento dei dubbi non mi lascia, e qua e là torno ad aggiustare. Ma smetto di modificare quelle che ho chiamato discontinuità narrative, quelle inclusioni/esplosioni di fuga nell’immaginario che considero come pietre preziose nella roccia del racconto. Eccone una, dove Marthe riscopre il proprio corpo sensuale mentre per terapia è costretta a un lungo bagno nell’acqua calda corrente:

Marte relaxed her legs and arms and became a night blooming Cereus on the wrinkled stream. She had a small and tightly folded centre, yellow and full of gold and poppy-dreamings, and now she would open and pour out its fullness.

It came out staggering and climbed awkwardly up to the cruel height beyond it. They came holding sideways their golden bowls and climbed and climbed and found relief in sinking. They came each in their turn, stronger and more intent to stay. It was now a crying light and a chariot race to the far mirages in the sea, and up and up into the depths of the cream incensed sarcophagus they whipped their fleeting runners.

It was a song, a perfect song, a note of clean and fixed control. It came to her in that moment, and in the drunkenness of sound she was in a trance of silver goblets and all her body became that song. She lay and was the instrument, and poured forth from her still throat a single needle-pointing cenotaph.

 

Marthe rilassò le gambe e le braccia e diventò un fiore notturno di cactus sulla corrente increspata. Aveva un piccolo centro strettamente celato, biondo e colmo d’oro e sogni d’oppio, e ora avrebbe aperto ed effuso la sua pienezza.

Sbocciò sgranandosi arrampicandosi tremante fino alla crudele vetta del suo inaccessibile. Vennero reggendo ai lati le loro coppe d’oro e salirono e salirono trovando sollievo nell’affondare. Vennero una dopo l’altra, con più forza e con maggior desiderio di restare. Ed ecco un grido di luce e una corsa di bighe ai lontani miraggi nel mare, ed esse frustarono i loro evanescenti corsieri su e su fin dentro le profondità del sarcofago vellutato d’incenso.

Nacque un canto, un canto perfetto, una melodia limpida e facile e continua. Le nacque in gola in quel momento, e nell’ubriacatura di suono entrò in un’estasi di calici d’argento e tutto il corpo diventò quel canto. Giaceva ed era lo strumento, finché s’esaurì dalla sua gola muta un cenotafio dalla singola acuminata cuspide.

Andate a vedervi questi Night Blooming Cereus:

http://www.afterimagegallery.com/leschnbcl.jpg

http://rfovell.bol.ucla.edu/1.html

Difficile immaginare un fiore più vicino all’anatomia e alla sensualità femminile.

Ecco un’altra discontinuità, che esplode durante un diverbio di Marthe con Miss Wade, la capo infermiera:

There was a painted scarf hung from the mantelpiece at the end of the ward. She pulled it down and flung it about her body. She lifted up her limbs to the lights over her head and bowed down her body to her feet. She was a fair white stream gushing down the ill-poised canyons of a dream. She leaped into the gyrating space of night star falling. Down she fell into an abyss of crowded murmurs and up she swept again to peaks of light. She was a comet in her dream a shooting star loosed from the portals of the rainbow’s chilling. She fled and fled away down the long labyrinths of her childhood’s darkness and into mazes of fine winding through which she spun and wheeled and crouched to die…

 

C’era un drappo sgargiante intorno alla mensola del caminetto in fondo alla corsia. Lo strappò via e se lo gettò attorno al corpo. Alzò le braccia alle luci sopra la testa e poi chinò il corpo verso terra. Era un bianco nitido getto scaturente giù per i canyon vacillanti di un sogno. Si lanciò come stella cadente dentro lo spazio turbinante della notte. Cadde nel fondo di un abisso di affollati mormorii e ancora s’involò a vette di luce. Nel sogno era una cometa una meteora scoccata dai portali del ghiacciante arcobaleno. Corse e ancora corse via giù per i lunghi labirinti del buio della sua infanzia e dentro dedali di castigo attorcendosi tra i quali ruotò vorticosamente e lentamente e si rannicchiò a morire…

Prossima, quarta e ultima puntata: Compagni di strada

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