Tradurre Emily – Appunti sulla vita che cambia (2)

Tradurre Emily – Appunti sulla vita che cambia

Seconda di quattro puntate: Jenny

The Shutter of Snow - Edizione Viking 1930

Ad agosto del 2000 parto nell’impresa, armato di vocabolari vari, un Devoto-Oli su CD, il Merriam-Webster online, uno Zanichelli dei sinonimi e dei contrari. Mi isolo nel ripostiglio, di sera e in ogni momento che riesco a ritagliarmi. Devo essere uscito di testa, io che mi sono sempre comportato a schema fisso: lavoro, casa, parenti, pochissimi amici. Opinioni nette e chiare. Certezze. Non mollo, voglio togliere il me stesso dal parcheggio. L’intento è di finire per Natale. Trovo parecchi intoppi, metafore zoppe, richiami misteriosi, riferimenti che erano abituali forse solo nella società americana degli anni Venti. Evidenzio, sorvolo e proseguo. Per Natale non ce la faccio. La bozza del gennaio 2001, già impaginata come l’originale Dalkey dopo una prima revisione, fa emergere una storia emozionante, ma non la rivela compiutamente. La storia? È la cronaca dell’uscita da una psicosi post-parto, in una clinica psichiatrica che è la fotocopia della società esterna. Pura autobiografia. Ha cambiato la vita di Emily (Marthe, nel romanzo) quella psicosi, quella degenza al Rochester State Hospital sul lago Ontario. La cronaca di un inverno, dai primi bagliori di una risorgente coscienza:

There were two voices that were louder than the others. At night when the red light was out in the hall and there was someone sitting in a chair in front of the door clearing her throat at intervals there would be the voices far down the hall mingling with sobs and shouts and the drones of those who were beginning to sleep. It was cold and she shivered under the blankets. (…)

C’erano due voci più forti delle altre. Quando verso sera accendevano la luce rossa fuori nella corsia e qualcuna seduta su una poltrona davanti alla porta si schiariva la gola a intervalli si sarebbero sentite quelle voci lontano in fondo alla corsia mescolarsi con i singhiozzi e le grida e il russare leggero di quelle che stavano cominciando a dormire. Faceva freddo e rabbrividì sotto le coperte.

fino alla vigilia del ritorno a casa, del passaggio al di là del vetro contro il quale turbinavano gli ultimi fiocchi di neve, oltre il sipario di alberi imponenti:

Trees bold and stiff in the hollow moon, move to the crunch of heels of gold below you. Stars fling past you to ribboned houses beyond. And your hair falls to your feet and hears no wind.

 Alberi audaci e rigidi nella falce di luna, fate ala allo scricchiolare di tacchi d’oro sotto di voi. Stelle striano il cielo su di voi verso le case schierate lontano. E le foglie vi cadono ai piedi e non odono più il vento.

Una prosa tesa e sospesa, avara e a volte priva di segni d’interpunzione. Sono perseguitato dai dubbi, dal timore di vedere metafore dove non ci sono, o di non riuscire a coglierle. Dubbi che non mi lasceranno mai, che sono ancora vivi, come quelli a proposito dei tacchi d’oro della chiusa.

Parte la seconda revisione, una rilettura con illuminazioni perfino commoventi, per le gratificazioni che regalano: numerose citazioni bibliche che emergono, metafore che acquistano luce, discorsi che prendono forma. Internet è prezioso, Google insostituibile, ma incontro ostacoli che inquadrerò soltanto dopo il marzo 2001, quando mi rendo conto che da solo non ce la farò mai. Su internet pesco una professoressa inglese, Jenny, editor di Nabokov e insegnante di tecnica della traduzione in una università londinese. Le spiego i miei guai e le chiedo di aiutarmi volgendo in other words i passi ostici. Jenny cerca il romanzo e non lo trova, quello della biblioteca universitaria è stato rubato (ladri raffinati, quelli londinesi). Le spedisco il libro fotocopiato ed evidenziato dove necessario. Jenny legge e definisce il libro a gem. Accetta di aiutarmi, con forte sconto sulle sue tariffe, visto che al momento non intendo pubblicare la traduzione. Mi dà un sacco di buoni consigli. Il più importante è l’avviso di evitare l’over interpreting del romanzo, di non mettere del mio al posto di quello che scrive Emily. Mi manda in other words i passi che avevo evidenziato. Avviene un fenomeno curioso, che mi infiamma la voglia di continuare: la quasi totalità dei passi ostici per me lo sono anche per Jenny. E allora non sono discorsi, non è narrazione: sono visioni, è poesia pura! C’è del naïf in questa mia deduzione, che farà sorridere molti professionisti: questa è la mia via di accesso alla traduzione, staccata da ogni teoria, ma non per questo impraticabile.

A giugno del 2001 parte la terza revisione, sulla traccia del lavoro di Jenny, e si protrae fino all’ottobre. Jenny nel frattempo ha abbandonato l’iniziale diffidenza, e mi gratifica di lezioni sulla traduzione, come se fossi seduto tra i suoi ragazzi, con i miei capelli bianchi. Vi trascrivo un brano di una sua mail – certo di non recarle offesa – per condividere qualche utile indicazione:

Tracing textual patterns is a vital process for any translator, professional or student. It helps to recreate the unity and consistency of the original that the search for correct meanings can often lose. Essentially you start with a draft and then you write and rewrite it until, largely ignoring the original, you have a piece of writing that stands alone, resonating with fresh qualities of its own. But those qualities can be enhanced by certain techniques, by checking and touching up the details to create light and dark, depth and brilliance: a kind of verbal chiaroscuro. By this means you can consciously replicate themes, imitate effects of rhythm or sound, and so on. Sometimes more is less. In English cutting out certain superfluous words, such as ‘that’, can have a magical effect. I liken this to pruning roses: the more you cut back, the larger and sweeter the blooms.

E un altro:

I also recommend students to print their drafts with wider margins and in a new font that differs from their ‘normal’ one with or without serifs, to make the text ‘strange’ to the eye. It creates distance from what is too familiar, and helps you read the text anew. Also reading aloud (with pencil in hand) is the best way of testing the flow of language, because if writing doesn’t work when spoken, it won’t work when read either. You have to create a good, natural rhythm.

Prossima puntata: Visioni

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