Emily Holmes Coleman – Nota Biografica

Nota biografica

Emily Holmes Coleman è una scrittrice, poetessa e pittrice americana. Nata a Oakland, in California, nel 1899, fu educata in una scuola privata e quindi al Wellesley College. Nel 1921 sposò Loyd (sic) Ring Coleman (Deak), dal quale ebbe un figlio nel 1924. Soffrì di febbri puerperali, che la condussero alla malattia mentale e a un periodo di ricovero al Rochester State Hospital, sul lago Ontario, nello Stato di New York, periodo dal quale trasse le esperienze fissate nel suo romanzo The Shutter of Snow.

Nel 1925 si trasferì a Parigi, dove scrisse per il Chicago Tribune e fu poi segretaria dell’anarchica Emma Goldman. Cominciò a pubblicare poesie sulla rivista transition, diventando presto una figura importante nella leggendaria vita letteraria di Parigi degli Anni Venti. Si trasferì a Londra nel 1929 e nell’anno successivo pubblicò The Shutter of Snow (un altro romanzo, The Tygon, è tuttora inedito). Negli anni trenta, tra gli amici del Hayford Hall Circle attorno a Peggy Guggenheim, giocò un ruolo fondamentale nella preparazione alla stampa e nel reperimento di un editore per il romanzo Nightwood di Djuna Barnes.

Tornò in America nel 1939 e, attraversate le prove interiori del matrimonio common-law con John W. Scarborough (Jake), nel 1943 si convertì al cattolicesimo, con l’aiuto di Jacques e Raissa Maritain. Per i trent’anni successivi divise il suo tempo tra l’Inghilterra e l’America, trascorrendo ben undici anni nella foresteria del convento benedettino di clausura di Stanbrook, nel Worcestershire. Passò gli ultimi anni della sua vita presso la Catholic Worker Farm di Dorothy Day, vicino a Tivoli, nello Stato di New York, dove morì nel 1974.

The Shutter of Snow è stato pubblicato in diverse edizioni negli Stati Uniti e nel Regno Unito. L’ultima è del 1997 (Dalkey Archive, Illinois State University). Il romanzo è stato tradotto in italiano da Piero A. Pozzi con il titolo Il manto di neve (Robin Edizioni, 2008). Oltre alle poesie pubblicate su transition, componimenti sparsi sono stati pubblicati su altre riviste letterarie dalla vita breve. La vasta produzione poetica di Emily Holmes Coleman è in corso di riordino e traduzione.

Il manto di neve

Il manto di neve racconta la guarigione della protagonista, Marthe Gail, da una psicosi scatenatasi dopo il parto. Il percorso di cura si svolge attraverso i reparti di un ospedale psichiatrico americano degli anni Venti del secolo scorso. È la disincantata e attenta descrizione dei ricoverati e del personale medico attraverso lo sguardo di una paziente ancora in preda a episodi psicotici, che intanto annuncia alle persone più fidate la scrittura di un nuovo Vangelo e il ritorno di Gesù sulla Terra, stavolta nel corpo di una donna, il suo. Marthe è tormentata, e vede anche i suoi compagni soffrire, disperarsi, quasi sempre senza speranza. Affiora allora l’impotenza di Cristo/Marthe sulle disgrazie umane. Il romanzo è autobiografico, e Marthe è Emily Holmes Coleman, una scrittrice di talento, che riversa vissuto e immaginazione da una mente capace di una logica diversa dalla dominante; una scrittrice che scrive come pensa… e i suoi pensieri sono sfrenati.

Questo romanzo ha frequenti riferimenti alla sua storia di figlia, sposa e madre. Sono i riferimenti più misteriosi, criptici, legati alla necessità di affrontare un problema enorme e al terrore di doverlo fare. La madre di Emily morì nel segreto di una malattia mentale quando ancora lei era piccola. Il padre, dirigente di una società di assicurazioni, riversò sulla bambina e poi sulla donna un amore protettivo, quasi carnale. Il marito, psicologo, fu il suo primo rifugio, ed ebbe sicuramente grandi meriti; il più grande quello di aver consentito a Emily di riprendere in mano la propria vita dopo la psicosi, fino ad approdare a un divorzio amichevole. La sua storia famigliare deve essere stata assai complessa e contraddittoria. Difficile conciliare, infatti, la sua rinuncia ad essere madre “effettiva” dell’unico figlio John con la sua indubbia capacità di relazionarsi con chiunque, ed essere importante per quel chiunque.

Ecco il ritratto che ne fa Mary Siepmann nella introduzione all’edizione Virago del 1981 di The Shutter of Snow:

“Fisicamente Emily era descritta come una presenza mozzafiato, non bellissima ma indimenticabile: occhi azzurri molto distanti, capelli biondi, carnagione dorata, una figura deliziosa. Aveva il doppio di buonumore e vitalità di qualsiasi suo compatriota, era intelligentissima e molto divertente: una compagna meravigliosa. Era una donna che approdava al piacere e all’instabilità provenendo da un retroterra di apparenza strettamente convenzionale. Non ci fu mai per Emily la necessità di bere, di assumere droghe: conversazione e idee erano sufficienti. Per tutta la sua vita fu una lettrice onnivora, assorbendo e qualche volta rigettando idee e filosofie del suo tempo e dei tempi passati. Ogni cosa che facesse – leggere, scrivere, parlare, amare, litigare e far la pace – era fatta con una energia che potrebbe essere definita esagerata e certamente non ortodossa.”

“(…) andò a Lourdes per un giorno o due, e ci restò quattro mesi prima di andare a trovare suo figlio, la nuora e i bambini a Madrid dove, non soddisfatta dei preti di Franco, scovò in una catapecchia un gesuita di sinistra che era più di suo gusto (…)”

“Nel 1957 andò all’Abbazia di Stanbrook per una settimana di ritiro spirituale, (…) ancora equipaggiata di una macchina per scrivere e un paio di borse. La settimana sarebbe durata undici anni prima che la badessa si decidesse a sfrattarla.”

Un classico della letteratura anglosassone.

Perché solo ora?

La prima pubblicazione di The Shutter of Snow data al 1930, quando in Italia era già al potere il fascismo e in Germania era imminente l’avvento del nazismo. Un periodo di furori nazionalistici che ostacolavano la diffusione della letteratura straniera. Altri autori contemporanei della Coleman (Hemingway, Fitzgerald, Pound, Eliot, …) furono tradotti e diffusi, anche in grazia della loro produzione continua. Coleman non pubblicò altri romanzi dopo The Shutter of Snow, e perse visibilità prima del rifiorire degli scambi nel dopoguerra.

Altra è la ragione del diverso successo sui due lati dell’Atlantico. Il sostanziale fiasco iniziale in madrepatria sembra dovuto al bigottismo, alla paura del nuovo, alla ottusità della critica. “The gentleman reader cannot fairly be expected to work up a professional interest in a woman who picked up threads and ate them” scriveva un anonimo recensore citato da Carmen Callil e Mary Siepmann nella citata introduzione all’edizione Virago. Secondo Amy Lee[1], l’identità della Coleman come espatriata americana vivente a Parigi e le sue frequentazioni degli artisti di Hayford Hall consolidavano il pregiudizio che aveva colpito i potenziali lettori circa l’argomento del libro. Una donna che pubblicava a stampa le sue esperienze dirette nella malattia mentale non seguiva certamente le regole del decoro vigenti nella società americana degli anni Venti. Gli inglesi furono molto più aperti ed entusiasti, nonostante la non convenzionalità dell’argomento e dello stile del libro.

Ad ogni modo, molto era poi cambiato rapidamente nella società occidentale, il rapporto culturale e l’approccio medico alla malattia mentale erano mutati, e il romanzo fu ristampato a Londra con successo nel 1981 nei Virago Modern Classics. Il riscatto del pubblico americano avvenne abbastanza presto, con l’edizione Penguin del 1986 e, soprattutto, con la definitiva Dalkey Archive del 1997, che garantiva la indefinita disponibilità commerciale del libro[2].

Una americana in Europa, tra i modernisti

Tra gli aspetti più straordinari della personalità di Emily Holmes Coleman c’è l’attitudine al consiglio, alla collaborazione, all’amicizia operosa, quasi agisse con la muta consapevolezza di avere una personalissima missione, su questa terra. Addirittura collaborò a St. Tropez con l’anarchica Emma Goldman, inetta allo scrivere, passando un anno alla redazione delle sue memorie, Living my Life, pubblicate nel 1931. Fu un cardine per la vita di molti scrittori (Djuna Barnes, Dylan Thomas, Antonia White), restando invisibile al grande pubblico, al quale giunse soltanto questo suo primo romanzo, dalla prosa definita startling (sconvolgente, sorprendente) come il contenuto. Un altro, The Tygon, attende di essere scoperto nel cospicuo fondo Coleman dell’Università del Delaware, a Newark, dove è archiviata tutta la sua complessa opera, finalmente oggetto di studio. Un solo racconto, Interlude, apparve in volume nella raccolta di scrittrici moderniste That Kind of Woman, stampata da Virago Press nel 1991. In Italia Quel tipo di donna uscì presso la Tartaruga nel 1995 nella traduzione di Francesca Avanzini. Il racconto narra il difficile parto di Emily, premessa del Manto di neve, restando solo un esempio di prosa startling, peraltro smorzata nella versione italiana. Alcune poesie, da me tradotte, sono apparse nel numero di gennaio-febbraio 2007 della rivista L’immaginazione di Manni Editore, altre sulle Reti di Dedalus, qui http://www.retididedalus.it/Archivi/2009/dicembre/Checkpoint_poetry/2_coleman.htm, su Bibliomanie, qui http://www.bibliomanie.it/le_colline_di_steyning_emily_holmes_coleman_pozzi.htm, altrove in rete. Assieme al romanzo consentono di accedere in parte al quadro d’insieme sulla vita, il pensiero e l’arte di Coleman.

Palestra della giovane Emily negli anni a cavallo del 1930 fu l’ambiente parigino degli espatriati americani, che aveva un punto di riferimento nella rivista in lingua inglese transition, fondata nel 1927 da Eugene Jolas e Elliot Paul. Ecco alcune parole di Jolas, a proposito della sua rivista: “transition è un terreno di prova per la nuova letteratura”, una letteratura che avrebbe richiesto “nuove parole, nuove astrazioni, nuovi geroglifici, nuovi simboli, nuovi miti. È la ricerca artistica del magico in questo strano mondo attorno a noi che transition intende incoraggiare.”

Al crogiolo parigino Coleman alternava l’Italia e il circolo di artisti vari che si riuniva a Hayford Hall, la residenza dell’amica Peggy Guggenheim[3] e di John Holms nel Dartmoor, in Inghilterra. Ma i suoi discorsi, le sue battaglie, continuavano nei fitti rapporti epistolari con un gran numero di scrittori e pensatori dell’epoca. Si pensi soltanto alla fondamentale influenza di Emily Holmes Coleman nella evoluzione artistica di Djuna Barnes[4] e all’altrettanto fondamentale influenza di Jacques e Raissa Maritain sulla evoluzione spirituale di Emily. Oppure alle lettere d’amore ricevute da Dylan Thomas[5]. Testimonianze di Emily Holmes Coleman poetessa e scrittrice restano nelle riviste transition, New Review, Seed e New Statesman; dopo la sua morte, nella rivista Wild Places di Joseph Geraci.

Può essere interessante annotare come l’annuncio di un nuovo Vangelo, fatto dalla protagonista del Manto di neve, sia stato un segno della tendenza di Coleman al misticismo, che si manifesterà vent’anni dopo la stesura del romanzo nel distacco dal mondo – un mondo fino allora vissuto in tutte le emozioni e le esperienze disponibili – e nella fioritura poetica che comprende innumerevoli riscritture dei Vangeli, canonici e apocrifi.

Non si trovano biografie complete di Emily Holmes Coleman, ma è affascinante individuarne un ritratto nelle sue opere letterarie, tutte o quasi intessute sul personale, sull’intimo. Dati biografici sono ricavabili dalla introduzione all’edizione Virago del 1981 di The Shutter of Snow, firmata da Carmen Callil e Mary Siepmann, dal breve saggio di Amy Lee, fonte di notizie preziose per queste note, e soprattutto dalla introduzione al volume Rough Draft, The Modernist Diaries of Emily Holmes Coleman, 1929-1937, a cura di Elizabeth Podnieks. Illuminante il necrologio scritto dall’amico Joseph Geraci sul Catholic Worker: “Emily had a barbarous personality for someone so civilized. She was intense and passionate, sometimes to the point of mania. She was remarkable, reasonable and quite simply the most important influence on the lives of those who knew her.[6]

Geraci mi scrisse una volta: “She never published a volume of verse, but she certainly thought of herself first and foremost as a poet.” Sono convinto che anche il lettore penserà a Emily Holmes Coleman poetessa, leggendo Il manto di neve.

[1] Amy Lee, Emily Holmes Coleman, in The Review of Contemporary Fiction, Normal IL, Spring 2005.

[2]Dalkey also keeps books in print for as long as the press exists. In other words, the books they print are ‘books of lasting value’.” Joseph Geraci all’autore, gennaio 2006.

[3] Si veda Peggy Guggenheim, Una vita per l’arte, traduzione di Giovanni Piccioni, Rizzoli, Milano, 1999.

[4] Si veda Djuna Barnes, Camminare nel buio – Lettere scelte a Emily Holmes Coleman, traduzione di Francesco Francis, Archinto, Milano, 2004.

[5] Dylan Thomas, Lettere d’amore, a cura di Massimo Bacigalupo, Guanda, Parma, 2004.

[6] In Minna Besser Geddes, Emily Holmes Coleman, Dictionary of Literary Biography, Volume 4, American Writers in Paris, 1920-1939, Gale Research, Detroit MI, 1980.

Studi su Emily Holmes Coleman

Miriam Fuchs, The Triadic Association of Emily Holmes Coleman, T. S. Eliot and Djuna Barnes, in ANQ, A Quarterly Journal of Short Articles, Notes, and Reviews, Volume 12, Number 4, Washington DC, Fall 1999.

Elizabeth Podnieks, edited by, Rough Draft – The Modernist Diaries of Emily Holmes Coleman, 1929-1937. University of Delaware Press, Newark DE, 2012.

Piero Ambrogio Pozzi, Emily Holmes Coleman su Enciclopedia delle Donne, qui www.enciclopediadelledonne.it/biografie/emily-holmes-coleman/

Kylie Valentine, Mad and Modern: A Reading of Emily Holmes Coleman and Antonia White, in Tulsa Studies in Women’s Literature, Volume 22, Number 1, Tulsa OK, Spring 2003.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *