Tradurre Emily – Appunti sulla vita che cambia (3)

Tradurre Emily – Appunti sulla vita che cambia

Terza di quattro puntate: Visioni

cereus

Pausa per aspettare altre note di Jenny, una copia del dizionario Chambers e i commenti di alcuni lettori-pilota, poi parte la quarta revisione, quella concentrata sulle visioni… Nel Manto di neve (il titolo che ho scelto) ci sono discontinuità narrative che coincidono con le inevitabili alienazioni, le salutari fughe dal presente indotte dalla insopportabile tensione del reale. Ciò che accade in una clinica psichiatrica, ma anche nella vita di tutti i giorni, quando la disperazione ci assale, quando non riusciamo a reggere il confronto col prossimo… e qui anch’io mi sono perso, staccandomi dalla realtà, spesso aspettando la notte per riprendere in mano la traduzione. Momenti magici, dove ho sentito il contatto con Emily, ho percepito le sue sensazioni, ho goduto la capacità di renderle su carta. Non voglio dire con questo che la mia traduzione sia l’ottimo. Semplicemente e soggettivamente ho trovato una gratificante corrispondenza tra le due lingue, ho fissato emozioni condivisibili ora anche dagli italiani: una cosa che prima non c’era.

Un pensiero mi raggiunge, un pensiero ricorrente: come essere ragionevolmente certi di aver colto il senso di un passaggio? Quante volte ho provato a esporre un dubbio su Biblit, la lista dei traduttori letterari… Spesso la cosa era rapidamente risolta da qualche colistaio con la mente più fresca, o di maggior sapienza, ma altrettanto spesso l’incertezza restava. Ho sempre pensato che per Il manto di neve sarebbe indispensabile una revisione particolare, come particolare, speciale è il libro, e che il revisore ideale dovrebbe essere capace di interagire col traduttore, e che assieme dovremmo essere aperti ad accettare ed elaborare reciproche critiche. A dir la verità, saprei già a chi affidare la revisione. Ma esisterà un editore in grado di capire la necessità di conservare l’unità della traduzione di questo libro particolare, dove un intervento di revisione imposto al traduttore potrebbe rovinare il sottile tessuto narrativo, che ha già una sua omogeneità nella traduzione? Dal mio punto di vista, ogni testo che abbia una dignità letteraria dovrebbe essere tradotto e rivisto lasciando che sia il traduttore a decidere la soluzione finale, in ogni caso.

Superato l’inciso, torniamo alla storia. Siamo all’inizio del 2002, e la traduzione del Manto non può ancora essere considerata conclusa, dopo un anno e mezzo. Il tormento dei dubbi non mi lascia, e qua e là torno ad aggiustare. Ma smetto di modificare quelle che ho chiamato discontinuità narrative, quelle inclusioni/esplosioni di fuga nell’immaginario che considero come pietre preziose nella roccia del racconto. Eccone una, dove Marthe riscopre il proprio corpo sensuale mentre per terapia è costretta a un lungo bagno nell’acqua calda corrente:

Marte relaxed her legs and arms and became a night blooming Cereus on the wrinkled stream. She had a small and tightly folded centre, yellow and full of gold and poppy-dreamings, and now she would open and pour out its fullness.

It came out staggering and climbed awkwardly up to the cruel height beyond it. They came holding sideways their golden bowls and climbed and climbed and found relief in sinking. They came each in their turn, stronger and more intent to stay. It was now a crying light and a chariot race to the far mirages in the sea, and up and up into the depths of the cream incensed sarcophagus they whipped their fleeting runners.

It was a song, a perfect song, a note of clean and fixed control. It came to her in that moment, and in the drunkenness of sound she was in a trance of silver goblets and all her body became that song. She lay and was the instrument, and poured forth from her still throat a single needle-pointing cenotaph.

 

Marthe rilassò le gambe e le braccia e diventò un fiore notturno di cactus sulla corrente increspata. Aveva un piccolo centro strettamente celato, biondo e colmo d’oro e sogni d’oppio, e ora avrebbe aperto ed effuso la sua pienezza.

Sbocciò sgranandosi arrampicandosi tremante fino alla crudele vetta del suo inaccessibile. Vennero reggendo ai lati le loro coppe d’oro e salirono e salirono trovando sollievo nell’affondare. Vennero una dopo l’altra, con più forza e con maggior desiderio di restare. Ed ecco un grido di luce e una corsa di bighe ai lontani miraggi nel mare, ed esse frustarono i loro evanescenti corsieri su e su fin dentro le profondità del sarcofago vellutato d’incenso.

Nacque un canto, un canto perfetto, una melodia limpida e facile e continua. Le nacque in gola in quel momento, e nell’ubriacatura di suono entrò in un’estasi di calici d’argento e tutto il corpo diventò quel canto. Giaceva ed era lo strumento, finché s’esaurì dalla sua gola muta un cenotafio dalla singola acuminata cuspide.

Andate a vedervi questi Night Blooming Cereus:

http://www.afterimagegallery.com/leschnbcl.jpg

http://rfovell.bol.ucla.edu/1.html

Difficile immaginare un fiore più vicino all’anatomia e alla sensualità femminile.

Ecco un’altra discontinuità, che esplode durante un diverbio di Marthe con Miss Wade, la capo infermiera:

There was a painted scarf hung from the mantelpiece at the end of the ward. She pulled it down and flung it about her body. She lifted up her limbs to the lights over her head and bowed down her body to her feet. She was a fair white stream gushing down the ill-poised canyons of a dream. She leaped into the gyrating space of night star falling. Down she fell into an abyss of crowded murmurs and up she swept again to peaks of light. She was a comet in her dream a shooting star loosed from the portals of the rainbow’s chilling. She fled and fled away down the long labyrinths of her childhood’s darkness and into mazes of fine winding through which she spun and wheeled and crouched to die…

 

C’era un drappo sgargiante intorno alla mensola del caminetto in fondo alla corsia. Lo strappò via e se lo gettò attorno al corpo. Alzò le braccia alle luci sopra la testa e poi chinò il corpo verso terra. Era un bianco nitido getto scaturente giù per i canyon vacillanti di un sogno. Si lanciò come stella cadente dentro lo spazio turbinante della notte. Cadde nel fondo di un abisso di affollati mormorii e ancora s’involò a vette di luce. Nel sogno era una cometa una meteora scoccata dai portali del ghiacciante arcobaleno. Corse e ancora corse via giù per i lunghi labirinti del buio della sua infanzia e dentro dedali di castigo attorcendosi tra i quali ruotò vorticosamente e lentamente e si rannicchiò a morire…

Prossima, quarta e ultima puntata: Compagni di strada

Tradurre Emily – Appunti sulla vita che cambia (2)

Tradurre Emily – Appunti sulla vita che cambia

Seconda di quattro puntate: Jenny

The Shutter of Snow - Edizione Viking 1930

Ad agosto del 2000 parto nell’impresa, armato di vocabolari vari, un Devoto-Oli su CD, il Merriam-Webster online, uno Zanichelli dei sinonimi e dei contrari. Mi isolo nel ripostiglio, di sera e in ogni momento che riesco a ritagliarmi. Devo essere uscito di testa, io che mi sono sempre comportato a schema fisso: lavoro, casa, parenti, pochissimi amici. Opinioni nette e chiare. Certezze. Non mollo, voglio togliere il me stesso dal parcheggio. L’intento è di finire per Natale. Trovo parecchi intoppi, metafore zoppe, richiami misteriosi, riferimenti che erano abituali forse solo nella società americana degli anni Venti. Evidenzio, sorvolo e proseguo. Per Natale non ce la faccio. La bozza del gennaio 2001, già impaginata come l’originale Dalkey dopo una prima revisione, fa emergere una storia emozionante, ma non la rivela compiutamente. La storia? È la cronaca dell’uscita da una psicosi post-parto, in una clinica psichiatrica che è la fotocopia della società esterna. Pura autobiografia. Ha cambiato la vita di Emily (Marthe, nel romanzo) quella psicosi, quella degenza al Rochester State Hospital sul lago Ontario. La cronaca di un inverno, dai primi bagliori di una risorgente coscienza:

There were two voices that were louder than the others. At night when the red light was out in the hall and there was someone sitting in a chair in front of the door clearing her throat at intervals there would be the voices far down the hall mingling with sobs and shouts and the drones of those who were beginning to sleep. It was cold and she shivered under the blankets. (…)

C’erano due voci più forti delle altre. Quando verso sera accendevano la luce rossa fuori nella corsia e qualcuna seduta su una poltrona davanti alla porta si schiariva la gola a intervalli si sarebbero sentite quelle voci lontano in fondo alla corsia mescolarsi con i singhiozzi e le grida e il russare leggero di quelle che stavano cominciando a dormire. Faceva freddo e rabbrividì sotto le coperte.

fino alla vigilia del ritorno a casa, del passaggio al di là del vetro contro il quale turbinavano gli ultimi fiocchi di neve, oltre il sipario di alberi imponenti:

Trees bold and stiff in the hollow moon, move to the crunch of heels of gold below you. Stars fling past you to ribboned houses beyond. And your hair falls to your feet and hears no wind.

 Alberi audaci e rigidi nella falce di luna, fate ala allo scricchiolare di tacchi d’oro sotto di voi. Stelle striano il cielo su di voi verso le case schierate lontano. E le foglie vi cadono ai piedi e non odono più il vento.

Una prosa tesa e sospesa, avara e a volte priva di segni d’interpunzione. Sono perseguitato dai dubbi, dal timore di vedere metafore dove non ci sono, o di non riuscire a coglierle. Dubbi che non mi lasceranno mai, che sono ancora vivi, come quelli a proposito dei tacchi d’oro della chiusa.

Parte la seconda revisione, una rilettura con illuminazioni perfino commoventi, per le gratificazioni che regalano: numerose citazioni bibliche che emergono, metafore che acquistano luce, discorsi che prendono forma. Internet è prezioso, Google insostituibile, ma incontro ostacoli che inquadrerò soltanto dopo il marzo 2001, quando mi rendo conto che da solo non ce la farò mai. Su internet pesco una professoressa inglese, Jenny, editor di Nabokov e insegnante di tecnica della traduzione in una università londinese. Le spiego i miei guai e le chiedo di aiutarmi volgendo in other words i passi ostici. Jenny cerca il romanzo e non lo trova, quello della biblioteca universitaria è stato rubato (ladri raffinati, quelli londinesi). Le spedisco il libro fotocopiato ed evidenziato dove necessario. Jenny legge e definisce il libro a gem. Accetta di aiutarmi, con forte sconto sulle sue tariffe, visto che al momento non intendo pubblicare la traduzione. Mi dà un sacco di buoni consigli. Il più importante è l’avviso di evitare l’over interpreting del romanzo, di non mettere del mio al posto di quello che scrive Emily. Mi manda in other words i passi che avevo evidenziato. Avviene un fenomeno curioso, che mi infiamma la voglia di continuare: la quasi totalità dei passi ostici per me lo sono anche per Jenny. E allora non sono discorsi, non è narrazione: sono visioni, è poesia pura! C’è del naïf in questa mia deduzione, che farà sorridere molti professionisti: questa è la mia via di accesso alla traduzione, staccata da ogni teoria, ma non per questo impraticabile.

A giugno del 2001 parte la terza revisione, sulla traccia del lavoro di Jenny, e si protrae fino all’ottobre. Jenny nel frattempo ha abbandonato l’iniziale diffidenza, e mi gratifica di lezioni sulla traduzione, come se fossi seduto tra i suoi ragazzi, con i miei capelli bianchi. Vi trascrivo un brano di una sua mail – certo di non recarle offesa – per condividere qualche utile indicazione:

Tracing textual patterns is a vital process for any translator, professional or student. It helps to recreate the unity and consistency of the original that the search for correct meanings can often lose. Essentially you start with a draft and then you write and rewrite it until, largely ignoring the original, you have a piece of writing that stands alone, resonating with fresh qualities of its own. But those qualities can be enhanced by certain techniques, by checking and touching up the details to create light and dark, depth and brilliance: a kind of verbal chiaroscuro. By this means you can consciously replicate themes, imitate effects of rhythm or sound, and so on. Sometimes more is less. In English cutting out certain superfluous words, such as ‘that’, can have a magical effect. I liken this to pruning roses: the more you cut back, the larger and sweeter the blooms.

E un altro:

I also recommend students to print their drafts with wider margins and in a new font that differs from their ‘normal’ one with or without serifs, to make the text ‘strange’ to the eye. It creates distance from what is too familiar, and helps you read the text anew. Also reading aloud (with pencil in hand) is the best way of testing the flow of language, because if writing doesn’t work when spoken, it won’t work when read either. You have to create a good, natural rhythm.

Prossima puntata: Visioni

Tradurre Emily – Appunti sulla vita che cambia (1)

Tradurre Emily – Appunti sulla vita che cambia

Prima di quattro puntate: La pispola

Anno 1999, il mio cinquantacinquesimo.

Sono un progettista di macchine utensili, ormai al punto più alto di una discreta carriera che mi ha dato qualche soddisfazione e il benessere dell’italiano medio. Ho certe mie aspirazioni, indefinite, nascoste e rimandate fin dalla gioventù: per tirare avanti ho dovuto o voluto accettare situazioni sgradevoli, frustranti. Condivise e perciò sopportate, ma il me stesso è parcheggiato da decenni.

Uso professionalmente il computer, da quando esiste, e decido di installarne uno a casa, nel ripostiglio. Penso a una futura attività di consulenza. Ci sono tutte le premesse: conosco il mestiere, conosco un sacco di gente, basta rendersi disponibili. Anche per semplice inerzia, dovrebbe funzionare.

Una vita in codice binario, quella del progettista di macchine per la lavorazione della lamiera. Niente è lasciato al caso, tutto deve approdare a una dimostrata sicurezza. Tutto ha una ragione, tutto ha una causa, e gli effetti devono essere controllati. Si devono gestire forze di centinaia, migliaia di tonnellate con un tocco. Pensate a quarant’anni trascorsi a cercare dimostrazioni… Le rotture, gli incidenti, gli infortuni, sono dietro l’angolo. Bisogna affrontare seri problemi, indagare, analizzare circostanze, comportamenti… scrivere le perizie di parte, se si finisce in tribunale. La mia azienda viene citata in giudizio da una assicurazione americana, che si vuol rivalere dell’indennizzo di un infortunio capitato a tale Rebecca Wall. Vinciamo la causa perché posso dimostrare che la pressa dell’infortunio era stata manomessa, per aumentarne la produzione… Che c’entra? C’entra, perché l’episodio testimonia la mia discreta conoscenza dell’inglese, cosa necessaria per spiegare il seguito. Quarant’anni a cercare dimostrazioni, dicevo. Capite la voglia di indefinito, di non detto, di non chiaro?

Sono dunque connesso a internet, nel ripostiglio, e provo a navigare verso l’ignoto. Un bel giorno (una bella sera!) mi scelgo un soggetto, un uccellino canoro, la pispola. Voglio vedere dove mi può portare. Comincio a cercare in rete. Vorrei trovare una poesia, se c’è. La trovo: Grátittlingurinn / The Pipit, una poesia dell’islandese Jónas Hallgrímsson (1807-1844). Non conosco l’islandese, ovviamente, ma c’è anche la versione in inglese. La traduco, e faccio una piccola ricerca su Hallgrímsson. Scopro paesaggi, sentimenti, richiami biblici, sguardi nel profondo e verso l’infinito, tutte cose insolite, per me. Scrivo una piccola monografia sulla Pispola di Hallgrímsson, con un racconto liberamente tratto dalla poesia. Percepisco di aver imboccato una strada per la mia riconversione all’umano, altro che cercare consulenze! È il 7 aprile dell’anno 2000, e continuo la ricerca.

Scopro Emily Holmes Coleman (Oakland 1899 – Tivoli, NY 1974) trovando un suo scritto sulla pispola, The Meadow Pipit’s Song, nell’elenco delle opere giacenti presso le Special Collections dell’Università del Delaware, a Newark. Chiedo una fotocopia. Non sono uno studente né uno studioso, quindi devo pagare (1 dollaro, mi pare). Le fotocopie arrivano: non si tratta di una poesia ma di un testo-prova, tentativi di Emily (la chiamo per nome, si può dire che siamo amici, ormai) di rendere in modi diversi la stessa idea narrativa. Intanto in rete trovo una sua poesia:

 

THE LIBERATOR

Keys turning

       rattling in the loose locks

               opening high the doors

that close again

like death-hours coming faster

the walls are white

and the line of beds is staring

all the bars go up and down

and none of them lead outward

              and leaping eyes

                     and stiff limbs

                 follow the crunch of the keys

I am powerful now

and I will break those that carry the keys

                 with little hammers

                 small hammers

                 which you will make for me

                        and hide in the porridge

I will break all their heads

                 and lay them in neat rows

              and we shall wave high the keys

              and open wide a million doors

and all of us shall dance in the snow

and that poor woman in the spiral casket

shall warm a wooden doll to her dress

                and lean her hair in the fire

the grating shall be taken from about the fire

       and the woman and the keys shall go within

              all of us

                     shall

                            dance

                                   within

Non ci capisco niente, ma la traduco lo stesso. Potete farlo anche voi, a mo’ di laboratorio. Credo che la mia sia la sola traduzione italiana. Ve la riporterò alla fine di questi appunti, ed è diversissima dalla prima versione dei tempi della scoperta.

Vedo anche che Emily ha pubblicato un solo romanzo, The Shutter of Snow, stampato da Routledge in Inghilterra e da Viking negli Stati Uniti nel 1930, da Virago Modern Classics in Inghilterra nel 1981, da Penguin Books – Virago Modern Classics negli Stati Uniti nel 1986, e poi salvato dall’oblio dalla Fondazione Dalkey nel 1997, con fondi federali e dello Stato dell’Illinois. I libri stampati dalla Dalkey hanno una particolarità: Dalkey keeps books in print for as long as the press exists. In other words, the books they print are “books of lasting value”. Insomma non andrà mai fuori catalogo. Però… e nessuno lo conosce, da noi! Lo compro da Amazon, cerco di leggerlo, capisco che deve essere bello, ma non riesco a comprenderlo a sufficienza. Decido di tradurlo. Non so a cosa vado incontro, ma lo voglio fare.

Prossima puntata: Jenny.

Emily Holmes Coleman – Nota Biografica

Nota biografica

Emily Holmes Coleman è una scrittrice, poetessa e pittrice americana. Nata a Oakland, in California, nel 1899, fu educata in una scuola privata e quindi al Wellesley College. Nel 1921 sposò Loyd (sic) Ring Coleman (Deak), dal quale ebbe un figlio nel 1924. Soffrì di febbri puerperali, che la condussero alla malattia mentale e a un periodo di ricovero al Rochester State Hospital, sul lago Ontario, nello Stato di New York, periodo dal quale trasse le esperienze fissate nel suo romanzo The Shutter of Snow.

Nel 1925 si trasferì a Parigi, dove scrisse per il Chicago Tribune e fu poi segretaria dell’anarchica Emma Goldman. Cominciò a pubblicare poesie sulla rivista transition, diventando presto una figura importante nella leggendaria vita letteraria di Parigi degli Anni Venti. Si trasferì a Londra nel 1929 e nell’anno successivo pubblicò The Shutter of Snow (un altro romanzo, The Tygon, è tuttora inedito). Negli anni trenta, tra gli amici del Hayford Hall Circle attorno a Peggy Guggenheim, giocò un ruolo fondamentale nella preparazione alla stampa e nel reperimento di un editore per il romanzo Nightwood di Djuna Barnes.

Tornò in America nel 1939 e, attraversate le prove interiori del matrimonio common-law con John W. Scarborough (Jake), nel 1943 si convertì al cattolicesimo, con l’aiuto di Jacques e Raissa Maritain. Per i trent’anni successivi divise il suo tempo tra l’Inghilterra e l’America, trascorrendo ben undici anni nella foresteria del convento benedettino di clausura di Stanbrook, nel Worcestershire. Passò gli ultimi anni della sua vita presso la Catholic Worker Farm di Dorothy Day, vicino a Tivoli, nello Stato di New York, dove morì nel 1974.

The Shutter of Snow è stato pubblicato in diverse edizioni negli Stati Uniti e nel Regno Unito. L’ultima è del 1997 (Dalkey Archive, Illinois State University). Il romanzo è stato tradotto in italiano da Piero A. Pozzi con il titolo Il manto di neve (Robin Edizioni, 2008). Oltre alle poesie pubblicate su transition, componimenti sparsi sono stati pubblicati su altre riviste letterarie dalla vita breve. La vasta produzione poetica di Emily Holmes Coleman è in corso di riordino e traduzione.

Il manto di neve

Il manto di neve racconta la guarigione della protagonista, Marthe Gail, da una psicosi scatenatasi dopo il parto. Il percorso di cura si svolge attraverso i reparti di un ospedale psichiatrico americano degli anni Venti del secolo scorso. È la disincantata e attenta descrizione dei ricoverati e del personale medico attraverso lo sguardo di una paziente ancora in preda a episodi psicotici, che intanto annuncia alle persone più fidate la scrittura di un nuovo Vangelo e il ritorno di Gesù sulla Terra, stavolta nel corpo di una donna, il suo. Marthe è tormentata, e vede anche i suoi compagni soffrire, disperarsi, quasi sempre senza speranza. Affiora allora l’impotenza di Cristo/Marthe sulle disgrazie umane. Il romanzo è autobiografico, e Marthe è Emily Holmes Coleman, una scrittrice di talento, che riversa vissuto e immaginazione da una mente capace di una logica diversa dalla dominante; una scrittrice che scrive come pensa… e i suoi pensieri sono sfrenati.

Questo romanzo ha frequenti riferimenti alla sua storia di figlia, sposa e madre. Sono i riferimenti più misteriosi, criptici, legati alla necessità di affrontare un problema enorme e al terrore di doverlo fare. La madre di Emily morì nel segreto di una malattia mentale quando ancora lei era piccola. Il padre, dirigente di una società di assicurazioni, riversò sulla bambina e poi sulla donna un amore protettivo, quasi carnale. Il marito, psicologo, fu il suo primo rifugio, ed ebbe sicuramente grandi meriti; il più grande quello di aver consentito a Emily di riprendere in mano la propria vita dopo la psicosi, fino ad approdare a un divorzio amichevole. La sua storia famigliare deve essere stata assai complessa e contraddittoria. Difficile conciliare, infatti, la sua rinuncia ad essere madre “effettiva” dell’unico figlio John con la sua indubbia capacità di relazionarsi con chiunque, ed essere importante per quel chiunque.

Ecco il ritratto che ne fa Mary Siepmann nella introduzione all’edizione Virago del 1981 di The Shutter of Snow:

“Fisicamente Emily era descritta come una presenza mozzafiato, non bellissima ma indimenticabile: occhi azzurri molto distanti, capelli biondi, carnagione dorata, una figura deliziosa. Aveva il doppio di buonumore e vitalità di qualsiasi suo compatriota, era intelligentissima e molto divertente: una compagna meravigliosa. Era una donna che approdava al piacere e all’instabilità provenendo da un retroterra di apparenza strettamente convenzionale. Non ci fu mai per Emily la necessità di bere, di assumere droghe: conversazione e idee erano sufficienti. Per tutta la sua vita fu una lettrice onnivora, assorbendo e qualche volta rigettando idee e filosofie del suo tempo e dei tempi passati. Ogni cosa che facesse – leggere, scrivere, parlare, amare, litigare e far la pace – era fatta con una energia che potrebbe essere definita esagerata e certamente non ortodossa.”

“(…) andò a Lourdes per un giorno o due, e ci restò quattro mesi prima di andare a trovare suo figlio, la nuora e i bambini a Madrid dove, non soddisfatta dei preti di Franco, scovò in una catapecchia un gesuita di sinistra che era più di suo gusto (…)”

“Nel 1957 andò all’Abbazia di Stanbrook per una settimana di ritiro spirituale, (…) ancora equipaggiata di una macchina per scrivere e un paio di borse. La settimana sarebbe durata undici anni prima che la badessa si decidesse a sfrattarla.”

Un classico della letteratura anglosassone.

Perché solo ora?

La prima pubblicazione di The Shutter of Snow data al 1930, quando in Italia era già al potere il fascismo e in Germania era imminente l’avvento del nazismo. Un periodo di furori nazionalistici che ostacolavano la diffusione della letteratura straniera. Altri autori contemporanei della Coleman (Hemingway, Fitzgerald, Pound, Eliot, …) furono tradotti e diffusi, anche in grazia della loro produzione continua. Coleman non pubblicò altri romanzi dopo The Shutter of Snow, e perse visibilità prima del rifiorire degli scambi nel dopoguerra.

Altra è la ragione del diverso successo sui due lati dell’Atlantico. Il sostanziale fiasco iniziale in madrepatria sembra dovuto al bigottismo, alla paura del nuovo, alla ottusità della critica. “The gentleman reader cannot fairly be expected to work up a professional interest in a woman who picked up threads and ate them” scriveva un anonimo recensore citato da Carmen Callil e Mary Siepmann nella citata introduzione all’edizione Virago. Secondo Amy Lee[1], l’identità della Coleman come espatriata americana vivente a Parigi e le sue frequentazioni degli artisti di Hayford Hall consolidavano il pregiudizio che aveva colpito i potenziali lettori circa l’argomento del libro. Una donna che pubblicava a stampa le sue esperienze dirette nella malattia mentale non seguiva certamente le regole del decoro vigenti nella società americana degli anni Venti. Gli inglesi furono molto più aperti ed entusiasti, nonostante la non convenzionalità dell’argomento e dello stile del libro.

Ad ogni modo, molto era poi cambiato rapidamente nella società occidentale, il rapporto culturale e l’approccio medico alla malattia mentale erano mutati, e il romanzo fu ristampato a Londra con successo nel 1981 nei Virago Modern Classics. Il riscatto del pubblico americano avvenne abbastanza presto, con l’edizione Penguin del 1986 e, soprattutto, con la definitiva Dalkey Archive del 1997, che garantiva la indefinita disponibilità commerciale del libro[2].

Una americana in Europa, tra i modernisti

Tra gli aspetti più straordinari della personalità di Emily Holmes Coleman c’è l’attitudine al consiglio, alla collaborazione, all’amicizia operosa, quasi agisse con la muta consapevolezza di avere una personalissima missione, su questa terra. Addirittura collaborò a St. Tropez con l’anarchica Emma Goldman, inetta allo scrivere, passando un anno alla redazione delle sue memorie, Living my Life, pubblicate nel 1931. Fu un cardine per la vita di molti scrittori (Djuna Barnes, Dylan Thomas, Antonia White), restando invisibile al grande pubblico, al quale giunse soltanto questo suo primo romanzo, dalla prosa definita startling (sconvolgente, sorprendente) come il contenuto. Un altro, The Tygon, attende di essere scoperto nel cospicuo fondo Coleman dell’Università del Delaware, a Newark, dove è archiviata tutta la sua complessa opera, finalmente oggetto di studio. Un solo racconto, Interlude, apparve in volume nella raccolta di scrittrici moderniste That Kind of Woman, stampata da Virago Press nel 1991. In Italia Quel tipo di donna uscì presso la Tartaruga nel 1995 nella traduzione di Francesca Avanzini. Il racconto narra il difficile parto di Emily, premessa del Manto di neve, restando solo un esempio di prosa startling, peraltro smorzata nella versione italiana. Alcune poesie, da me tradotte, sono apparse nel numero di gennaio-febbraio 2007 della rivista L’immaginazione di Manni Editore, altre sulle Reti di Dedalus, qui http://www.retididedalus.it/Archivi/2009/dicembre/Checkpoint_poetry/2_coleman.htm, su Bibliomanie, qui http://www.bibliomanie.it/le_colline_di_steyning_emily_holmes_coleman_pozzi.htm, altrove in rete. Assieme al romanzo consentono di accedere in parte al quadro d’insieme sulla vita, il pensiero e l’arte di Coleman.

Palestra della giovane Emily negli anni a cavallo del 1930 fu l’ambiente parigino degli espatriati americani, che aveva un punto di riferimento nella rivista in lingua inglese transition, fondata nel 1927 da Eugene Jolas e Elliot Paul. Ecco alcune parole di Jolas, a proposito della sua rivista: “transition è un terreno di prova per la nuova letteratura”, una letteratura che avrebbe richiesto “nuove parole, nuove astrazioni, nuovi geroglifici, nuovi simboli, nuovi miti. È la ricerca artistica del magico in questo strano mondo attorno a noi che transition intende incoraggiare.”

Al crogiolo parigino Coleman alternava l’Italia e il circolo di artisti vari che si riuniva a Hayford Hall, la residenza dell’amica Peggy Guggenheim[3] e di John Holms nel Dartmoor, in Inghilterra. Ma i suoi discorsi, le sue battaglie, continuavano nei fitti rapporti epistolari con un gran numero di scrittori e pensatori dell’epoca. Si pensi soltanto alla fondamentale influenza di Emily Holmes Coleman nella evoluzione artistica di Djuna Barnes[4] e all’altrettanto fondamentale influenza di Jacques e Raissa Maritain sulla evoluzione spirituale di Emily. Oppure alle lettere d’amore ricevute da Dylan Thomas[5]. Testimonianze di Emily Holmes Coleman poetessa e scrittrice restano nelle riviste transition, New Review, Seed e New Statesman; dopo la sua morte, nella rivista Wild Places di Joseph Geraci.

Può essere interessante annotare come l’annuncio di un nuovo Vangelo, fatto dalla protagonista del Manto di neve, sia stato un segno della tendenza di Coleman al misticismo, che si manifesterà vent’anni dopo la stesura del romanzo nel distacco dal mondo – un mondo fino allora vissuto in tutte le emozioni e le esperienze disponibili – e nella fioritura poetica che comprende innumerevoli riscritture dei Vangeli, canonici e apocrifi.

Non si trovano biografie complete di Emily Holmes Coleman, ma è affascinante individuarne un ritratto nelle sue opere letterarie, tutte o quasi intessute sul personale, sull’intimo. Dati biografici sono ricavabili dalla introduzione all’edizione Virago del 1981 di The Shutter of Snow, firmata da Carmen Callil e Mary Siepmann, dal breve saggio di Amy Lee, fonte di notizie preziose per queste note, e soprattutto dalla introduzione al volume Rough Draft, The Modernist Diaries of Emily Holmes Coleman, 1929-1937, a cura di Elizabeth Podnieks. Illuminante il necrologio scritto dall’amico Joseph Geraci sul Catholic Worker: “Emily had a barbarous personality for someone so civilized. She was intense and passionate, sometimes to the point of mania. She was remarkable, reasonable and quite simply the most important influence on the lives of those who knew her.[6]

Geraci mi scrisse una volta: “She never published a volume of verse, but she certainly thought of herself first and foremost as a poet.” Sono convinto che anche il lettore penserà a Emily Holmes Coleman poetessa, leggendo Il manto di neve.

[1] Amy Lee, Emily Holmes Coleman, in The Review of Contemporary Fiction, Normal IL, Spring 2005.

[2]Dalkey also keeps books in print for as long as the press exists. In other words, the books they print are ‘books of lasting value’.” Joseph Geraci all’autore, gennaio 2006.

[3] Si veda Peggy Guggenheim, Una vita per l’arte, traduzione di Giovanni Piccioni, Rizzoli, Milano, 1999.

[4] Si veda Djuna Barnes, Camminare nel buio – Lettere scelte a Emily Holmes Coleman, traduzione di Francesco Francis, Archinto, Milano, 2004.

[5] Dylan Thomas, Lettere d’amore, a cura di Massimo Bacigalupo, Guanda, Parma, 2004.

[6] In Minna Besser Geddes, Emily Holmes Coleman, Dictionary of Literary Biography, Volume 4, American Writers in Paris, 1920-1939, Gale Research, Detroit MI, 1980.

Studi su Emily Holmes Coleman

Miriam Fuchs, The Triadic Association of Emily Holmes Coleman, T. S. Eliot and Djuna Barnes, in ANQ, A Quarterly Journal of Short Articles, Notes, and Reviews, Volume 12, Number 4, Washington DC, Fall 1999.

Elizabeth Podnieks, edited by, Rough Draft – The Modernist Diaries of Emily Holmes Coleman, 1929-1937. University of Delaware Press, Newark DE, 2012.

Piero Ambrogio Pozzi, Emily Holmes Coleman su Enciclopedia delle Donne, qui www.enciclopediadelledonne.it/biografie/emily-holmes-coleman/

Kylie Valentine, Mad and Modern: A Reading of Emily Holmes Coleman and Antonia White, in Tulsa Studies in Women’s Literature, Volume 22, Number 1, Tulsa OK, Spring 2003.

Il volo della pispola

Emily Holmes Coleman, Jeffrey Rudick ed Ernest Hemingway, tradotti e commentati volando raso terra

Nasce tutto da una pispola, e al suo volo somiglia il mio lavoro, istintivo, curioso, rasente al testo. Un impegno staccato dall’accademia e da teorie traduttorie che, se non altro, assicura un punto di vista fresco e vergine, senza preconcetti e aperto all’intuizione; nel caso di Hemingway mi ha consentito di riconoscere ciò che nei suoi libri era palese ai destinatari occulti – come Adriana Ivancich o Marlene Dietrich – ed è sfuggito ai lettori, ma anche agli studiosi e ai traduttori di mestiere, come del resto Ernest, che conosceva i suoi polli, si aspettava. Sicuramente non immaginava che la traduttrice italiana da lui indicata – e non lei sola – avrebbe poi tanto malmenato i suoi testi da attirare la mia curiosità, e farmi trovare i suoi messaggi in bottiglia.

Coleman e Rudick non li conosce (quasi) nessuno, quindi di loro poco si sa e molto è da scoprire. Vi darò una mano, se volete.

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Piero Ambrogio Pozzi